Giorno 3
Wadi Bani Khalid e Sharqiya Sands
Nella terra di mezzo fra il mare e la sabbia
Mattina a Wadi Bani Khalid
Rapida colazione in camera e si parte che sono le 7:30 passate da poco, quando il sole inizia a stagliarsi caldo all’orizzonte. Sur di giorno – specialmente sulla corniche – rivela dei tratti interessanti, ma soprattutto nella zona di Khor Al Batar Bridge (foto) dove ci sono parecchie cose da vedere. Il ponte sospeso di per sé è una sorta di Brooklyn in miniatura, ma sono i dhowormeggiati o resi in secca dalla bassa mare a rendere caratteristico il posto, nonché il cantieredove artigiani maestri nella lavorazione del legno stanno costruendo le nuove imbarcazioni. Sbirciamo per un attimo oltre la rete ed anche qui sembra di andare indietro nel tempo, quando le imbarcazioni in legno rappresentavano la regola. Sull’altro versante della laguna si trova invece Ayjah. Anche qui l’antico supera di gran lunga il moderno, limitato ad alcune infrastrutture. Ed anche qui vediamo poche persone in giro, una tranquillità interrotta solo dalle onde che s’infrangono sulla costa. Troviamo un punto dominante che richiede una facile arrampicata e ci permette di condensare in una sola vista un po’ tutte le bellezze del luogo. Non riusciamo a capire bene se si tratta di un vecchio minareto o di una torre d’osservazione, stupisce come non vi siano sentieri o vie d’accesso. Ma ormai siamo qui e non resta che ammirare l’elastico ponte sotto di noi, la costa di Sur, le fortificazioni ed il faro di Ayjah. Le case bianche riflettono sotto il sole come se fossero state appena ritinteggiate. Scendiamo con cautela, attenti a non destare lo sguardo di un’anziana che sta passando proprio sotto di noi ed andiamo nel centro di Ayjah, dal cui faro si possono indistintamente osservare il mare aperto e la spiaggia di Sur. Anche qui l’impressione dell’abbandono risulta assai evidente: poche persone in giro e case apparentemente vuote, in questo che sa molto di antico borgo di pescatori. Gli edifici pubblici e marciapiedi restaurati sanno di estremo tentativo per cercare di trattenere la gente, oltre a far comparire qualche turista. In generale, va detto che l’Oman sembra aver scoperto il turismo solo in tempi recenti: a parte i classici luoghi da visitare, il resto manca di quel minimo che faccia sentire il viaggiatore in una località attrezzata per ospitarlo, dalle insegne ai negozi che vendono souvenirs per finire con punti di ristoro che mirino a soddisfare i palati di chi è in vacanza. Tutto questo aggiunge ulteriori punti alla nostra già positiva opinione del Paese. Basta allontanarsi di pochi km e ci si trova in un contesto incentrato unicamente sul commercio locale, quando addirittura nemmeno quello.
Anche se si potrebbe deviare subito verso l’interno con una comoda superstrada che porta alle Sharqiya Sands, al momento di organizzare il viaggio abbiamo pensato di scendere ancora verso sud ed andare a curiosare la costa fino ad Al Ashkarah. Per fare questo occorre transitare da Ras al Hadd, situata su un promontorio tra la costa del Golfo di Oman e la laguna Khawr al Hajar, che raggiungiamo con una breve digressione. Ci accoglie un’ampia spiaggia sabbiosa ed un mare scintillante. In tutto questo splendido nulla vediamo un sonnacchioso autista a bordo della sua vettura, al quale chiediamo senza troppe pretese se a quest’ora pensa sia possibile trovare qualche tartaruga che ha perso il viaggio verso il mare e sia ancora nei paraggi. Incassata, come ci attendevamo, la risposta negativa facciamo rientro sulla main road senza nemmeno andare a Ras al Jinz, che si trova a pochi km ed è il luogo deputato per la nidificazione delle tartarughe. Non avendo avuto feedback particolarmente positivi, trovando poco simpatico il modo in cui di notte si va a disturbare gli animali puntando contro di loro torce ed illuminazioni varie, ci siamo convinti che la cosa non fosse poi così da vedere. Il fatto di essere una delle highlights frequentata da un genere di turismo instradato sulle vie convenzionali ci ha fatto desistere (ne ammettono 200 al giorno). Ne avessimo incontrata una a distanza non le avremmo negato uno scatto. Non c’era ed è andata bene così: ce le immaginiamo mentre nuotano libere nel Golfo. Poco prima dell’incrocio per reimmetterci sulla strada principale facciamo un giro all’interno del villaggio di Ras al Hadd, un villaggio dimenticato. Veniamo attratti soprattutto dal forte; dopo averci fatto un giro intorno ci sembra chiuso e siamo ormai dell’idea di rientrare alla macchina, quando la piccola porticina inserita nel grosso portone in legno si apre e da lì un ragazzo ci dice che volendo posiamo entrare. L’ambiente è quello da film western, con torri rotonde ai vertici delle mura ed un ampio spiazzo interno. Il suo restauro è ormai completato, ma non è difficile immaginare come poteva essere la vita in questa landa desolata, fra lo sconfinato dominio del mare e quello del deserto. Prima di uscire il giovane guardiano originario del Bangladesh ci offrirà un caffè omanita accompagnato da ottimi datteri. Scambiamo due parole con lui: è qui per cercare lavoro e fortuna. Ci congediamo come se ci conoscessimo da sempre.

Un po’ ovunque vediamo delle autocisterne blu: sono i camioncini che fanno la spola dai silos contenenti acqua ai vari villaggi. Un tempo esistevano i pozzi, oggi vengono sostituiti da questo servizio decisamente più comodo. Mentre da noi la consegna di acqua rappresenta un evento eccezionale, qui deve andare avanti tutto l’anno con un notevole dispendio di energie, per consentire alla gente di non lasciare le aree dove la vita altrimenti risulterebbe al limite. Se ne vedono in grandi quantità da diventare sostanzialmente parte dell’arredo urbano.
La litoranea prosegue verso sud, dove costeggia il mare, sovente con faraglioni che aggettano direttamente nel Mar Arabico. Quando chiude verso l’interno, compaiono cammelli(in realtà si tratta di dromedari poiché hanno una gobba sola) pascolare tranquilli nella rada vegetazione. Per impedirne la fuga ad alcuni di essi vengono legate le zampe anteriori con una corda all’altezza delle caviglie per costringerli a compiere solo dei piccoli passi. Lungo questo tratto non s’incontrano paesi o forme di vita umana, è il deserto che va ad abbracciare il mare, due mondi apparentemente piatti e calmi che s’incontrano su una spiaggia che sembra non finire mai. Man mano che si procede iniziano ad apparire i primi dhow da pesca e quindi una distesa bianca quanto scintillante: sembra un campo di diamanti, in realtà si tratta di saline naturali, dove il mare ha lasciato depositare il cloruro di sodio che il sole ha provveduto a separare dall’acqua. Una vista da sembrare un miraggio.
Siamo finalmente ad Al Ashkarah, niente di turistico ma una quotidianità assai interessante. Ormeggiato nel porto a perdita d’occhio c’è un innumerevole esercito di dhow, sapientemente riparati dal molo. Uno spettacolo affascinante, anche qui sembra di vivere in un tempo ormai scomparso. Proprio di fronte a tale vista, ci fermiamo in un localino i cui proprietari sembrano stupiti dalla vista dei nostri visi pallidi che entrano per assaggiare qualcosa. Non sbaglieremo ad ordinare un succo alla frutta (oggi assaggiamo il guava) con gelato, la cui preparazione è semplice quanto naturale. Si fa frullare della frutta fresca e gli si annega dentro del gelato. La genuinità della prima si unisce alla freschezza del secondo, il tutto ricco di sostanze nutrienti non appesantisce quando si deve proseguire il viaggio seduti. Ed infatti ora puntiamo verso nord est sulla 35, un percorso che immaginavamo privo di traffico ma che si rivela invece assai vivace da questo punto di vista. Costeggiata da piccoli quanto verdi arbusti nel pieno della loro vegetazione, incontriamo sulla via un paio di cittadine che presentano forti come abbiamo già visto in questi giorni, si tratta di Jalan Bani Bu Hassan e Bu Ali. Ci fermeremo solo ad Al Kamil, dove inizierà una caccia al tesoro per trovare l’accomodation di stanotte.

Ma prima andiamo ancora a vedere il Wadi Bani Khalid. Una volta attraversata Al Kamil la strada finisce in una perpendicolare dove bisogna scegliere fra Sur e Ibra; prendiamo evidentemente per la seconda e guidiamo per una quarantina di km su una highway nuova ed a tratti ancora in corso di completamento, usciamo e percorriamo una bella strada che s’inerpica in un contesto di rocce colorate di rosso e verde (dovuto alla presenza di rame). Saranno altri trenta km, talvolta con salite spinte e discese sull’altro versante altrettanto decise. Si arriva ad un parcheggio e da qui risaliamo il wadi a piedi per un km e mezzo, anche in questo caso passando accanto a pozze d’acqua nelle quali trovano divertimento i ragazzini, e non solo. Basta camminare qualche centinaio di metri per allontanarci dalla zona antropizzata e trovarci ancora una volta nel silenzio ovattato del fondo del wadi. L’acqua compare e scompare quasi per miracolo, affondando nel sottosuolo per lunghi tratti e riemergere in splendide piscine naturali. Arriveremo, saltando alcune volte il ruscello, ad un punto dove la gola si restringe e nella roccia si apre la grottadi Al Muqil. L’ingresso è relativamente ridotto ed occorrerebbe strisciare per andare a vedere un antro oscuro che la LP non mette in particolare risalto. Facciamo pertanto il percorso a ritroso restando ammirati dalla quantità d’acqua che sembra sgorgare dal nulla. Il tutto in un fondovalle punteggiato da grossi massi e le pareti che s’innalzano come grattaceli di pietra. La vegetazione è ridotta al minimo, a causa della superficie pietrosa ma anche al fatto che ci troviamo pur sempre nel letto di un fiume, e quando ci sono le inondazioni queste portano via tutto. Al riparo dei massi incontriamo piante simili ad oleandri. Quando si raggiunge la parte bassa del wadi, ad Al Khalid, è una sinfonia di verde dato dalle palme e da rigogliose coltivazioni. Il tutto come sempre circoscritto da aride montagne. Risaliamo nuovamente al colle percorso in precedenza e quando il pomeriggio è ormai inoltrato siamo nuovamente ad Al Kamil. Da qui per raggiungere il camp nel deserto abbiamo alcune foto corredate da descrizioni inviateci dal gestore, ma soprattutto due punti GPS che ci ha mandato via WhatsApp. Per raggiungere il primo dobbiamo percorrere una strada sabbiosa costeggiata da orti che in qualche modo riusciranno ad irrigare; ci sono molte deviazioni ed in un paio di casi ci troviamo fuori dal percorso di Maps e dobbiamo ritornare sui nostri passi. Con sorpresa raggiungiamo il punto, che scopriamo essere su strada asfaltata, ma il tutto corrisponde tanto a livello di coordinate che di foto. Per raggiungere il secondo il sistema ci gioca un brutto scherzo: procediamo sulla stessa strada e quando Maps ci di essere arrivati siamo invece in mezzo ad un paio di case di beduini stanziali. Proviamo a dialogare ma il loro inglese si riduce ad alcune parole. Scriviamo al camp via WhatsApp ma non è facile riuscire a trovare la via. Uno dei locali gentilmente chiama il camp ed almeno lui capisce dove si trova; a questo punto un altro si offre di accompagnarci salendo anche lui sul fuoristrada. Si tratta di andare ancora avanti per tre km sulla strada asfaltata, svoltare a destra su un buon sterrato in mezzo al deserto per una decina di minuti, infine svoltare a sinistra per un km su strada sabbiosa. Quest’ultimo bivio richiede un attimo di riflessione in quanto il cartello è posto esattamente a metà e non vi sono indicazioni circa la direzione da prendere. Ci è stato detto che non era necessario sgonfiare gli pneumatici e con il 4×4 corroborato dal qualche preghiera arriviamo al camp. Nel frattempo assistiamo ad un tramontoda favola, che godiamo tenendo un occhio al calar del sole ed uno alla strada che ci si para di fronte. Dopo una cordiale accoglienza non possiamo dimenticare di avere con noi l’indigeno (simpatico pur se condividiamo solo poche parole, ma dall’aspetto sembra uscito da un film horror) da riportare a casa. Torniamo sui nostri passi, ci congediamo ringraziandolo e questa volta da soli facciamo rientro al camp quando il buio si è ormai impadronito del deserto, infondendo ulteriore magia ad un contesto selvaggio, a malapena illuminato dai fari. Finalmente prendiamo possesso del nostro bungalowe ci concediamo un momento di relax in una piazzola illuminata dal braciere, dove viene servito tè con dolci locali sui quali hanno versato succo di dattero. La compagnia è di una famiglia francese incapace di tenere a bada i figli ed una coppia di tedeschi, tutti rigorosamente con driver al seguito. Non essendo venuti fin qui per scoprire le caratteristiche degli europei, ne approfittiamo per fare una chiacchierata col giovane quanto simpatico gestore. Mohamed è un sudanese del nord, di Khartoum, dove ha studiato un buon inglese ed è in Oman da un anno e mezzo. La stagione del camp finirà ad aprile quando tutto viene chiuso a causa delle temperature che possono anche raggiungere i 51°C, pertanto non c’è spazio per i turisti. Lui intende cambiare lavoro ed andare a cercare fortuna a Nizwa o altrove. Verso le 20 ci apprestiamo per la cena ad un buffet assai invitante: humus (non può mancare ed è sempre gradito), salsa con melanzane, verdura, BBQ con spiedini, pollo col masala (lo si vede fin da subito dal colorito rosso), bakura (palline riempite con farina e spezie, mentre all’esterno sono avvolte da cipolle fritte), somosa (triangolini fritti e ripieni, simili a delle bugie). La cucina omanita è molto ricca di spezie, segno evidente di storici degli scambi con Paesi dell’area indiana.
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