Giorno 13

Phnom Penh

Phnom Penh arrivando dal Grande Fiume. Cambogia: dura realtà.

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Phnom Penh

Addio al Vietnam, risalendo il Mekong

Oggi il programma ci porta fuori dal Vietnam e dentro l’avventura cambogiana. Lasciamo il Paese con un po’ di nostalgia: lo immaginavamo molto diverso, invece è riuscito ad ammaliarci e a convincerci che l’identità di un popolo non può essere ridotta alla memoria delle guerre. Il Vietnam merita di essere guardato anche attraverso la sua cultura, la sua energia quotidiana e una tradizione che va molto oltre le immagini più note del Novecento.

Alle 8.00 lo speedboat lascia l’attracco del porto fluviale di Chau Doc alla volta di Phnom Penh. In realtà è una falsa partenza: dopo un quarto d’ora il comandante si accorge di aver dimenticato il passaporto e dobbiamo tornare indietro. La seconda partenza è quella buona. Dopo un’ora di navigazione raggiungiamo il confine. Sostiamo prima alla dogana vietnamita, poi al controllo cambogiano, dove viene rilasciato il visto. Il tutto richiede circa un’ora, anche per colpa di alcuni viaggiatori non perfettamente in regola con la documentazione. Sul battello siamo una ventina di persone, esclusivamente turisti, quasi una piccola rappresentanza del mondo.

Superata la frontiera, il viaggio prosegue tranquillo risalendo il Mekong. In quattro ore nette raggiungiamo la capitale cambogiana, attraversando pianure di terra rossa e paesaggi fluviali dove colture e villaggi si affollano sulle rive. I pescatori sui sampan gettano le reti e attendono il momento giusto per sollevarle. Il grande fiume, ormai vicino alla fine del suo percorso, si prepara a dividersi nei rami del delta prima di buttarsi nel Mar Cinese Meridionale. L’acqua è scura, carica di limo e di storia, arrivata fin qui dalle montagne dell’Asia interna.

Fino a Phnom Penh non incontriamo ponti sul fiume; anche i traghetti e il traffico sono rari. Uno dei passaggi più significativi è Neak Luong, luogo ricordato anche nel film Urla del silenzio: qui un bombardamento americano, durante la guerra, provocò centinaia di vittime civili a causa di un errore nel tentativo di bloccare l’avanzata dei khmer rossi.

Il Mekong e i nove draghi
Nel sud del Vietnam il delta del Mekong è tradizionalmente associato all’immagine dei nove draghi.

Phnom Penh e il mercato di Skuon

L’approdo a Phnom Penh avviene in mezzo alla confusione degli scaricatori, pronti ad afferrare le valigie in cambio di una mancia. Pranziamo in un ristorante affacciato sul fiume, con uno splendido dehors e una cucina orientale addolcita per i gusti occidentali, comunque di ottima qualità. Qui conosciamo la nostra nuova guida: ha venticinque anni, modi raffinati e una cultura sorprendente.

Sono ormai le 15.00 quando lasciamo Phnom Penh in direzione nord-est, verso Kompong Thom. Lungo la strada ci fermiamo nella cosiddetta Spiderville. Il paese si chiama in realtà Skuon ed è famoso per il mercato dove vengono cucinati e venduti ragni fritti. Non ci sono solo quelli: sui vassoi troviamo anche cavallette e altri insetti. L’aspetto è ordinato e quasi gradevole, anche se per noi non proprio appetitoso, soprattutto per le mosche e per l’igiene molto relativa delle bancarelle. Pare che i ragni vengano catturati in buche nel terreno, attirati all’esterno, uccisi e poi cucinati con spezie e olio.

Skuon e i ragni fritti
Per molti viaggiatori i ragni fritti sono una prova di coraggio, ma qui sono uno snack da strada.

Khmer rossi, memoria e ferite aperte

Durante il trasferimento la guida ci racconta la tragedia dei khmer rossi. Dopo la presa del potere, il 17 aprile 1975, le città furono svuotate con la scusa di un imminente bombardamento americano. In realtà si stava mettendo in atto un progetto radicale e folle: cancellare la vita urbana, trasferire l’intera popolazione nelle campagne e costruire un’uguaglianza forzata basata sul lavoro agricolo.

È impressionante ascoltare queste vicende dalla voce di un cambogiano, per quanto giovane. Secondo la sua lettura, l’intervento vietnamita che mise fine al regime va considerato positivamente, anche se i dieci anni successivi di presenza vietnamita furono vissuti da molti come una forma di controllo esterno. La situazione si è normalizzata solo molto più tardi: dopo gli anni del regime, gli anni Novanta sono stati ancora segnati da guerriglia, attentati e zone controllate da ex khmer rossi rifugiati nelle foreste.

Il racconto familiare della guida rende tutto ancora più concreto. La sua famiglia viveva a Phnom Penh quando la città fu evacuata e dovette spostarsi verso la campagna. In quel caos, anche percorrere poche decine di chilometri poteva richiedere settimane: non c’erano mezzi, la malnutrizione indeboliva tutti e le strade erano piene di persone in fuga. Chi aveva un titolo di studio cercava di nasconderlo o di vivere dove nessuno lo conosceva: insegnanti, medici, infermieri e persone istruite potevano essere indicati come “intellettuali” e uccisi.

La menzogna ufficiale parlava di un’evacuazione temporanea di due o tre giorni. In realtà il regime voleva rifondare il Paese cancellando ogni autonomia di pensiero. Questa fase durò 3 anni, 8 mesi e 21 giorni. Scopriamo che proprio dopodomani, il 7 gennaio, in Cambogia si celebra la liberazione dal regime dei khmer rossi. È un passato vicino, ancora inciso nella demografia: una parte enorme della popolazione è giovane, mentre la generazione adulta porta il vuoto lasciato da fame, deportazioni e uccisioni.

17 aprile 1975
La caduta di Phnom Penh non segnò la fine della guerra, ma l’inizio di una tragedia ancora più grande.

Notte su palafitta a Baray

Alla sera ci fermiamo al Khmer Homestay Village di Baray, un villaggio semituristico gestito da persone del posto. I proventi contribuiscono alle attività della comunità locale e l’accoglienza è di una cordialità rara. L’ambiente è davvero spartano: l’acqua arriva dalle piogge, l’elettricità dipende da un generatore diesel che si spegne verso le 22.00 e nelle palafitte l’illuminazione funziona collegando le pinze a una batteria da 12 volt.

Dormire dentro una palafitta, non costruita per assecondare i desideri dei turisti ma simile a quelle usate davvero nella zona, dà almeno per una notte l’idea della vita locale. Ci sistemiamo su un materassino appoggiato al pavimento in canne di bambù, protetti da una zanzariera che scende dal soffitto. Il tetto è sostenuto da travature di bambù e coperto con foglie, mentre lo spazio aperto fra pareti e copertura favorisce la ventilazione in un clima caldo tutto l’anno.

Una casa su palafitta in stile rustico con tetto di paglia illuminata di notte.

La stessa logica spiega perché molte case siano costruite su palafitte: la parte inferiore resta ombreggiata e viene usata per le attività domestiche, riducendo almeno un po’ l’impatto del caldo. La cena e la colazione si svolgono in un’altra proprietà dell’homestay, a circa due chilometri. Ci tengono a farci notare che il pesce arriva da persone del villaggio e le verdure dal mercato locale.

La serata si chiude con uno spettacolo di bambini che improvvisano danze apsara e coinvolgono anche noi, fra il divertito e il ridicolo. Dietro la semplicità del momento si percepisce la volontà degli animatori di far crescere i giovani in un ambiente sano. A differenza del Vietnam, la scuola primaria non è a pagamento; per le superiori e l’università, però, bisogna spesso spostarsi a Phnom Penh e i costi diventano molto più pesanti.

Rispetto al Vietnam il traffico è molto più limitato. Si vedono mezzi di trasporto di ogni genere, ma meno motorini, segno evidente di un benessere non ancora arrivato fin qui. Ci sono parecchie biciclette e molta gente a piedi. A prima vista la Cambogia ci sembra più povera del Vietnam, ma anche più ordinata. La minore densità aiuta, eppure c’è qualcosa che rende questo popolo un’entità distinta da quello confinante.

Perché tante case su palafitte
Le palafitte non servono solo contro l’acqua: sono anche una risposta pratica al caldo.
Pernottamento
Baray – Khmer Homestay Village

IT

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