Giorno 10
My Son
Salto nel glorioso passato Champa di Myson e volo a Saigon per il sabato sera.
My Son, rovine cham tra le nuvole
Oggi il programma prevede la visita del sito archeologico di My Son, situato circa 45 km all’interno rispetto a Hoi An. È il più importante complesso cham del Vietnam, centro religioso e culturale del regno Champa, con origini che risalgono al IV secolo. Qui si trova la più pregevole concentrazione di torri cham, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
Il sito conserva resti di santuari ed edifici, molti dei quali danneggiati o distrutti dai bombardamenti americani. Il regno Champa intratteneva rapporti commerciali e culturali con il mondo indiano e con Giava, dove si formavano anche alcuni eruditi. Oggi, però, il luogo non trasmette sempre la continuità con quella storia illustre: le erbacce avanzano, le torri mostrano segni di degrado e la guerra ha lasciato ferite evidenti.
Le costruzioni possono sembrare semplici ammassi di mattoni in rovina, ma raccontano un mondo diverso da quello vietnamita più noto. Anche gli archi e le strutture seguono tecniche lontane da quelle europee dello stesso periodo. Intorno, le montagne coperte di nuvole rendono l’ambiente suggestivo e quasi sospeso. Assistiamo anche a uno spettacolo di danze locali, poi ci avviamo per il ritorno passando fra risaie e campi di manioca. Lungo la strada incrociamo indirettamente un funerale, con persone in abiti tradizionali impegnate in sobrie danze di cordoglio.

Hoi An in bicicletta e volo per Saigon
Rientrati a Hoi An noleggiamo una bicicletta e ci dirigiamo verso la spiaggia di Cua Dai, dove passeggiamo fra i bagnanti. Non avendo il costume ci limitiamo a toccare l’acqua con le mani. Sulla via del ritorno ci fermiamo a pranzo in un locale e poi continuiamo a girare Hoi An in bicicletta. La giornata è calda, ma l’umidità resta sopportabile.
Restituite le bici, ci facciamo trovare puntuali all’incontro con l’autista e proseguiamo verso Danang, tornando indietro di circa 30 km. L’aeroporto è piccolo, con due soli gate, e la segnaletica stradale non aiuta: bisogna conoscere il vietnamita o avere un autista. Fortunatamente abbiamo la seconda opzione. Il volo Danang - Saigon parte alle 18.10 e arriva alle 19.20 con Vietnam Airlines.
A Saigon ci accolgono 28 °C e una nuova guida, una signora di 46 anni portati con una certa fatica. Fin dalle prime battute capiamo di essere entrati in un ambiente molto più caotico, o cosmopolita, a seconda dell’interpretazione. Ceniamo in un ristorante fin troppo lussuoso per i nostri gusti, dove soffriamo il freddo per un condizionatore troppo efficiente. In un Paese povero e caldo, anche l’aria condizionata diventa un modo per esibire opulenza.
Saigon di sera
Dopo cena passiamo in hotel a depositare le valigie e usciamo per scoprire la città nel sabato sera. Saigon conserva un piacevole aspetto coloniale, con ampi viali alberati, quartieri residenziali tranquilli e palazzine neoclassiche. Oggi è il cuore industriale e commerciale del Vietnam; i suoi abitanti sono famosi per il senso degli affari e per una gioia di vivere che sembra quasi opporsi all’austerità di Hanoi.
La città ha una storia recente intensissima, ma radici meno antiche di altre capitali asiatiche. A prescindere dal giorno della settimana, le vie del centro sono fiumi in cui scorrono moto e scooter di ogni genere. Le poche auto sembrano barche in mezzo alla corrente. Attraversare la strada richiede fede: si avanza lentamente, confidando che tutti ti evitino. Di solito funziona, fino a diventare quasi un gioco.
Il centro è ancora decorato per le feste, con un tripudio di neon che sembra una Las Vegas trapiantata in Estremo Oriente. La religione c’entra poco: Natale e Capodanno diventano pretesti per imitare il mondo occidentale e la sua immagine di ricchezza. La scenografia, però, è allegra e restituisce alla città un volto diverso da quello tragico con cui è spesso ricordata.
Passiamo davanti all’ex Municipio, oggi sede amministrativa del sud del Vietnam, illuminato a giorno e considerato uno degli edifici più fotografati del Paese. Poco più avanti incontriamo anche l’Opera, altro segno evidente dell’eredità coloniale francese.
Boat people, Hotel Continental e memoria coloniale
Davanti a un ristorante frequentato da rimpatriati benestanti, la guida ci parla dei vietnamiti del sud fuggiti dopo la fine della guerra. Alcuni dei cosiddetti boat people sono riusciti a rifarsi una vita all’estero e oggi rientrano investendo nel Paese natale. Molti altri, però, sono morti in mare o nei campi profughi. È una delle facce meno raccontate della guerra: dopo la vittoria, una parte del sud fu punita per aver vissuto dalla parte sbagliata.
Negli anni più duri il nome Saigon non poteva essere pronunciato ufficialmente, sostituito da Ho Chi Minh City. Oggi la città sembra aver rialzato la testa, anche grazie alla svolta economica che ha favorito soprattutto il sud, più aperto e commerciale. Le ferite del passato non sono dimenticate, ma l’unità del Paese non sembra più in discussione.
Dall’illuminazione dell’Opera ci fermiamo davanti all’Hotel Continental, luogo carico di memoria. Durante la guerra fu una base per giornalisti, corrispondenti e osservatori stranieri: molte narrazioni sul Vietnam del Sud passarono anche da qui, fra terrazze, stanze d’albergo e conversazioni diplomatiche.

Notre Dame e Palazzo Presidenziale
Raggiungiamo la cattedrale di Notre Dame, ben illuminata, dove un gruppo di fedeli è inginocchiato davanti a una statua marmorea della Madonna. Non deve stupire questo fervore religioso: in Vietnam la dimensione mistica è forte e spesso si esprime in modi diversi da quelli osservati altrove dalla stessa religione.
Le strade diventano via via meno illuminate e proseguiamo verso il Palazzo Presidenziale, anch’esso carico di storia. La foto del carro armato che ne sfonda i cancelli è diventata uno dei simboli della vittoria nordvietnamita e della fine della guerra. Rientriamo un po’ trafelati, consapevoli che a Saigon conviene prestare attenzione ai valori, e ci godiamo un meritato riposo.
IT
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