Giorno 15
Angkor II
Angkor Thom, Bayon, Angkor Wat e Phnom Bakheng: il mito khmer tra pietra, tramonto e turismo.
Angkor Thom e la porta sud
Oggi è finalmente il grande giorno della scoperta, almeno da parte nostra, dei tesori archeologici di Angkor. Alle 8 siamo pronti a partire e, dopo pochi minuti, varchiamo l’ingresso del sito. È una delle aree archeologiche più estese del mondo: gli archeologi vi hanno classificato centinaia di monumenti di primaria importanza. Templi muschiosi sorretti dalle radici di alberi secolari, antiche pietre scolpite con figure danzanti che sembrano animarsi ai primi raggi di sole, torri riflesse in immobili specchi d’acqua o incendiate dai tramonti rosso fuoco: Angkor è tutto questo insieme.
Capitale dell’impero khmer dal IX al XV secolo, Angkor conserva templi che testimoniano ancora oggi la potenza e la gloria raggiunte da questa civiltà, molti dei quali restano nascosti o avvolti dall’intrico della vegetazione. Entriamo dal South Gate, un ingresso imponente con due naga che corrono lungo il parapetto verso il lago artificiale, e andiamo subito verso il complesso di Angkor Thom. Il mattino presto è il momento migliore per visitarlo.
Angkor Thom è una città fortificata costruita verso il 1180, con mura imponenti e porte monumentali erette tra il 1181 e il 1220 da Jayavarman VII. Se Angkor Wat è il capolavoro dell’induismo classico, Angkor Thom testimonia il passaggio a un’ispirazione diversa, quella del buddhismo mahayana, maturata dopo la catastrofe del 1177, quando Angkor fu travolta dall’invasione dei Cham provenienti dall’attuale Vietnam. Portavoce di questo cambiamento fu Jayavarman VII, che ristrutturò completamente Angkor e avviò una febbrile campagna edilizia.
Dal Bayon ad Angkor Wat
Iniziamo dal bellissimo Bayon, al centro del quadrilatero fortificato, dedicato al Buddha. È caratterizzato da bassorilievi di enorme realismo e dai grandi volti in pietra, inquietanti nel loro sorriso enigmatico, che hanno creato una parte decisiva del mito di Angkor. Fanno corona a 54 torri-santuario, al culmine di ognuna delle quali quattro enormi volti, orientati verso i punti cardinali, proiettano l’immagine del bodhisattva Lokeshvara. È forse il più enigmatico e suggestivo tra i templi khmer.
Entriamo dalla porta sud e percorriamo i primi due livelli, prestando molta attenzione alle storie epiche e di vita quotidiana narrate dai bassorilievi. Proseguiamo verso due templi-montagna più antichi: il Baphuon, del 1050, di forma piramidale e dai bei decori, e il Phimeanakas, del 968. Il primo lo vediamo dall’esterno perché è in corso una ristrutturazione, mentre del secondo scaliamo le ripide scale di pietra per goderci il paesaggio sottostante. Quest’ultimo era legato alla residenza della famiglia reale, mentre il Bayon era destinato al culto.
Seguono il Preah Palilay, tempio molto semplice, e il Tep Pranam, dove si trova un Buddha alto circa 4,5 metri. Vediamo poi la Terrazza del Re Lebbroso, piattaforma di 7 metri di altezza sulla quale è collocata la presunta statua del fondatore di Angkor, morto di lebbra secondo la leggenda, e la Terrazza degli Elefanti, un tempo usata come tribuna e così chiamata perché decorata da una parata di pachidermi.
Pranziamo in un ristorante proprio di fronte ad Angkor Wat e, nel primo pomeriggio, mentre buona parte dei turisti resta con le gambe sotto il tavolo e il sole splende torrido nel cielo, ci dirigiamo verso il tempio più celebrato.
Angkor Wat è l’immagine che si vede ovunque, il capolavoro indiscusso dell’architettura e dell’arte khmer. Con i suoi raffinati bassorilievi, è l’emblema della Cambogia e il simbolo dello stupendo Medioevo del Sud-Est asiatico. Immenso tempio dedicato a Vishnu, costruito verso il 1115, rappresenta ancora oggi l’unità del popolo cambogiano ed è raffigurato sulla bandiera nazionale. Fu fatto costruire da Suryavarman II, il “re protetto dal sole”, che volle farne anche il proprio mausoleo.
La costruzione iniziò nel 1122 e terminò intorno al 1150, l’anno della morte del sovrano. Angkor Wat occupa un’area di circa 2 milioni di metri quadrati, circondata da un fossato largo 200 metri. Il perimetro esterno misura circa 1.800 per 1.300 metri, mentre il santuario centrale culmina con il profilo raffinato delle cinque torri che dominano il paesaggio. È l’unico grande tempio rivolto a occidente, in direzione del tramonto, sulla via dei morti.
Eretto mentre in Italia si consacrava la cattedrale di Pisa e a Parigi si costruiva Notre-Dame, Angkor Wat presenta chilometri di bassorilievi scolpiti su pareti, porticati e gallerie, con scene tratte dai grandi poemi epici indiani. Percorriamo le gallerie ovest e sud, arriviamo al secondo livello e facciamo il giro del lato meridionale. Passiamo per le quattro vasche simmetriche delle abluzioni, la Hall of Echoes, e rientriamo. Vicino all’ingresso si nota anche un pilastro crivellato di colpi d’arma da fuoco durante la guerra civile.

Per cogliere meglio le armonie di Angkor Wat, a pochi chilometri c’è una mongolfiera che si alza di circa 200 metri: è l’occasione per una magnifica veduta dall’alto. A seguire noleggiamo un tuk-tuk per fare il little circuit.
Little circuit, tramonto e danze apsara
Il circuito comprende il Prasat Kravanh, del 921, con cinque santuari dalle forme eleganti dedicati al culto di Vishnu; il monastero di Banteay Kdei, la “cittadella delle celle”, costruito da Jayavarman VII alla fine del XII secolo e dedicato al Buddha Lokeshvara; e il Ta Keo, tempio dedicato a Shiva. Quest’ultimo, in pietra grigio-verde, risale circa al 970, ha cinque alte torri ed è singolare perché privo di decorazioni scolpite. Saliamo tre rampe di scalini ripidissimi.
Mentre il sole si prepara a scendere, vediamo il Thommanon illuminato alla perfezione. I templi venivano costruiti usando dura laterite nella parte interna, come sostegno, e arenaria all’esterno, più adatta alla scultura. Molti bassorilievi, tanto al Bayon quanto nella Terrazza degli Elefanti o ad Angkor Wat, non sono terminati: questo lascia pensare che, quando tutto fu abbandonato, vi fossero ancora opere in corso.
Le prime opere sono ispirate all’induismo; il Bayon fu costruito da Jayavarman VII, che aveva abbracciato il buddhismo mahayana, mentre il suo successore tornò all’induismo e modificò o distrusse molte tracce buddhiste. I restauri in corso sono sponsorizzati da Unesco, Francia, Svizzera, Giappone, Stati Uniti e India, ma non sembra che la Cambogia offra un supporto proporzionato al valore dei propri monumenti storici.
Con il tuk-tuk e la sua simpatica guida rientriamo verso il punto d’incontro con i nostri numi tutelari, mentre il sole ha iniziato la discesa finale. Per goderne colori ed emozioni saliamo al Phnom Bakheng, una collina alta 65 metri e uno dei templi più antichi dell’area, risalente circa all’890. Da qui si gode una bella vista su Angkor e sul Western Baray, grande lago artificiale fatto scavare in tempi antichi come riserva d’acqua per la coltivazione del riso. Alle 17.40 vediamo il sole calarsi dietro la giungla in un’iride di colori caldi e salutiamo il sito di Angkor con legittima stanchezza.
Rientriamo nel XXI secolo e veniamo proiettati in un ambiente opposto. La cena si svolge all’Amazon Angkor, ristorante da grandi ricevimenti, con tavoli sotto il palco dove va in scena uno spettacolo di danze apsara, le ninfe celesti del paradiso induista, simbolo di eleganza e maestria nella danza. È il classico clima turistico, con signore eleganti in abiti da sera del tutto fuori contesto. Il buffet è buono, per quanto adattato ai palati di turisti orientali e occidentali. I balli sono splendidi e riprendono con maggiore professionalità quanto avevamo già visto a Baray, anche se la semplicità di quell’ambiente e le motivazioni dei bambini ci restano più simpatiche.
Non riusciamo invece a farci piacere la musica cambogiana, fatta di nenie ripetitive e poco orecchiabili, fino a rasentare il fastidio. Stiamo al gioco e recitiamo la parte dei signori in questo posto da turisti davvero per caso.
Siem Reap, la bolla turistica di Angkor
Siem Reap è anche e soprattutto questo: non occorre essere grandi osservatori per capire che vedere questa città non significa vedere la Cambogia. Del resto, se passano per Angkor milioni di turisti in un Paese tra i più poveri del mondo, ci sono molte ragioni per sfruttare al massimo la ricchezza generata dal sito. Resta il rammarico di vedere come i benefici finiscano nelle mani di pochi. Solo una parte limitata degli introiti sembra tornare davvero al restauro e alla tutela dei monumenti.
La città è un’isola nel deserto della miseria. Non che gli abitanti vivano bene, ma il turista trova qui tutto ciò che cerca. Ci saremmo aspettati un turismo più orientato all’avventura o alla ricerca storica; invece molti sembrano arrivare quasi per caso, come appendice organizzata di vacanze nelle località balneari thailandesi, a poco più di un’ora di volo. Nel centro di Siem Reap si incontrano persone più adatte alle spiagge tropicali che alle vestigia storiche.
Ovunque vediamo bambini che mendicano o cercano di vendere qualcosa. Appiccicosi come mosche, fanno tenerezza, con gli occhi persi nel nulla, a chiedere qualcosa di cui forse non hanno nemmeno piena idea. Alcuni ripetono “one dollar” con una cantilena imparata dagli adulti. È alto anche il numero di persone che vediamo gironzolare intorno alle misere palafitte o sonnecchiare sulle amache poste all’ombra.
Resta vero che il Vietnam appare in media meno povero della Cambogia, ma soprattutto sembra animato da un orgoglio che porta a evitare certe forme di parassitismo. La Cambogia, al contrario, appare più liberale nel senso peggiore del termine: prostituzione, droga, corruzione, prezzi in dollari e riel trattato quasi come valuta secondaria. È difficile però restare insensibili davanti ai bambini o ai gruppi di mutilati dalle mine che suonano negli angoli più frequentati. Quello delle mine resta uno dei problemi maggiori: l’opera di sminamento è costante, ma nel Paese continuano a esserci feriti e morti per le esplosioni. L’unico aspetto positivo rispetto al vicino Vietnam è il minor traffico, probabilmente dovuto alla maggiore ruralità della popolazione e al fatto che molti non riescono nemmeno a permettersi uno scooter.
IT
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