Giorno 11

Saigon

Guerra e pace a Saigon. L’immenso Delta del Mekong, dove le storie dell’Asia confluiscono.

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Saigon

Saigon tra cattedrale e vecchia posta

Usciamo dall’hotel alle 8.00 per visitare la Cattedrale di Notre Dame, chiamata anche Duc Ba, eretta nel 1877 in stile neo-romanico. È domenica e all’interno si sta celebrando la messa, ma il vietnamita resta per noi incomprensibile. All’uscita incontriamo una coppia di sposi impegnata nelle fotografie di rito: almeno questi si sposano di domenica, mentre in Vietnam abbiamo visto matrimoni praticamente in ogni giorno della settimana.

Dall’altro lato della piazza entriamo nella Posta Centrale, spesso attribuita a Gustave Eiffel. L’edificio è passato indenne attraverso le varie epoche: sulle pareti campeggiano antiche carte della parte meridionale del Paese, la Cocincina coloniale, mentre sul fondo domina il grande ritratto di Ho Chi Minh. Il volto allungato e l’espressione sospesa fra mistico religioso e vate politico danno quasi l’impressione che anche il Vietnam abbia la sua Gioconda.

La guida ci racconta che lavorare alle poste è molto ambito. L’impiego pubblico garantisce stipendio, stabilità e pensione, privilegi che molti lavoratori privati non hanno. Il rovescio della medaglia è il sistema delle raccomandazioni e delle tangenti: per ottenere certi incarichi, ci spiega, bisogna pagare somme enormi rispetto al salario medio vietnamita. È un altro dettaglio che aiuta a capire perché tanti lavorino sette giorni su sette, senza una vera protezione sociale.

Museo della guerra

Il programma cambia perché chiediamo alla guida di saltare, almeno per oggi, l’ennesimo mercato. Preferiamo visitare il Museo dei crimini di guerra, oggi noto come War Remnants Museum, testimonianza tragica e durissima del conflitto. Il racconto è chiaramente di parte e la retorica del regime è evidente, ma sarebbe impossibile liquidare tutto come propaganda davanti a una catastrofe di quelle dimensioni.

Al piano terreno sono esposte armi e bombe, mentre al primo piano si trova una vasta raccolta fotografica: immagini celebri, scene atroci, conseguenze del napalm e dell’agente Orange. Una sezione è dedicata ai reporter di guerra, molti dei quali hanno pagato con la vita il tentativo di documentare il conflitto. All’esterno sono allineati mezzi militari, tra cui elicotteri per il trasporto truppe e lanciamissili.

All’uscita scopriamo un’ulteriore sezione: la ricostruzione delle celle in cui venivano rinchiusi i viet cong, una ghigliottina utilizzata ancora durante il periodo francese e la tristemente famosa gabbia della tigre. Il solo pensiero di quella tortura, con i prigionieri costretti sotto il sole tra filo spinato e immobilità, basta a far rabbrividire.

Agente Orange
L’agente Orange non fu solo un’arma contro la vegetazione: lasciò conseguenze umane per generazioni.

Cholon e la pagoda Thien Hau

Con una decina di minuti nel traffico, che neanche la domenica mattina accenna a diminuire, ci spostiamo a Cholon, la Chinatown di Saigon. Qui visitiamo il tempio cinese Thien Hau, la più antica pagoda cinese della città. Il luogo è molto frequentato da donne che portano offerte alla Signora Celeste, protettrice di mercanti e marinai. L’ambiente è immerso nei fumi dell’incenso e conserva un’intensità che resiste anche al traffico e alla città moderna che preme fuori dalle porte.

Sulle pareti si vedono fogli rosa che testimoniano fortuna e prosperità ottenute: sono ringraziamenti dei fedeli che ritengono di aver ricevuto una grazia. Si dice anche che nella zona dei templi non avvengano inondazioni, terremoti o pericoli di altro genere. Al di là della credenza, il quartiere conserva davvero un’identità propria: l’imperatore Minh Mang fece arrivare migliaia di cinesi per aprire i commerci con la Cina; col tempo Cholon è stata inglobata da Saigon, ma non ha perso del tutto il suo carattere.

Cholon, la Saigon cinese
Cholon non è solo una Chinatown turistica: per molto tempo è stata quasi una città separata.
Thien Hau, la Signora Celeste
Thien Hau è venerata dalle comunità cinesi del Sud-est asiatico come protettrice di marinai e mercanti.

Lacche, memoria e figli della guerra

Dal sacro del tempio passiamo al laboratorio specializzato nella produzione delle lacche. Ci viene illustrato il processo di lavorazione: la lacca è una resina vegetale e gli oggetti vengono decorati con frammenti di conchiglie marine, guscio d’uovo o pitture a pennello. Il procedimento richiede anche tre mesi, fra lucidature, strati successivi e finiture.

Uno degli artigiani attira la nostra attenzione: ha lunghi capelli biondi, ma lineamenti chiaramente orientali. Avrà circa quarant’anni e, senza cercarlo, ci troviamo davanti a uno dei tanti figli della guerra. Gli americani non portarono solo distruzione: in alcuni casi lasciarono anche figli nati da violenze, prostituzione o relazioni vere con donne vietnamite. Vogliamo credere che il laccatore appartenga a quest’ultima storia, quella meno tragica e più umana.

Verso il Delta del Mekong

Partiamo verso il Delta del Mekong attraversando My Tho e Cai Be, a circa 90 km da Saigon. A metà strada ci fermiamo in un ristorante pensato per i turisti, ma costruito in un contesto che conserva bene l’atmosfera locale. Nel menu spiccano una carpa impanata, servita verticalmente su un supporto, e un dolce di riso fritto che durante la cottura si gonfia fino a diventare quasi una palla perfetta.

Puntiamo su Can Tho, dove appare evidente l’urgenza di un ponte stabile tra le due rive del Mekong. Nonostante i traghetti lavorino senza sosta, l’attesa supera l’ora. Il rallentamento ci permette però di osservare la vita quotidiana: bastoncini d’incenso messi ad asciugare al sole, gusci di cocco lasciati seccare per essere usati come combustibile e contrattazioni tra massaie e venditrici ambulanti.

Commentiamo anche il ruolo dei motorini, vero status symbol della mobilità vietnamita. I modelli giapponesi costano molto più di quelli coreani o cinesi, e nelle grandi città se ne vedono di ogni tipo. Le motociclette più vecchie, come le Minsk di produzione russa, sembrano ormai riservate agli anziani che si spostano dalla campagna alla città per fare compere.

Notte presso privati a Can Tho

Sbarcati sull’altra riva raggiungiamo Cai Rang, dove incontriamo il signore che ci ospiterà per la notte. Parla un inglese discreto e trasmette una calma contagiosa. Sulla sua barchetta a motore percorriamo i canali fino alla casa, restando estasiati dal tramonto sul Mekong. Il sole, dopo una giornata a 35 °C, sembra gettarsi nel fiume per rinfrescarsi, colorando l’acqua.

Tramonto sul fiume Mekong con riflessi dorati sull'acqua in Vietnam e Cambogia.

L’ambiente è spartano, ma ci troviamo subito a nostro agio. La stanza non è certo di lusso, però per una notte va benissimo e sopra il letto c’è anche la zanzariera. La famiglia ha creato una piccola struttura agrituristica e sembra vivere interamente di questa attività. Gli spazi sono visitabili, così andiamo a sbirciare in cucina, dove tre fuochi sorreggono altrettanti wok. La tradizione vuole che i fuochi siano dispari.

A cena compaiono carpe appena preparate, involtini primavera e altri involtini da comporre a mano con carta di riso, insalata, pesce e verdure. L’anguria, coltivata nel terreno del padrone di casa, chiude una serata semplice e piacevole. Due passi all’aperto conciliano il sonno, che non tarda ad arrivare.

Il Delta del Mekong avanza
Il delta è un paesaggio in movimento, costruito lentamente dai sedimenti del fiume.

I ponti delle scimmie

Uno degli spettacoli più caratteristici del Delta del Mekong sono i ponti delle scimmie. Sono semplici passerelle pedonali ad arco, spesso costruite con tronchi irregolari e una sola sbarra di bambù come appoggio. Collegano case, orti e piccoli villaggi alle strade principali, sospesi sui canali a diverse altezze.

Per noi sembrano instabili, ma la gente del posto li attraversa con naturalezza, talvolta anche in bicicletta o con carichi pesanti in equilibrio sulle spalle. Il governo sta cercando di sostituirli con ponti più larghi e sicuri, ma nel delta ce ne sono migliaia e qualcuno resterà ancora a lungo, memoria pratica di un modo di vivere sull’acqua.

Ponti delle scimmie
Il nome viene dal modo in cui li si attraversa: piegati, rapidi e in equilibrio.
Pernottamento
Can Tho – presso privati

IT

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