Giorno 3

Ritigala

Ritigala, l’eremo riscoperto, e Polonnaruwa, la seconda capitale storica

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Ritigala

Ritigala, rovine nella giungla

La misteriosità di Ritigala è essenziale per rendere il posto affascinante: di per sé non sarebbe nulla di speciale, solo alcune antiche fondamenta che potevano essere zone abitative o di preghiera, collegate da una scalinata, un buon nutrimento per archeologi. Ma il fatto che tutto sia immerso nella giungla più fitta e che si debbano interpretare rovine vecchie di un paio di millenni rende l’ambiente molto accattivante. Era il posto ideale per stabilirvi un eremo dal quale rifuggire la società e vivere con quanto offre la natura circostante. Anche se la società dei tempi passati non doveva essere molto invadente, i monaci hanno preferito ritirarsi fra questi alberi per meditare in povertà sulle scritture. Ci poniamo delle domande e ci diamo delle risposte, dal momento che tanto sul luogo quanto sui libri non troviamo grande aiuto. È forse proprio per questo che la fantasia prende il sopravvento e ci immaginiamo il monastero animato dalle figure che lo frequentavano nell’antichità. Lasciamo Ritigala con la sua aura di mistero.

Il pranzo avviene nello stile che ci siamo prefigurati: in un contesto agreste gustiamo una serie di specialità locali, alcune un po’ piccanti ma nel complesso squisite, cucinate in contenitori di terracotta sul fuoco vivo, riattizzato al bisogno per mantenere calda la pietanza. A breve verremo a sapere che il peperoncino si usa in prevalenza nei piatti locali in quanto si dice che scaldi la bocca ma rinfreschi il corpo, mentre il pepe provocherebbe l’effetto contrario: cionondimeno esistono piatti che infiammano letteralmente la bocca e a questo punto il divampare dell’incendio resta inevitabile. L’unico estintore può essere il riso bianco, rosso o nero, cotto al vapore e consumato in abbondanza. La frutta accompagna la fine di ogni pasto ed è un festival del gusto: angurie, papaya, ananas, uva e banane, più raro il mango nonostante gli alberi si trovino pressoché ovunque e sia delizioso. Anche il contesto coreografico sotto una tettoia decorata è decisamente apprezzabile.

Polonnaruwa, la figlia di Anuradhapura

Ma la parte “archeologica” della giornata deve ancora entrare nel vivo: se ieri abbiamo visitato la madre, Anuradhapura, oggi tocca alla figlia Polonnaruwa, più giovane, divenuta importante all’inizio dell’XI secolo, e pertanto meglio conservata pur se non altrettanto imponente a causa di una storia decisamente più breve. Difficile non essere tentati di ripercorrere quei tempi in cui la nobiltà investiva tutti gli averi per creare una capitale sfarzosa mentre i nemici tamil stavano per scendere dal nord e avrebbero conquistato anche questa città, spingendo il regno singalese sempre più a sud. Regno che avrebbe vissuto tempi di rivalsa, ma su altre frequenze, lasciando che le due capitali venissero dimenticate dalla storia e invase dalla giungla, per esserci riconsegnate nel loro antico splendore dalla fitta vegetazione, consentendo agli archeologi di ricostruire storie e vite trascorse in un passato tanto remoto fra palazzi, monasteri e templi buddhisti.

Mentre rientriamo incontriamo alcuni elefanti che camminano pigramente lungo la strada. In effetti la zona è conosciuta per i possibili avvistamenti anche fuori dai parchi e il momento del tramonto coincide proprio con quello in cui i pachidermi escono per far provviste per la cena.

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