Giorno 5

Dambulla and Matale

Verso le Hills Region: tempio delle grotte a Dambulla e quello del Dente a Kandy

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Dambulla and Matale

Le grotte sacre di Dambulla

Capita di visitare templi o complessi religiosi dalle architetture più disparate, così come capita di vedere incisioni rupestri situate all’interno di grotte dove gli uomini preistorici avevano dato sfoggio a primitive forme d’arte. Non è invece frequente imbattersi in veri e propri capolavori come quelli rappresentati nelle royal caves di Dambulla, per la precisione definiti come “templi rupestri”. Si tratta di cinque templi situati all’interno di una grande grotta che venne divisa in cinque ambienti separati. Anche qui l’origine della storia trae inizio dai conflitti con i tamil, tanto che un re singalese vi si rifugiò per quattordici anni e, una volta scampato il pericolo, fece erigere i templi delle grotte a titolo di ringraziamento. Buona la scelta di andare di prima mattina, quando non c’è ancora molta gente e il sole non picchia pesantemente. Saliamo la lunga scalinata, quelle non mancano mai, per raggiungere una spianata vicino alla quale sorgono le grotte e da dove si gode una splendida veduta sulle pianure circostanti, fino a vedere l’imponente rocca di Sigiriya, distante solo una decina di chilometri. All’interno di ogni grotta si trova un tesoro di arte e religione buddhista: enormi Buddha coricati, pareti dipinte con storie tratte dalla mitologia religiosa singalese, ritratti o sculture di divinità del pantheon locale, dove ancora una volta spiccano le immagini di quelle che normalmente vengono considerate come divinità hindu qui felicemente mescolate e integrate insieme a quelle buddhiste. Colori vivaci, ottima manutenzione, una rappresentazione tanto bella quanto inattesa. E questo risulta maggiormente gradevole dopo che si è passato il grande tempio posto alla base della lunga scalinata che porta alle grotte, dove giganteggia una statua del Buddha decisamente ridondante e pacchiana. Mentre ci si attenderebbe un ambiente raccolto per convogliare la preghiera dei fedeli, l’incombente monumento osserva i minuscoli esseri umani scorrere sotto di lui, mentre sculture naïf creano una discutibile atmosfera moderno-religiosa.
Lasciata Dambulla ci congediamo anche dal triangolo culturale, con il suo clima caldo e secco, la vegetazione da savana e il territorio pianeggiante, per dirigerci verso sud e avvicinarci alla regione collinare.

Vista esterna del tempio reale di Dambulla in Sri Lanka.

Matale tra spezie, batik e Aluvihare

A metà strada fra Dambulla e Kandy sostiamo per alcune tappe a Matale per visitare i giardini delle spezie, la batik factory e l’Aluvihare Temple.
I primi rappresentano senza dubbio una delle esperienze più interessanti vissute sull’isola. Succede tutti i giorni di fare uso di spezie, che si beva il tè o ci si curi con degli estratti. Il tutto nella più perfetta ignoranza rispetto all’origine e alla coltivazione di quelle piante da cui derivano i prodotti che usiamo. Scopriamo così il pepe, che si differenzia solo dal momento della raccolta e non dal tipo di pianta: prima è verde, poi diventa leggermente rosa; lo si raccoglie e, una volta lasciato seccare e privato della buccia, diventa nero. A questo punto si può ancora eliminare un’ulteriore pellicola per ottenere infine il pepe bianco, più pregiato e forte di tutti. Scopriamo la noce moscata, racchiusa in un involucro rosso che serve anch’esso per profumare i cibi, la vaniglia, che assomiglia a un lungo fagiolo verde, il cardamomo, la cannella, che non è altro che la parte sottostante della corteccia dei rami della pianta omonima, raccolta, avviluppata e seccata rigorosamente all’ombra, e impariamo che il curry normalmente usato per condire il riso non esiste in natura, ma viene prodotto mischiando diversi tipi di spezie a formare alcune varianti. Quello più giallo è usato con le verdure, mentre quello più scuro va con carne e pesce. La variante scura costa di più in quanto vengono aggiunti chiodi di garofano o spezie più rare. Il pregio è ovviamente dato dalla purezza degli ingredienti, dove le mescole più povere risulteranno meno gustose e dovranno essere usate più rapidamente, pena la perdita dell’aroma. Scopriamo anche il cacao, frutto che assomiglia a una goffa pera: lo si apre e se ne prendono i grossi semi mentre la sostanza bianca che li circonda viene eliminata; questi vengono sbucciati, tritati e tostati con un procedimento simile a quello usato col caffè. E si potrebbe andare ancora avanti per lungo tempo. Una serie di lezioni che si apprendono con grande interesse, tanto dal lato gastronomico quanto da quello curativo. Il personale spiega le caratteristiche delle varie piante, è preparato e alla fine ci porta nell’immancabile negozio adiacente per un acquisto. Oltre alle spezie si possono comprare oli curativi, sandalo e simili, o profumi ricavati dalle spezie. Cosa più che comprensibile, dal momento che non esiste biglietto d’ingresso e le informazioni ricevute sono state di grande interesse. Non è un caso che tali “giardini” si trovino qui: siamo ai margini della zona a clima continentale che tuttavia conserva per lunga parte dell’anno le calde temperature delle pianure settentrionali. Secondo i colonizzatori inglesi rappresentava il luogo con i giusti equilibri per poter dare vita a tali piantagioni. E così da un secolo e mezzo la zona vive di queste colture: non sono propriamente dei campi come i nostri frutteti, si tratta piuttosto di piante disseminate all’interno di una giungla sufficientemente rada da garantire un giusto mix fra sole, ombra e pioggia.

Arricchiti da tale esperienza ci rechiamo nell’opificio dove viene prodotto il batik. Senza averne mai sentito parlare in precedenza, scopriamo che venne importato dagli olandesi alcuni secoli fa, proveniente dalla Malesia, dove ha avuto origine. Si tratta di un sistema di colorazione dei tessuti di cotone che avviene in fasi successive. Si traccia il disegno sul tessuto, si ricoprono alcune parti con la cera in modo che restino neutre per essere colorate successivamente e lo si immerge dentro alla tintura gialla. A questo punto si passa al colore rosso dopo aver ricoperto nuovamente con la cera la parte di stoffa che non si intende colorare, infine la stessa procedura avviene con il nero ed eventualmente con altri colori ancora. Per compiere l’intero ciclo ci vogliono quattro giorni. Ne escono dei disegni dal carattere esotico e degli abiti sgargianti, sari, sarong e simili. A prima vista la produzione è interamente artigianale, anche se l’ingresso nel negozio lascia intendere che esista una qualche forma di produzione semi-industriale di fronte a una tale mole di pezzi finiti. I prezzi sono relativamente cari e depongono a favore di un mix certo non industriale che comprende processi dove la manualità mantiene ancora un ruolo importante.
L’ultimo stop prima di Kandy ha luogo nell’Aluvihare Temple. Niente di paragonabile a quanto abbiamo visto finora, ma si tratta di un sito interessante in quanto interamente ricavato in grotte, di conformazione ben diversa rispetto a Dambulla, o in mezzo ad enormi rocce. La natura, l’arte e la spiritualità si fondono dando vita a una rappresentazione significativa. Anche qui convivono Buddha coricati, divinità asiatiche e raffigurazioni che mostrano le punizioni a cui vanno incontro i peccatori, in una galleria dell’orrore che convince chiunque a una condotta morale più che perfetta. Pranzo nello stile short eats presso un locale di Matale. Pur essendo un ambiente molto popolare apprezziamo come nella sala ci siano dei lavandini dove lavarsi le mani prima e dopo il pasto. Non sarà questa l’unica occasione in cui percepiremo un elevato senso dell’igiene da parte dei locali. In un Paese non certo ricco, dove la frugalità è la quintessenza, la gente non manca di rispettare alcuni principi civici che dovrebbero essere alla base della convivenza a ogni latitudine. Scopriamo inoltre che ben pochi fumano.
Nelle vicinanze facciamo una breve fermata fotografica per riprendere dall’esterno un tempio induista, ricco di decorazioni da sembrare un continuo di merletti. Nonostante lo Sri Lanka sia strettamente associato a Vishnu nella sua incarnazione come Rama, quasi tutti i templi induisti dell’isola sono dedicati a Shiva, o a divinità strettamente correlate, e sono ben rari quelli dedicati allo stesso Vishnu.

Kandy tra giardini, danze e Tempio del Dente

Quando siamo ormai alle porte di Kandy deviamo verso sud-ovest per andare a visitare i giardini di Peradeniya. Una splendida rappresentazione floreale all’interno di un’ansa del fiume Mahaweli Ganga, anche qui abbiamo occasione per confrontarci con alcuni tipi di piante di cui avevamo soltanto sentito parlare. Il giardino è ben tenuto, in molte sue parti si evince ancora lo stile inglese, rigoroso e gradevole all’occhio nello stesso tempo. La varietà spazia dalle orchidee fino al viale delle palme, ai bamboo e agli spettacolari tronchi di ficus. Fa caldo, ma non è difficile percorrere buona parte del parco all’ombra, in un’oasi di pace lontana appena poche centinaia di metri dal traffico indemoniato. Camminiamo lungo una serie di alberi piantati da personaggi che nei tempi si sono distinti nella politica, piuttosto che in campo scientifico; è interessante leggere le targhette esplicative poste ordinatamente sotto ciascuna pianta. È ora di arrivare a Kandy dopo una giornata impegnativa che ci ha visti spaziare fra arte e natura, passando tra mille curiosità e lezioni imparate. Ma non è ancora finita: alle 17.30 c’è lo spettacolo di danze culturali singalesi e, essendo Kandy il centro di queste esibizioni artistiche, non possiamo perdere gli splendidi costumi dentro i quali danzatori e danzatrici creano evoluzioni mirabolanti al suono rimbombante dei tamburi. Talvolta sono dei veri e propri acrobati, capaci di numeri da lasciare a bocca aperta. Anche i momenti meno eccitanti sono un’occasione per ammirare i vestiti. Dopo un’ora lo spettacolo ha un epilogo all’esterno e non tardiamo a capire il perché. Su una lunga piattaforma che non esiteremmo a definire da barbecue, solo che fosse un metro più corta, viene gettato del liquido infiammante ed ecco alcuni danzatori che si dilettano a saltellare sui carboni ardenti. Difficile carpirne il segreto ed altrettanto difficile credere si tratti solo di un elevato livello di concentrazione che impedisca di soffrire il dolore. Il fuoco è vero e i piedi sono veramente nudi. Una volta spento il fuoco e terminata l’esibizione mi avvicino al braciere e constato come sia ancora caldo, tanto da sconsigliare di avvicinarsi troppo.

Forse è anche una questione di appetito, dal momento che la lunga giornata ha richiesto molte energie per nulla compensate dallo short eat di mezzogiorno. Ma, avendo congedato l’autista per oggi, dobbiamo ancora scendere nel centro di Kandy, attraversare la diga al fondo del lago sotto alberi stracolmi di pipistrelli che non disdegnano di lasciar scendere i loro micidiali siluri, e andare a visitare il Tempio del Sacro Dente nell’ora della puja, alle 18.30. A Kandy ci troviamo in uno dei tre punti cardinali del buddhismo singalese, insieme a Sigiriya e Kataragama, e i pellegrini in quest’ora di punta non mancano. Il buio mette in risalto l’edificio splendidamente illuminato, all’interno i tamburi rimbombano in permanenza durante l’ora della preghiera, i fedeli si accalcano fuori dal santuario che ospita la reliquia che si ritiene appartenga al Buddha, ricoprendo un intero bancone di fiori fra cui spicca ovviamente il loto. Fiore quest’ultimo che si accompagna e rappresenta il Buddha in ogni occasione tramite l’allegoria che lo vede nascere nel fango degli acquitrini, emergere con le foglie al pelo dell’acqua e portare a termine fioriture spettacolari. Detto in altri termini, il passaggio dall’umano al divino.
Il fatto di arrivare durante la puja ci costringe a una lunga attesa prima che si apra la stanza dov’è conservato il dente. Di per sé la sala non è visitabile, vi si passa di fronte e si vede una grossa urna che come un gioco di matrioske russe contiene la reliquia.
Adesso ci siamo veramente meritati la cena, ma occorre ancora raggiungere l’hotel situato in posizione dominante, su una collina che si affaccia di fronte al lago di Kandy. Stanchi e affamati ci godiamo il buffet e l’atmosfera turistica che l’accompagna. Donne in abito da sera giunte dalle spiagge del sud si accalcano intorno alle leccornie dai sapori occidentali e orientali, dando per l’occasione un calcio allo stile dietetico che consente loro di sfoggiare tali mises. In camera, mai prima d’ora ci era capitato di trovare una vetrofania che invita a non alimentare le scimmie e a chiudere sempre la porta finestra che dà sulla terrazza al fine di impedirne l’ingresso: in effetti l’idea di essere svegliati da una pur simpatica scimmietta non rientra fra le esperienze che intendiamo sperimentare in questo Paese.

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