Giorno 2

Anuradhapura

La storia che si fonde con la mitologia: Anuradhapura, l’Angkor dei singalesi, e Mihintale

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Anuradhapura

Anuradhapura, dagoba e ficus sacro

Oggi entriamo nel vivo con la visita a uno dei pezzi più pregiati del nostro itinerario: l’antica città di Anuradhapura. Gli ingressi sono tutti estremamente cari, con picchi assurdi nei siti considerati imperdibili come questo. Il costo del biglietto per uno straniero ad Anuradhapura ammonta infatti al corrispondente di 25 euro, ovvero il 10% del reddito medio mensile di un locale.
Ci inoltriamo in un sito archeologico che sembra uscire da un film di Indiana Jones: dopo essere stata un insediamento singalese per 1300 anni e la capitale dell’isola, la città è caduta nel 993 d.C. a causa del conflitto con i tamil provenienti dall’India del sud ed è stata in seguito abbandonata per trasferire la centralità a Polonnaruwa. Da quel momento la storia sembra essersi dimenticata di quest’area e la giungla è tornata ad essere padrona del sito, inglobando le costruzioni in una sorta di protezione verde. Quando è stata riscoperta nel XVIII secolo deve aver lasciato di stucco gli increduli esploratori, come una piccola Angkor: si possono tuttora vedere le foto che rappresentano i templi e i vari edifici al momento del ritrovamento.

Una lontra si trova su una sporgenza rocciosa vicino all'acqua.

Dagoba, pellegrini e pietra rovente

Contorniamo alcuni dagoba, costruzioni semisferiche al cui interno, riempito di terra e mattoni, è stata murata qualche reliquia, mentre l’attività religiosa avviene al di fuori dell’edificio. Alcuni sono realizzati in mattoni a vista, mentre altri sono stati ricoperti di calce bianca. I fedeli ci camminano attorno soffermandosi presso le cappelle poste in corrispondenza dei punti cardinali, dove normalmente si trovano statue di Buddha e altre divinità del pantheon buddhista. Visitiamo inoltre lo Sri Maha Bodhi, un vecchio ficus che si ritiene origini dall’albero sotto il quale il Buddha ebbe l’illuminazione e rappresenta il punto più sacro, dove la gente si sofferma a recitare i mantra. Lo Sri Lanka è stato infatti uno fra i primi Paesi a convertirsi al buddhismo e ne rappresenta ancora oggi la roccaforte in tema di tradizioni. Intorno all’albero si vedono numerose piantine che crescono: sono le talee che tramanderanno la specie del ficus sacro e verranno trapiantate in prossimità di altri templi. Lungo il percorso ci imbattiamo anche in un paio di varani, presenze che non si possono definire graziose ma che non incutono pericolo: anche loro sembrano relitti di un’altra era geologica.

Pur trovandoci nella stagione secca di una zona sostanzialmente arida, colpisce come la vegetazione si presenti lussureggiante e perfino l’erba scintilli di verde sotto il caldo sole: sembra che la settimana scorsa abbia piovuto e questa potrebbe essere la motivazione. A parte i frangipani, dai fiori bellissimi e profumati ma avari di foglie, che rendono un’immagine quasi invernale laddove se ne trovino in abbondanza, i ficus e gli altri alberi ad alto fusto offrono ombra a volontà, nonostante la latitudine ponga il sole quasi a picco nelle ore centrali, e un verde concentrato sino ad abbagliare. Come in molte altre aree dell’isola, anche qui si trovano dei laghi artificiali creati fin dall’antichità, qualche secolo a.C., per mantenere preziosa acqua abbondante nella stagione umida quanto scarsa in quella secca. Il terreno argilloso consente una buona impermeabilità, così l’agricoltura, e di conseguenza la vita, hanno potuto fiorire per millenni.
A differenza di altre mete in cui ci siano templi, stupa o diverse costruzioni buddhiste, in Sri Lanka si possono fare tranquillamente foto all’interno dei monumenti, senza farsi immortalare dando le spalle al Buddha, ma occorre sempre togliersi scarpe e copricapo, cosa che può creare qualche inconveniente quando i nostri fragili piedi occidentali si trovano a calpestare un terreno non propriamente liscio, facendoci saltare in aria quando si incontrano sassolini o il pavimento è esposto ai raggi del sole: si tratta di una sensazione atipica, per quanto sia banale non siamo più capaci di camminare scalzi. In prossimità di luoghi particolarmente sacri come lo Sri Maha Bodhi occorre avere i pantaloni lunghi o aggiungere un pareo che faccia le veci del sarong.
Quando sono ormai le 13 andiamo a pranzo in un ristorante self service situato vicino all’hotel, dove troveremo anche cucina locale ma adattata al gusto occidentale. Nei prossimi giorni cercheremo di trovare una sistemazione che meglio ci consenta il contatto con la realtà del luogo e ci permetta di assaporare la vera cucina singalese.

Mihintale e il tramonto sul Tissa Wewa

Nel pomeriggio andiamo a Mihintale. Ai piedi della collina, alla base del dagoba, visitiamo il museo, dove si evidenziano le tecniche ayurvediche utilizzate nell’antichità, dalle quali si evince come fossero già talmente evolute che nel corso di oltre un millennio non c’è più stato modo di migliorarle sostanzialmente. Una concezione quasi perfetta fin dall’origine. Ci spiegano la coltivazione e la preparazione delle erbe officinali, vediamo i mortai e una sorta di barelle in pietra sulle quali la gente veniva adagiata per effettuare le cure. Colpiscono inoltre gli orinatoi, che ricalcano un concetto che può definirsi l’antesignano delle nostre fosse Imhoff. Anche i tetti delle case venivano coperti con coppi non molto dissimili dagli attuali, ma stiamo parlando di circa duemila anni fa. Mihintale, che rappresenta il luogo in cui il buddhismo è stato introdotto nel Paese, è un angolo appartato nella natura, nel silenzio rotto solo dal canto degli uccelli. Saliamo lungo una scalinata contornata da frangipani fino ad arrivare al punto dove dobbiamo lasciare le scarpe per addentrarci sulla parte sommitale della collina, dove la storia unita alla mitologia vuole sia avvenuto l’incontro fra il re singalese e il latore del messaggio della nuova religione. Sulla cima, posta verso il lato sinistro, si trova una immacolata statua del Buddha che brilla contro il cielo cobalto. Salire camminando scalzi sulla pietra arroventata dal sole ci fa pensare di essere sui carboni ardenti, con l’unica differenza che non siamo in grado di padroneggiare i nostri istinti e proviamo un forte senso di dolore ai piedi. Si scende nella piazzetta dove si trova il dagoba di Ambasthala facendo attenzione alle noci di cocco che cadono con fragore da diversi metri, ed è difficile prestare attenzione dal momento che si deve guardare dove si mettono i piedi, per risalire su ripido percorso roccioso all’Aradhana Gala e quindi ancora al dagoba di Mahaseya. Con le estremità inferiori estremamente provate andiamo a riprendere le scarpe e riscendiamo la scalinata fra i fedeli e le scimmie che giocano festanti sugli alberi di mango, pianta sacra al buddhismo. Prima di cena rientriamo ad Anuradhapura per vedere il tramonto sul Tissa Wewa. Il bacino assume una colorazione arancione mentre il sole sembra immergersi fra le ninfee.
Pur trattandosi di una città fra le più turistiche, la prima impressione è che il livello di educazione civica sia assai elevato. I soldi sono benvenuti ma la gente non è particolarmente invadente, mentre la pulizia dei luoghi comuni ha standard ben superiori ad altri Paesi asiatici.
L’atteggiamento naturale dei locali è improntato a una buona dose di simpatia e predisposizione al sorriso, il tutto condito da un giusto senso di malizia per attirare i clienti o portarli dove loro hanno un qualche interesse. Non si può parlare di carattere mediterraneo nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, ma in qualche modo se ne possono ravvisare i tratti salienti, impreziositi dalla capacità di non andare mai in collera, anzi di dimostrare sempre disponibilità, cosa che riscontriamo anche nei rapporti fra i simpatici abitanti di quest’isola. Dal punto di vista economico noteremo, soprattutto nel sud, che si sta sviluppando una classe media capace di acquistare prodotti voluttuari proposti nei numerosi negozi che si dipanano lungo le vie principali. Accanto a una povertà fatta di mendicanti si vede come questi ultimi anni di pace abbiano contribuito ad accrescere il livello di vita. Non si può ancora chiamare benessere, ma siamo ben distanti dalle condizioni di un Paese che la nostra letteratura collocherebbe nel Terzo Mondo.
Paradossalmente, il terrorismo che sta dilaniando persone ed economie in altri Paesi che offrono vacanze spiaggia e mare finisce per aiutare lo Sri Lanka, dove al momento non si registrano situazioni pericolose, i costi sono ancora bassi e i luoghi piacevoli. Stupisce vedere molti indigenti che chiedono l’elemosina, la maggior parte dei quali presenta mutilazioni agli arti; non riusciamo a capire se si tratti degli effetti devastanti della poliomielite o piuttosto delle conseguenze di mine antiuomo che in alcune parti ancora si trovano inesplose: non va dimenticato che la guerra civile è terminata da soli sette anni. Al di là dei mendicanti veri e propri esiste invece una diffusa abitudine, sostanzialmente presente in tutta l’Asia ma qui particolarmente sentita, di gente che offre servizi inutili pretendendo una mancia. Questo obbliga ad essere prudenti prima di accettare informazioni o aiuti da chiunque e alla fine ci imponiamo delle regole ben precise: la mancia viene data a chi fornisce un valore aggiunto oppure presta un servizio richiesto, il resto è puro parassitismo che può tranquillamente attendere l’arrivo di qualche emiro più prodigo.
Un tuffo in piscina ci consente di recuperare le energie dissipate durante la lunga e calda giornata, oltre ad attutire in parte la stanchezza da fuso orario di 4,5 ore.

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