Giorno 17

Tonle Sap

Dalle campagne cambogiane a Phnom Penh, tra strade infinite, Tuol Sleng e tramonto sul Mekong.

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Tonle Sap

Da Siem Reap a Phnom Penh

Alle 8 lasciamo Siem Reap a bordo di un’auto guidata da un autista il cui stile di guida ci fa apprezzare quanto sia bella la vita, soprattutto quando non hai ragioni fondate per pensare che possa finire di lì a poco. È proprio vero che certi valori si apprezzano soprattutto quando non li si ha, o quando si sta per perderli. Lo scarso traffico e le strade diritte sembrano autorizzarlo a correre senza misura lungo la strada che porta a Sisophon.

Il paesaggio è piatto, fatto di risaie in secca, monotono ma rivelatore della Cambogia rurale. Di tanto in tanto attraversiamo villaggi dove la vita procede sonnolenta, con motociclette cariche di ogni genere di prodotto: maiali vivi dentro le ceste, anatre già uccise appese a un’asta, quattro per lato dietro il mezzo. Il quieto vivere viene turbato solo dalla nostra vettura, che chiede strada a colpi di clacson e la ottiene con la forza. Oltre al pericolo, che lo scriteriato conducente sembra non capire, perdiamo anche ottime occasioni fotografiche.

Lasciamo la NH6, che corre verso ovest in direzione del confine thailandese, e svoltiamo verso sud sulla NH5, in direzione Battambang. È la seconda città del Paese, situata in una fertile pianura dove il turismo non è ancora arrivato con decisione. Ci fermiamo una mezz’ora per consentire al nostro autista di recuperare le energie spese con la colazione e fare il pieno di GPL. L’esperienza è interessante: in una piazza affollata, sotto una pensilina senza insegne, chi conosce sa che si vende carburante. Dopo aver inserito il tubo nel serbatoio, la benzinaia accende il motore elettrico e il gas inizia a defluire. Un rigurgito fa uscire del GPL che, oltre a disinfettare le nostre valigie, diffonde un odore acre nell’aria. Fortunatamente non esplode nulla.

Riprendiamo la corsa su una strada anche bella, pur restando i 120 km/h una velocità eccessiva per il contesto. Vediamo correre su un fianco la ferrovia del treno di bambù, a binario unico: quando due carri si incontrano, si smonta quello meno carico e lo si ricompone dopo il passaggio dell’altro. Il paesaggio di risaie diventa più verde, ma rimane poco attraente dal punto di vista turistico. Attraversiamo Pursat, Kompong Chhnang e Oudong. Prima di Oudong notiamo lungo la strada un centro per lo sminamento, con mezzi speciali parcheggiati, prova concreta di quanto le mine siano ancora un problema reale in Cambogia. Anche lungo questo percorso incontriamo molte persone distese sulle amache e bambini che mendicano. È una povertà senza orgoglio, e il confronto con il Vietnam viene spontaneo.

Il treno di bambù
Una piattaforma leggera, un motore essenziale e una regola pratica: sul binario unico passa chi pesa di più.
Un motociclista trasporta merci su una strada rurale in Vietnam o Cambogia.

Alle 14.30, dopo sei ore e mezza di corsa, raggiungiamo finalmente Phnom Penh senza nemmeno aver pranzato. Per oggi basteranno le opulente libagioni dei giorni scorsi. Andiamo all’Hotel Blue River, in posizione decentrata e quindi scomoda rispetto al centro, ma con il balcone della camera affacciato nientemeno che sul Mekong. Cosa potevamo chiedere di più per chiudere queste vacanze? Ci congediamo dall’autista e ringraziamo di essere ancora vivi e vegeti. Per 15 dollari prenotiamo subito un tuk-tuk per il pomeriggio e iniziamo a esplorare Phnom Penh per conto nostro: l’appuntamento con la guida è solo per l’indomani.

Phnom Penh, a 291 km da Battambang, si trova nel punto d’incontro dei fiumi Mekong, Bassac e Tonlé Sap. Il suo nome nasce dall’unione della parola khmer phnom, “collina”, e del nome della donna Penh, alla quale la tradizione attribuisce la fondazione della città nel 1372. È capitale della Cambogia dal XV secolo, dopo il declino e l’abbandono politico di Angkor.

Tuol Sleng, memoria e abbandono

Ci rechiamo subito al Museo Tuol Sleng, un ex liceo che sotto il regime di Pol Pot fu trasformato nella sede della polizia politica. C’è da restare allibiti davanti alle atrocità commesse in quel luogo. Il complesso divenne un centro di tortura: nelle classi furono costruite minuscole celle dove i prigionieri potevano a malapena stare coricati tra una tortura e l’altra.

S-21: una scuola trasformata in prigione
Tuol Sleng era noto come S-21: il contrasto tra aule scolastiche e celle rende il luogo ancora più duro da visitare.

È deprimente anche lo stato in cui il museo viene conservato. Se ne ricava l’idea che tutto sia stato fatto per rispettare il politically correct, per poi lasciare il luogo in abbandono. È proprio abbandono la parola che meglio descrive questa trascuratezza: un museo simile dovrebbe mantenere alta la memoria dei fatti tragici accaduti, e rappresenta anche un biglietto da visita per gli stranieri, essendo tra i più visitati del Paese. Sembra invece un’occasione persa per dare un segno di discontinuità con il passato: come se si fosse voluto dire “va fatto”, ma se poi un quadro cade, lo si lascia a terra con la didascalia ancora appesa al suo posto.

Tramonto sul Mekong

Cambiando completamente tono, andiamo a vedere il tramonto sul Mekong. Con un battello facciamo un giro di un’ora sul fiume, che ci consente di vedere la palla di fuoco scendere lentamente dietro la città e illuminare con colori caldi l’acqua del grande fiume.

Rientriamo per cena, dove gustiamo un amok, già provato la sera precedente a Siem Reap: pesce con una salsa molto saporita. Segue una passeggiata in centro, dove fa caldo ma si resiste; temperature comunque degne delle nostre migliori giornate estive. Riprendiamo il tuk-tuk che ci aspetta e rientriamo in hotel per l’ultima notte.

Pernottamento
Phnom Penh – Hotel Blue River

IT

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