Giorno 4
Kaudulla, Sigiriya
Maestosità della natura al Kaudulla N.P. e della storia a Sigiriya
All’alba nel Kaudulla National Park
Ritrovo alle 5.30, ma veniamo svegliati qualche minuto prima da una sorta di muezzin buddhista che con l’altoparlante prega, canta e predica come se fossimo in pieno giorno. Ci verrà spiegato che la gente di solito va a dormire abbastanza presto e un’omelia di buon mattino rappresenta un ottimo viatico per rafforzare lo spirito dei fedeli piuttosto che suscitarne le ire. Partiamo per il Kaudulla National Park: prendiamo con noi i box per la colazione che consumeremo non appena ne avremo il tempo, dopo aver visto quanti più animali possibile. In verità avevamo previsto di vedere il parco di Minneriya ma ci viene detto che in questi giorni la maggioranza degli elefanti si trova a Kaudulla, pertanto optiamo senza problemi per questa seconda destinazione. Siamo nella stagione secca, gli animali si spostano lungo i cosiddetti “corridoi” in cerca di vegetazione ma soprattutto di acqua per dissetarsi.
Con il nostro van ci rechiamo a Habarana, dove ci trasferiamo sulla jeep con la quale effettueremo il safari. Nei parchi occorre andare con operatori autorizzati e non si può scendere dai mezzi. Con un viaggio di circa mezz’ora raggiungiamo l’ingresso di Kaudulla e da qui proseguiamo su strada sterrata. Per la verità gli autisti sono liberi di girare come vogliono, pertanto le strade diventano un’opzione del tutto marginale, creando percorsi nella savana e distruggendo il manto erboso. Le pozzanghere e gli avvallamenti vengono aggirati un po’ ovunque, con la conseguenza che quella che dovrebbe essere una zona protetta si trasforma in un campo di percorsi off road. Questo scempio, in netto contrasto con la salvaguardia naturale, risulterà come una delle rare occasioni in cui il rispetto ambientale passa in secondo piano.
Arrivando presto si presenta davanti a noi uno spettacolo incredibile: elefanti pressoché ovunque, intenti a far colazione con erba e fronde, accompagnati dagli innumerevoli uccellini bianchi che li seguono fedelmente come ne fossero dei candidi angeli custodi, e sciacalli che in gruppo vanno alla ricerca di prede. Restiamo stupiti alla vista di questi canidi, soprattutto per la pessima nomea che si portano dietro considerando l’allocuzione che intendiamo trasposta alla razza umana. Differentemente da tali uomini, gli sciacalli hanno una loro funzione nell’equilibrio della natura e si cibano di prede morte o per le quali la selezione naturale ha tolto le forze di fuggire. Gli umani bollati come sciacalli si predano in modo simile, ma la loro funzione non ha nulla a che vedere con l’equilibrio delle cose: sono essi stessi gli artefici di uno squilibrio tanto naturale quanto sociale. Fra gli altri animali immortalati nelle nostre riprese si trovano pavoni, maschi e femmine, cervi e ogni varietà ornitologica. Il sole che nel frattempo sorge da dietro gli alberi viene a portare il nuovo giorno e il suo riflesso rende scintillante la rugiada che la notte aveva depositato sui prati. Solo questo varrebbe la sveglia di buon’ora; il capitale degli animali che escono dalla giungla accresce ulteriormente il patrimonio davanti a noi. Un lago fa da sfondo e colpisce come dall’acqua spunti un bosco di alberi morti. Viene da pensare che fossero preesistenti all’inondazione del bacino e siano morti in piedi a testimonianza del loro passato. Tale foresta richiama alla mente le tristi immagini di Urla del silenzio, ma fortunatamente in questo caso non si porta dietro storie tragiche, solo la creazione di uno spazio acquatico per favorire l’agricoltura nei dintorni. In effetti la gestione delle acque è essenziale per la vita in zona: già dal III secolo a.C. sono stati creati dei bacini in modo da conservare l’acqua proveniente dalle abbondanti piogge che scendono nel periodo monsonico per usarla durante i mesi asciutti nell’irrigazione delle coltivazioni. Opere di canalizzazione portano a capire quanto fossero già evoluti i sistemi d’ingegneria idraulica del passato. Ci fermiamo proprio in prossimità del lago per consumare la colazione, quando sono ormai passate le 9 e la nostra “caccia” ha superato i suoi momenti più acuti. È un angolo di pace, non si vedono altre jeep e il motore spento ci consente di udire distintamente il silenzio del parco, interrotto solo dal canto degli uccelli e dal delicato frusciare delle foglie alla brezza resa ormai tiepida dal sole.
Tra fattoria, spezie e villaggi
Dopo quasi quattro ore di sobbalzi contiamo di esserci meritati un massaggio ayurvedico che ad Habarana sembra proprio non mancare. Ne usciamo un’ora dopo rigenerati e unti, portandoci dietro un odore melenso di olio che fra i capelli sostituisce la brillantina. La doccia di stasera rappresenterà un toccasana per toglierci di dosso la pesante fragranza.
L’esperienza successiva è un breve saggio sulla produzione della seta, con negozio annesso. O forse sarebbe più opportuno dire il contrario. Sfilando in mezzo a splendidi sari e sarong che tuttavia poco s’integrerebbero nel contesto occidentale, procediamo all’acquisto di qualche capo che reputiamo possa essere più utile e indossabile alle nostre latitudini.
Nel viaggiare in un Paese nuovo non ci si deve limitare soltanto a visitare siti archeologici o naturali: consideriamo che la parte più interessante sia conoscere come vive la gente o vedere delle piante i cui frutti si mangiano o si bevono quotidianamente. Per colmare parzialmente tale ignoranza ci buttiamo in una sorta di triathlon con il pranzo in mezzo. Si parte su un carro trainato da un bue, esperienza decisamente naïf e forse evitabile, ma stiamo al gioco; si prosegue attraversando il lago su un’imbarcazione a remi per giungere in una farm e rientrare dopo pranzo su un tuk tuk. La parte interessante è stata proprio la sosta in questa piccola fattoria, per vedere le coltivazioni e apprezzare i gesti della semplice quotidianità, che richiedono manualità e destrezza. Vediamo così spaccare una noce di cocco, separare la crusca dai chicchi di riso o preparare una farina tritando delle spezie con la macina di pietra. Facciamo conoscenza con le piante di cacao, manioca, mango, di cui esistono quindici tipi diversi, jackfruit, l’albero del pane, e molte altre piante esotiche. Del caffè conosciamo le due varietà arabica e robusta, anche se a prima vista non si notano grandi differenze. Inoltre apprezziamo la preparazione del pranzo da parte della padrona di casa: pesce di lago essiccato, intingolo di mango, lenticchie, pappatam, patata dolce tagliata sottilissima e fritta nell’olio di cocco creando così delle chips croccanti, melanzane con cipolla, noce moscata, semi di senape o altre erbe e peperoncino dolce, tutto da prendere per così dire “a buffet”. Il piatto nel quale abbiamo mangiato presentava una foglia di piantaggine sulla quale si posavano gli assaggi. Assaporare quanto appena cucinato in tale contesto è un’esperienza da non perdere. La cultura è anche questo e l’arricchimento passa tramite piccole nozioni e lezioni di quotidianità. I costumi locali non prevedono l’uso di posate, pertanto i fini occidentali, dopo essersele lavate, devono pinzare il cibo fra le dita e portarlo alla bocca. Un gesto che quando lo si faceva da piccoli anticipava l’educativo scapaccione materno e per questa ragione ci vede ancora recalcitranti e bloccati. Non essendoci altro mezzo e non volendo sfigurare, ci avventuriamo in tale modo primordiale di desinare, prestando attenzione a non far cadere i chicchi di riso che sono più difficili da trattenere. I locali cercano di farne una pallina che consenta maggiore coesione. Una lavata di mani alla fine decreta che il pasto è terminato e si può fare rientro.
Lungo la strada che taglia in due un villaggio vediamo delle bandiere bianche ai lati delle case: scopriamo essere il segno che è morto qualcuno, espressione di lutto. In effetti sappiamo che il bianco è il colore che si abbina alla perdita di qualcuno, ma curiosamente sta anche a indicare la purezza o il colore dell’abito nuziale della sposa.
Mentre Sigiriya si sta avvicinando, il discorso prosegue affrontando argomenti seri. Anche il buddhismo theravada prevede la reincarnazione seguendo il ciclo della vita legato al comportamento di ciascuno nella sua esistenza precedente e al proprio karma, pertanto si pone il massimo rispetto per ogni essere del regno animale. Ci viene raccontata la leggenda che vede il basto di un bue rompersi in due pezzi, i quali cadono per terra e vengono trascinati verso il mare galleggiando in due fiumi diversi: si ritrovano, rinsaldandosi, e tornano a formare il foro al centro del basto. Quando la tartaruga marina uscirà dal mare vedendo la luna attraverso questo foro, quello sarà il giorno in cui non ci sarà più la luna. La morale è che certi eventi possono accadere, ma la probabilità che si verifichino è estremamente rara. Diversamente da altre civiltà che fanno capo alla stessa religione, qui si tende a seppellire i defunti, mentre di regola i monaci vengono cremati. Pratica sempre più frequente anche fra la gente comune, soprattutto nelle grandi città dove si cerca di non estendere troppo i cimiteri. Un problema che si sta intensificando è la donazione di organi per necessità economica. Accanto alla libera scelta, esistono traffici illegali dove i poveri si vedono costretti a vendere un organo, ma a guadagnarci sono unicamente le cliniche e gli intermediari. Apprendiamo inoltre che i matrimoni buddhisti avvengono nei locali dove si fa il pranzo, qui si espletano le formalità di carattere civile ed eventualmente arriva un monaco a impartire una sorta di benedizione. La religione finisce per avere un ruolo marginale rispetto al complesso del rito. Divorziare non è facile, fatta eccezione se sono entrambi i coniugi a richiederlo. In altre situazioni costa assai caro. Apprendiamo che ci sono scuole singalesi, tamil e musulmane e gli alunni delle diverse etnie hanno diritto di scegliere, fatta eccezione per i singalesi, i quali devono iscriversi in una scuola della loro etnia. Questa, che a prima vista potrebbe sembrare una discriminazione, è al contrario un modo per portare più gente possibile verso la cultura maggioritaria. Ciò rende comunque ben conto di come sull’isola convivano tre etnie, religioni e stili di vita paralleli che probabilmente non s’incontreranno mai. È già un risultato che non si scontrino. I colori rivestono anche qui dei caratteri simbolici: bianco per il lutto buddhista, giallo quando muore un monaco. La lingua singalese non ha nulla a che vedere con l’indiano o, se ce l’ha, ha qualche lontano legame con idiomi del nord dell’India e col sanscrito. Di conseguenza lingue singalesi e tamil non hanno il minimo punto d’incontro. Addirittura, se un tamil non parla il singalese, il minimo denominatore diventa l’inglese.
Sigiriya al tramonto
Sigiriya, se da un lato non rappresenta il luogo principe dove si è fatta la storia civile o religiosa dello Sri Lanka, è sicuramente il sito per eccellenza da visitare, legato alla peculiarità morfologica del luogo. Non ci risulta esista un altro sperone cilindrico di roccia che esce dalla terra e strapiomba per 200 metri e sul quale poggino le vestigia di un’antica città. La stessa salita lungo le scalinate impone di non patire le vertigini, anche se tutto è ben protetto da alte inferriate. La vista dalla sommità risulta per conseguenza splendida sulle pianure e le dolci colline circostanti. Se affrontare l’interminabile scalinata nel pomeriggio rappresenta un gesto di disprezzo verso la fatica e il sudore, la remunerazione di un tramonto dalla cima è moneta che cancella ogni stanchezza. Una visita attenta ci porta a capire come le esigenze di difesa avessero richiesto a una comunità di rifugiarsi in un luogo tanto ostico e inospitale, oltre a comprendere come i monaci che successivamente l’abitarono fossero stati in grado di trovare qui la tranquillità per le loro meditazioni. Meditazioni che in realtà potevano essere a tratti disturbate dalle immagini delle fanciulle di Sigiriya poste a metà salita, rappresentazioni pittoriche nelle quali alcune ragazze dalle forme audaci, per non dire prorompenti, catturano l’attenzione del più casto fra i visitatori. Riesce difficile immaginarsi quali rivoluzioni ormonali possano avere avuto sui poveri monaci votati a una vita di preghiera e rinunce.
Anche la zona antistante la rocca è di estremo interesse per i suoi bacini contornati di verdi giardini. Da qui si sale lungo le scale a sbalzo aggiunte in epoca recente per arrivare alla Porta del Leone, un piazzale a mezza quota da cui si transitava, suggestivo il fatto che l’ingresso si trovi proprio fra gli artigli del felino di pietra, per accedere alla parte superiore, una cima spianata dove si trovava il palazzo reale. Il momento del tramonto porta con sé pensieri che toccano le corde dell’anima, riflessioni storiche ed esistenziali si inseguono mentre il sole lancia i suoi ultimi raggi di un arancione intenso da accendere la rocca. Fili d’erba ondeggiano quasi a salutarlo e a dargli appuntamento per il giorno a venire. Poco dopo le 18.15 siamo nuovamente alla base insieme agli ultimi che si erano attardati nella discesa. Nelle vicinanze si vedono ancora statue che richiamano la religione cristiana anche se ci troviamo ormai in una zona a netta prevalenza buddhista. L’induismo lo si trova nella zona delle piantagioni o nel nord. Le raffigurazioni di Shiva o Vishnu sono parte dell’effetto sincretico esercitato fra le due grandi religioni asiatiche.
Rientriamo nuovamente al nostro hotel di Dambulla. Questa sera non abbiamo fatto tardi e possiamo cenare tranquillamente. Gli hotel normalmente presentano buffet nei quali si può spaziare dagli spaghetti alla napoletana fino alla cucina locale, kottu rotti e hoppers, con piatti creati all’istante da abili chef singalesi. È ovvio che le nostre preferenze vadano per la seconda: se avessimo voluto mangiare la pasta verace sarebbe stato sufficiente, e più facile, recarsi in Campania. Come dessert si trova quasi ovunque il curd, una cagliata alla quale occorre aggiungere del miele per addolcirla. Ci si serve da grandi contenitori in terracotta.
IT
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