Giorno 12
Galle + Colombo
Galle, la fortezza olandese, safari acquatico nelle mangrovie e rientro in una trafficata Colombo
Mattina a Galle
La bruma anticipa l’alba rendendo il litorale ovattato, nell’attesa che il sole esca da est e porti un po’ d’ordine rischiarando l’aria umida. Siamo giunti all’ultimo giorno, che si presenta impegnativo e ricco di appuntamenti.
Ripartiamo sulla strada che costeggia l’oceano, intravedendo alcuni pescatori sui pali, secondo la storica tradizione singalese. Sono zone molto pescose, tant’è che i mercatini del pesce si succedono frequentemente. Non sappiamo come cuocerlo e solo per questa ragione non facciamo acquisti, ma serve ad ispirare ed istigare i nostri istinti per quando si avvicinerà l’ora di pranzo. Fra Koggala e Unawatuna si distendono altre spiagge, alcune delle quali erano state fin troppo sfruttate ed ora sembra vengano gestite con maggiore sensibilità. Proseguiamo alla volta di Galle, giustamente indicata fra le mete da non perdere. La fortificazione che cinge il centro storico è splendida, l’acqua che la lambisce presenta un basso fondale cristallino, la vita fra le viuzze dell’interno scorre tranquilla come se il tempo si fosse fermato. La città è sempre stata conosciuta come un porto strategico per via della sua posizione sull’isola e sulle rotte che solcano l’oceano Indiano in direzione ovest-est. Venne però ingrandita e fortificata dagli olandesi nel XVIII secolo e si sviluppò sotto l’impero britannico, che successivamente le preferì il porto di Colombo. Facciamo il giro sui bastioni strapiombanti nel mare; pur essendo solo metà mattinata oggi il sole si fa sentire più del solito a causa di un’umidità intensa quanto fastidiosa. All’altezza del faro scendiamo nel centro proprio in corrispondenza dell’area musulmana, dove risalta la moschea ed alcuni edifici di educazione islamica. Andando oltre abbondano gli edifici coloniali fino alla Court Square. Qui vediamo una sposa con le sue damigelle, tutte vestite con uno splendido abito tinta crema. Non possiamo esimerci dal farle i nostri auguri. Proseguiamo fra i negozietti di antichità e le abitazioni per ritornare sotto le mura e trovare riparo dal caldo sul van condizionato.
Sulla costa dello tsunami
Si sale verso Hikkaduwa e purtroppo ci troviamo nella zona in cui lo tsunami del dicembre 2004 ha mietuto più vittime. Qui l’onda ha spazzato via tutto, uccidendo buona parte delle 40.000 persone perite in Sri Lanka. È proprio in questa zona che un treno è stato letteralmente travolto e si sono registrati 1270 morti. Sui lati della strada si vedono ancora case abbandonate, alcune delle quali presentano i segni dello sventramento all’altezza degli infissi. La violenza dell’urto è chiaramente entrata dalle finestre, distruggendole e portandosi via le vite che abitavano le case. Non distante si trova il dagoba a ricordo delle vittime, Tsunami Honganji Vihara, e poco oltre c’è un museo che illustra l’accaduto con una serie di impressionanti fotografie. Accanto ad una documentazione scientifica su come originino i terremoti e gli tsunami che sovente li seguono, ci sono le sconvolgenti foto che ritraggono il disastro: il treno scagliato fuori dai binari come fosse stato un giocattolo, case sconvolte, mucchi di cadaveri in attesa di sepoltura, il lavoro dei volontari arrivati da ogni parte del mondo. E ancora tutto quanto possa farci pensare che la natura ha sempre l’ultima parola. E ce l’avrà sempre di più se si considera che la lezione non è stata imparata: vogliamo pensare che adesso esistano forme di avvertimento sonore che si accompagnano ai cartelli i quali mostrano la via da seguire in caso di nuove calamità, ma diverse case e soprattutto gli hotel si trovano esattamente dov’erano, sul mare. Un esempio lampante è dove abbiamo dormito ieri sera; e tutto questo in barba ad una legge che prevede le nuove costruzioni edificate ad una distanza non inferiore ai 100 metri dal mare. La zona, grazie anche all’intenso sviluppo economico in atto, non mostra più lacerazioni, ma non ci è dato vedere nell’animo dei sopravvissuti e di chi ne ha visto le immediate conseguenze. Essi rimarranno marchiati a vita.
Madu Ganga e l’ultimo pranzo
La strada corre fedelmente lungo la costa, mentre sul lato sinistro c’è la ferrovia che porta a Colombo. In prossimità del villaggio di Balapitiya, lungo il fiume Madu Ganga, si trova un centro per i boat safari. L’esperienza, di per sé interessante, viene in parte vanificata dall’impressione che ne ricaviamo di trovarci in uno shopping center fluviale. Paghiamo il corrispondente di 15 euro per fare il giro in motoscafo fra le foreste di mangrovia che crescono nella laguna formata grazie al fiume Madu, poco prima di gettarsi in mare. È una zona decisamente adatta ad ogni forma di vita acquatica, grazie alla mescolanza di acqua salata e dolce. Appena partiti avvistiamo un grosso varano, andiamo poi a vedere un pontile con alcune piccole piscine dove abbondano i pesciolini rossi che dovrebbero massaggiare i piedi una volta messi a bagno. Non siamo dell’idea e si prosegue verso l’isola successiva dove un canuto indigeno ci mostra come si ricava la cannella dai rami della pianta omonima: grattando via una prima corteccia e estraendo la seconda che viene avviluppata in bastoncini concentrici e fatta seccare per 10 giorni all’ombra. Anche qui il tizio sembra offendersi se non acquistiamo nulla. La sua sfortuna è che siamo alla fine del viaggio ed abbiamo ormai fatto incetta di ogni genere di spezie. Mentre ci avviamo alla tappa successiva un ragazzino accosta la nostra lancia e ci porge una scimmietta da accarezzare, contro compenso ovviamente; ma non l’avremmo fatto nemmeno ci avesse pagati lui. Visitiamo un’isola sulla quale sorge l’ennesimo tempio, visitiamo i santuari che non ci sembrano gran cosa, misti ad oggetti di un passato nemmeno tanto remoto. Sembra abbiano tirato fuori dalla cantina gli utensili dei nonni per cercare la vista ammirata dei turisti. Veniamo infine ricevuti dal monaco locale e l’atteggiamento ci offre da subito un’impressione molto meno spirituale di quanto abbiamo visto e vissuto solo pochi giorni fa. Ci siamo solo noi ma l’impressione è quella di una catena di montaggio: il prelato snocciola un paio di litanie, ci lega un braccialetto di filo al polso e ci appoggia il “terzo occhio” sulla fronte. Infine apre il libro delle donazioni e qui viene il momento in cui tutte le divinità si trasformano in cartamoneta. Si leggono nomi, cognomi, origine dei donatori e soprattutto gli importi che nella media non sono inferiori ai 20 euro. A questo punto l’impressione del raggiro è pressoché completata, con l’aggravante del pretesto di fini religiosi. Non interessa quale fine facciano le offerte, è il metodo di considerare i turisti come polli da spennare che non va giù. Con sdegno rifiliamo una banconota da 100 rupie, circa 0,65 euro, per rimarcare come i suoi mantra non siano riusciti ad aprirci il cuore ed ancor meno il portafogli. Di fronte alla semplicità e all’accoglienza manifestate dal monaco incontrato ad Ohiya abbiamo lasciato ben di più, anche perché non ha chiesto nulla. Tutto il mondo è paese e non dobbiamo scandalizzarci di come a fianco di ministri religiosi corretti e distaccati dalle cose terrene ne esistano altri molto sensibili al dio denaro. Pare succeda anche alle nostre latitudini, talvolta. È significativo come tanto al Madu Ganga che a Buduruwagala abbiamo trovato monaci sensibili alle donazioni mentre in zone fuori dai circuiti turistici sia stato possibile incontrare l’espressione vera della fede religiosa.
Per il nostro ultimo pranzo del viaggio ci fermiamo in un ristorante per gustare un piatto di pesce fresco: il tonno a pinna gialla e il coral fish sono di prima qualità e consentono un congedo indimenticabile al palato.
Traffico e skyline di Colombo
Ripartiamo alla volta di Colombo, quella che forse era l’unica meta rinunciabile. Il centro della capitale non è particolarmente bello, tuttavia sarebbe ancora degno di una rapida visita non fosse per il traffico che si deve affrontare per arrivarci. Si avanza lentamente su viali intasati ed occorre considerare che la città è molto estesa. Mentre raggiungere la periferia da sud non presenta alcun problema grazie alla rapida autostrada, lungo la quale vediamo tratti di foresta con alberi della gomma, dopo inizia un vero calvario che costringe l’autista ad uno stress supplementare quanto inutile. Una parte del centro che rappresenta il fulcro della vita politica risulta ancora chiusa al pubblico per il rischio di attentati, retaggio della guerra civile.
Seema Malaka e la fine del viaggio
Ci rechiamo nella zona del forte per vedere il Sambodhi Chaitiya, un imponente dagoba a palafitta costruito una cinquantina d’anni fa per commemorare il 2500° anniversario della morte di Buddha, un giro verso l’interno dove si trova la torre dell’orologio, il parlamento ed una serie di hotel di lusso, oltre allo splendido tempio di Seema Malaka durante la puja serale, una vera gemma di pace incastonata su un laghetto cittadino con la skyline di sfondo. Colombo sta vivendo un grande periodo d’espansione che non riusciamo a giustificare. Il turismo solitamente la snobba, se non per trascorrere la prima o l’ultima notte di un tour. Molti, come noi, preferiscono dormire a Negombo che è più vicina all’aeroporto. Dal punto di vista del business lo Sri Lanka sta sì crescendo ma non può essere considerato una potenza, pertanto non si riesce a capire quale funzione potranno avere tutti questi hotel e centri congressi in costruzione. Sono in corso massicci investimenti cinesi che creano una sorta di euforia, tanto da far pensare che nel futuro a breve possa diventare una nuova Dubai. È auspicabile che non ne segua lo stesso declino dopo tanta crescita, anche perché qui difficilmente si troverebbe un emiro vicino disposto a venire in aiuto come ha fatto quello di Abu Dhabi. Dopo aver costruito il porto ed averne ottenuto la gestione per 99 anni, i cinesi stanno tirando su grattacieli chiavi in mano, anzi, è probabile che alla fine si terranno anche le chiavi. Passiamo di fronte all’erigendo Shangri-La, hotel a sette stelle, progettato e costruito interamente da cinesi, anche gli operai che ci lavorano sono inconfondibilmente dei loro. Viene inoltre da domandarsi, se un giorno venissero veramente organizzati congressi ed avvenimenti all’altezza degli edifici che ci sono o ci saranno a breve, come potranno far arrivare gli illustri ospiti fino in centro. I permanenti ingorghi rendono il centro cittadino come un’isola non facilmente avvicinabile. È ora di reimmettersi nel traffico e, in oltre due ore, raggiungere l’hotel a Negombo che dista una ventina di chilometri. E dire che quando siamo in autostrada si viaggia decentemente, ma uscire dalla città rappresenta un vero incubo.
La ristrutturazione delle piste dell’aeroporto costringe la chiusura dello scalo dalle 8.30 del mattino fino al tardo pomeriggio per alcuni mesi, così che i voli sono stati spostati verso le ore notturne. Avendo il volo alle 6.55 e dovendo essere in aeroporto cinque ore prima, non occorre essere dei matematici per intuire che la notte sarà breve. Ma ormai non importa più, ci siamo abituati a fare una vita in cui gli orari di sonno e le sveglie erano adattabili in funzione delle necessità. All’1.30 ci troviamo per l’ultimo tratto, quello verso l’aeroporto, che decreta la fine del viaggio. Il van svicola fra le vie di Negombo, per una volta prive di traffico, ed in venti minuti siamo a destinazione. Ci congediamo da Kasun, il simpatico e sempre sorridente autista che ci ha accompagnati per la seconda parte del giro. Il volo della Oman Air per Muscat è in orario e noi salutiamo questo Paese che ha saputo stupirci: vi eravamo giunti con elevate aspettative in quanto a siti storici, parchi e natura in generale. Ne usciamo ammaliati da questa gente che sa affrontare la vita con una seraficità a noi sconosciuta, ma nel contempo orgogliosa e fiera di ciò che è, della propria storia, della propria religione. Da questo punto di vista poco incline al compromesso, come è giusto che sia presso coloro ai quali la storia ha conferito e sedimentato orientamenti affidabili, consci che non tutto quello che arriva da fuori dev’essere preso ed accettato senza una previa ed attenta valutazione. La difesa della loro cultura non risulti come una forma d’intolleranza ai nostri occhi.
Considerazioni finali
CONSIDERAZIONI FINALI:
• Il viaggio è stato in qualche modo un ritorno alle origini. Due semplici gesti quali il camminare scalzi e mangiare con le mani ci hanno riportato alle nostre origini di uomini ma nel contempo ci hanno resi consci di quanto ci siamo distaccati da queste. È stata un’occasione utile per imparare quante cose abbiamo dimenticato e come alcune culture ci impartiscano ancora lezioni di semplicità, oltre che di umiltà. Essere riportati alle fonti dell’umanità istintiva, dalla quale ci siamo allontanati da diverse generazioni.
• Agli occhi di un occidentale che vive in una società secolarizzata, vedere qualcosa che ovunque richiama la religione rappresenta un elemento di sorpresa. Che il Tibet esista in funzione della sua religione era cosa risaputa, ma non ci attendevamo che lo Sri Lanka fosse similmente impregnato di spiritualità. L’importanza della religione nella vita di tutti i giorni fa sì che i monaci abbiano ancora un’importanza rilevante come il nostro clero nella prima metà del secolo scorso.
• L’assenza dei mantra e delle bandiere di preghiera stenta a farci trovare in perfetta sintonia con questo tipo di buddhismo, ma probabilmente siamo talmente pervasi da quello tibetano e dal contesto in cui si trova da far creare in noi un’ingiusta classifica.
• Il fatto che il buddhismo non abbia un’autorità suprema vivente, se da un lato impedisce gli scismi come avvenuto nel cristianesimo, dall’altro crea tante religioni locali quante sono le culture sulle quali queste sono andate a posarsi. In questo caso è molto impregnato di induismo ed ancora parecchio diverso dal theravada visto in altri Paesi dell’Asia meridionale. Il fatto che lo Sri Lanka sia stato fra i primi Paesi ad essere raggiunto dal buddhismo non dopo il III secolo a.C. e non avendo avuto grandi influenze nei secoli successivi, fa sì che venga considerato in qualche modo come quello originale, e per questo forse è così vicino all’induismo, e venga considerato come riferimento per gli insegnamenti delle dottrine theravada, essendo sbarcato sull’isola nei primi tempi di divulgazione della religione buddhista.
• Lo Sri Lanka non ha mai vissuto un vero periodo di pace, non che l’Europa possa essere maestra in merito. Fin dagli albori si sono viste invasioni e scontri con i tamil provenienti dal sud dell’India, per continuare lungo quasi cinque secoli contro le potenze coloniali di Portogallo, Olanda e Inghilterra nell’ordine. Una volta ottenuta l’indipendenza sono proseguite le laceranti guerre civili fra singalesi e tamil, che hanno visto prodursi ogni genere di atrocità. Il Paese sta vivendo da sette anni un periodo di tranquillità e, complice il terrorismo o l’instabilità presente in molte altre destinazioni di vacanze balneari, vede uno sviluppo significativo, nella speranza di poter continuare l’andamento positivo. Le nuvole che si addensano potrebbero essere legate al terrorismo di matrice islamica, che sembra aver creato alcuni proseliti all’interno. Tuttavia non si sono ancora verificati attentati e si vive in uno stato d’allerta non dissimile a quello presente nel resto del mondo.
• È significativo che, pur nella crudezza della lotta fra le due fazioni durante la guerra civile, la religione non sia mai stata un argomento o pretesto di discriminazione. Ciò è riconducibile alla vicinanza fra buddhismo e induismo, resa particolarmente forte proprio in Sri Lanka. Questo non ha tuttavia impedito la nascita di gruppi buddhisti nazionalisti che hanno fomentato odi contro gli appartenenti ad altre etnie e religioni in un legame singalese-buddhista che in non rare occasioni ha visto la religione eccedere nelle decisioni politiche.
IT
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