Oman e Emirates
Tra deserto e modernità, Oman e gli Emirati incantano con un mix di tradizione e innovazione.

Se stringi nel pugno la sabbia del deserto non riuscirai a trattenerla. Se lasci la tua mano aperta si riempirà di sabbia
(Proverbio arabo)
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Due anni dopo l’Iran abbiamo ritenuto fosse l’ora di andare a vedere cosa ci fosse dall’altra parte del Golfo. E già qui emergono le prime differenze: gli uni lo chiamano Golfo Persico mentre per gli altri è il Golfo Arabico a nord o Golfo dell’Oman dopo lo stretto di Hormuz. Mentre il ricordo è ancora fresco si riesce meglio a scoprire le identità e le differenze di due popolazioni simili ma non uguali, legate da una stessa cultura saldamente ancorata alla religione e nel contempo divise dalla storia, soprattutto da quella recente. Ed è in particolare quest’ultima a segnare i contrasti più eclatanti: l’oscurantismo che si oppone ad una visione illuminata del potere, la sostanziale povertà di un popolo contro un’opulenza non ostentata ma realmente goduta. Il tutto reso ancora più paradossale se consideriamo che l’Iran galleggia sul petrolio mentre l’Oman dispone di risorse ben più limitate. La religione ibadita, basata su un convinto tradizionalismo, ha inciso notevolmente sulla vita quotidiana, così come sull’architettura e le strategie politiche. Il Sultano Qaboos ha regnato per 50 anni portando il Paese dall’arretratezza di un Medioevo pressoché totale ad un grado di sviluppo compatibile con i principi fondamentali. Un cancro lo ha ucciso proprio il mese scorso, tanto che al nostro arrivo le bandiere sono a mezz’asta in segno di lutto e lo saranno per 40 giorni, fino al 19 di febbraio. Egli probabilmente passerà alla storia come il benefattore del proprio Paese, amato dalla stragrande maggioranza della popolazione, che in lui vede correttamente chi ha guidato l’Oman verso una civilizzazione equilibrata. Al momento della sua morte la famiglia aveva tre giorni di tempo per nominare il nuovo Sultano, altrimenti sarebbe stata aperta una busta nel quale Qaboos nominava il suo erede: per rispetto è stata subito aperta la busta in modo che venisse rispettata la sua volontà. Il nuovo regnante si chiama Haitham bin Tarek e fin da subito ha annunciato il proseguimento della politica del predecessore. In una regione tutt’altro che facile, che ha visto gran parte dei conflitti dell’ultimo secolo, un atteggiamento di non interferenza e di mediazione risulta quanto mai auspicabile, sostanzialmente un esempio per tutto il quadro mediorientale, lacerato da divisioni religiose ed egemonistiche. La delicata quanto importante opera di mediazione dell’Oman sembra pertanto destinata a proseguire.
L’Oman ha infatti saputo coniugare disponibilità finanziarie con criteri di sviluppo non smodati, come è invece avvenuto in altri Paesi vicini, assecondando le necessità del popolo senza stravolgere il nobile passato. Una storia che va da Sinbad, il leggendario marinaio delle mille e una notte, ad una forte tradizione mercantile possibile grazie alla posizione geografica strategica del Paese, passando per la tenacia beduina nel sopravvivere in una natura resa ostile dal deserto e dal caldo.
L’Oman gode di ricchezze petrolifere ma in misura decisamente minore rispetto ai cugini della penisola Araba, ciononostante ha saputo investirne i proventi con intelligenza, limitando sperperi e stravaganze. È solo al 19° posto nella classifica dei produttori, con un decimo dell’Arabia Saudita ed un terzo degli UAE, tanto per restare nella regione. La lungimiranza del Sultano coniugata ad un equilibrio economico hanno fatto fare passi da gigante nel corso degli ultimi decenni. Le difficoltà sono arrivate con la crisi globale del 2008 quando, nel corso di una politica economica espansiva, il Paese (a Dubai è andata ancor peggio e l’emirato ha rischiato la bancarotta) ha dovuto frenare sulle spese ed in ogni caso da alcuni anni si ritrova con un deficit di bilancio. Togliere privilegi sarebbe stato difficile, vista l’abitudine degli omaniti nativi (sono ca. il 40%) a vivere in condizioni di agio garantito dallo Stato.
Muscat si distende lungo il mare per una cinquantina di km, tagliata da un paio di Expressway che servono come rapido mezzo di collegamento. Non potendo contare su un entroterra accessibile a causa della catena d’impervie montagne che funge da barriera, lo sviluppo è avvenuto per linee longitudinali, finendo per inglobare altre cittadine che si trovano sulla costa. In nessun caso ci fornisce un’idea caotica, certo è che senza una vettura gli spostamenti sono decisamente complessi. Un ulteriore concetto d’armoniosità viene espresso dai colori delle case, rigorosamente (e necessariamente, visto il clima caldo) dal bianco al panna, fino ad un massimo di crema tendente al beige, niente grattacieli o palazzi ricoperti di vetro. Il colpo d’occhio delle città omanite risulta pertanto uniforme e mai sgradevole, facendo anche sparire eventuali contrasti fra edifici recenti e quelli antichi. Qualche architetto moderno potrebbe criticarne la sostanziale mancanza di fantasia, noi siamo più inclini ad apprezzarne la mancanza di costruzioni che risaltano come un pugno nell’occhio. Per vedere questo basta spostarsi di qualche centinaio di km a nord e negli Emirati si avrà piena soddisfazione di fantasiose (quando non di vere e proprie perversioni) architettoniche. Anche in questi tratti si vede chiara l’impronta della religione sunnita ibadita che non concede molto a quanto esce dalla tradizione, legata com’è a conservarne gli aspetti storico culturali, seppure in un’ottica di apertura mentale che a prima vista sembrerebbe difficile concepire. Ed anche su questo occorre rendere gratitudine a Qaboos, unico nel saper fondere e far convergere il buono di teorie che altrimenti potrebbero sembrare in netta antitesi fra di loro. Il colore della città assume così cromaticità non distanti dall’ambiente che la circonda, l’unico contrasto arriva – per così dire – dal verde dei prati e dai colori delle fioriture. Sembra essere questa una vera ossessione per i popoli arabi, i quali cercano in ogni occasione di regalare all’occhio una vista verde, oltre al fatto di simboleggiare uno stato di opulenza che sta nel di far fiorire zone altrimenti desertiche. Un concetto evidentemente superfluo alle nostre latitudini, almeno per il momento. A tal proposito, durante una conversazione con un interessante soggetto omanita, veniamo a sapere che l’inverno è stato ricco di pioggia, in talune occasioni ha perfino significato straripamenti ed inondazioni: le abbondanti precipitazioni sono inoltre testimoniate dalla buona presenza d’acqua nei wadi così come dalle fioriture e dal verde delle piantine nelle zone aride, il tutto va ovviamente visto in termini relativi. Si tratta normalmente di arbusti semi secchi che in questo periodo presentano tenui colorature, nell’attesa che il sole primaverile torni a farli sembrare bruciati.
Dal punto di vista sociale vedremo essenzialmente uomini in giro, le donne – pur non dando l’impressione di vivere segregate – sembrano vivere in un mondo a sé e su dieci persone che s’incontrano per strada almeno 8 se non 9 sono di sesso maschile. Tutte vestite con la tipica abbeya di colore nero ed il capo ricoperto da un foulard dello stesso colore, le signore si vedono di solito in gruppi fra di loro o da sole. È raro, se non durante i picnic o le escursioni festive a cui partecipa l’intera famiglia, vederle in compagnia di un uomo, fosse pure il marito. E anche nelle fresche serate non sono infrequenti gruppi di donne sedute a chiacchierare fra loro sull’erba dei parchi, con poco distante un altro capannello di uomini. Questi si vedono sovente al parco giochi con i figli o a fare la spesa, segno che non si disinteressano degli aspetti famigliari, anzi si coglie la sensazione che la donna goda di rispetto, tanto che molestie e violenze sulle donne vengono duramente perseguite. Anche in occasione della scuola guida le allieve sono unicamente accompagnate da istruttrici donne. In definitiva si ricava l’impressione di vite parallele che s’incontrano ed intrecciano solo nell’ambito domestico. Rispetto al modo di vestirsi, fanno eccezione alcune donne col burkha, in netta antitesi a ragazze della capitale vestite con jeans di chiara impronta occidentale. In genere anche gli uomini vestono una tunica interamente di colore bianco (dishdasha o tobe) con uno zucchetto decorato a fantasia. Anche dal punto di vista cromatico la distinzione fra uomini e donne non potrebbe essere maggiore. Le regole valide per i locali si applicano limitatamente agli stranieri: uomini e donne devono vestirsi coprendo spalle e ginocchia (regola più osservata in provincia, meno a Muscat), ma non è richiesto alle signore di portare il velo se non all’interno dei luoghi di culto.
Gli omaniti sono in genere persone molto discrete: per nulla chiassosi, non riservano mai sguardi curiosi on infastiditi, ma nemmeno ammiccanti. Se interpellati per informazioni o curiosità si mostrano disponibili e si rivelano gentili e prodighi per qualsiasi tipo di aiuto. Non aspettarci però che facciano il primo passo nel salutare uno straniero, con rare eccezioni e prevalentemente da parte dei bimbi, seguiti magari dai più grandi in un secondo tempo.
Fra uomini vige l’abitudine di stringersi la mano anche quando ci si vede per la prima volta e magari si chiede solo un’informazione stradale: anche questa occasione significa per loro un incontro da suggellare con la stretta di mano. Non abbiamo visto richiedere o fare il gesto con le donne.
A prescindere dalle regole di abbigliamento e comportamento imposte da regole non scritte, notiamo che tutti tengano molto alla cura personale. Al di là di vedere persone curate, lo notiamo anche nella massiccia presenza di barbieri (soprattutto per uomini) e gents/ladies tailoring (negozi che producono e vendono abiti su misura). Di questi sembra quasi esserci un’inflazione, a Seeb ne conteremo ben 14 sui due lati in soli 200 mt di strada. Resta da capire come possano fare affari tutti quanti.
Una caratteristica particolare che salta subito all’occhio nella tipologia costruttiva delle case è rappresentata dall’alto muro perimetrale costruito a pochi metri dall’abitazione, a circondarla ma anche a chiuderla come gli hasha in Mongolia, quasi che l’ambito domestico dovesse rappresentare un luogo dal quale non guardare fuori e non essere visti. Cosa già notata in alcune città della Namibia, dove però esistono evidenti rischi legati alla sicurezza. Qui il tasso di criminalità è fra i più bassi del mondo e pensiamo piuttosto sia legato ad una cultura beduina volta a delimitare la proprietà oltre ad una atavica forma di privacy. Non va in alcun modo dimenticato che fino al 1970 l’intero Paese viveva in un contesto chiuso al resto del mondo, probabilmente qualche retaggio è rimasto nella forma edilizia, non nella mente della sua popolazione.
Le insegne dei negozi presentano sempre scritte sia in arabo che in inglese. Ci domandiamo perché, visto che è un’abitudine riscontrabile ovunque, a prescindere dal richiamo turistico del luogo. Non è pertanto questa la ragione: diamo invece la risposta pensando che più di metà della popolazione arriva da altri Paesi e di solito non possiede un grado di studio particolarmente elevato, basti pensare ai pakistani, indiani, o bengalesi che arrivano qui per fare i mestieri più umili. Da loro non ci si può certo aspettare che parlino l’arabo, così l’inglese diventa l’unica possibilità per farsi capire, almeno in termini di caratteri. Questo la dice lunga sulle difficoltà di adattamento ed integrazione che attendono gli immigrati provenienti da zone povere.
Parlando di cibo, ci si trova a sperimentare una cucina varia e ben equilibrata: accanto all’ottimo pesce, gustato sia fresco che disidratato in molteplici tipi di cottura (griglia, umido, fritto, carpaccio), troveremo ottima carne di pollo, manzo e agnello. Le verdure, varie e proposte crude o cotte, accompagnano con gusto e fantasia gli altri piatti. Ottimi i dolci, spesso realizzati con predominanza di datteri (un vero simbolo dell’Oman) e/o pistacchi. Il miele viene prodotto in buona quantità, cosi come tè e carré, spesso aromatizzati con spezie gustose e profumate quali cannella zenzero, cardamomo. Quest’ultimo viene usato molto per preparare un caffè color acqua sporca con gusto appena accennato: ma meglio non dirlo ai locali perché rappresenta un punto d’orgoglio. Molto valida anche la produzione di zafferano. Assaggeremo anche dell’ottimo formaggio di produzione locale. Gli ortaggi possono essere molto piccoli (melanzane o peperoni) oppure hanno dimensioni ben maggiori di quanto siamo abituati, ad esempio i cavoli e le zucche. La frutta si propone con mango, melograno, banane e papaya indimenticabili. Spesso utilizzati nella preparazione di gustosi e corroboranti succhi freschi, usati anche per accompagnare i pasti: il lemon-mint, con succo di limone e lime con aggiunta di menta sarà il nostro preferito per calmare la sete!
Purtroppo in tema di sensibilità ambientale l’Oman ha ancora molti spazi di miglioramento. A parte l’immondizia lasciata un po’ ovunque, anche sull’urbanistica ci sarebbe da ridire. Sembra non esista un piano regolatore, così che le case vengono costruite dove fa comodo, a distanza ed allineamenti che apparentemente non seguono alcuna logica. Questo ha evidentemente un’origine atavica: per esempio a Qalat ed Al Ajyah le viuzze compiono veri e propri slalom fra le case a pianta quadrata costruite secoli fa con mattoni crudi e rivestite di fango. Ci passa a malapena una macchina ed occorre prestare massima attenzione a chi compare quando si svolta subito dietro il muro.
Viaggiare in Oman non è poi così difficile, basta adattare lo stile creativo di guida italiano ad una diversa forma di creatività tipicamente araba ed il gioco è fatto, facilitato dalle highway dotate anche di 6 o 7 corsie. Quello degli indicatori di direzione sembra essere un optional da usare a discrezione dell’autista, il tutto in un contesto di rispetto fra guidatori. Forse l’aspetto peggiore della viabilità è dato dall’insufficiente presenza di indicazioni stradali a fornire la direzione verso città o luoghi d’interesse turistico. Occorre essere attenti soprattutto nelle zone meno inurbate. Il GPS in tali casi risulta un amico molto utile.
L’inglese è abbastanza diffuso ed una sorprendente disponibilità dei locali ad aiutare lo straniero, utilizzando il linguaggio gestuale per sopperire ad uno stentato possesso della lingua, rendono il viaggio molto più rilassante. Se poi si vuole fare a meno del relax per vedere di più, andrà a tutto vantaggio della varietà dei luoghi visitati.
Dal punto di vista economico il Paese è assai caro, anche se il tutto può sembrare giustificato. Per uscire dai circuiti prettamente turistici occorre un 4×4, mentre le sistemazioni sovente non sono abbondanti, segno di un turismo controllato e comunque ancora agli albori. I pasti incidono invece poco, come ovviamente il carburante.
In merito al carburante, ovviamente i prezzi sono decisamente inferiori a quelli europei ed i distributori (Omanoil, Shell, Al Maha) vendono la benzina a ca. 0,21 OMR/lt (ca. 0,50€/lt), mentre il gasolio viene solo utilizzato per il rifornimento dei camion. Situazione simile negli Emirati
I limiti su strada variano e sembrano essere poco coerenti con i nostri standard. Su alcune autostrade è consentito viaggiare a 140 km/h, ma di solito sono 120, che sovente non vengono rispettati. Stessa velocità è sorprendentemente consentita sulla trafficata Expressway che rappresenta la spina dorsale di Muscat, salvo alcuni tratti ai 100. Nei centri abitati si resta sui 50 / 60 km/h. rinforzati da frequenti dossi posti a volte a poche decine di metri uno dall’altro che quasi costringono quasi il viaggiatore a fermarsi. Pur non essendo un metodo particolarmente simpatico, alla fine risulta d’indubbia efficacia. Sulle highway ci sono molti autovelox ed è difficile capire se funzionino realmente o no, ci si adegua a viaggiare un po’ oltre i limiti come fanno i locali. La produzione di energia non rappresenta un problema, tutte le strade – anche quelle che conducono negli sperduti paesi degli Hajar godono d’illuminazione pubblica. Anche questo va interpretato come un segno da parte del Sultano per tenere la gente legata ai luoghi nativi e limitare l’urbanizzazione, vero problema a livello mondiale.
Le vetture sono a stragrande maggioranza di marca giapponese, oltre ad alcune tedesche di alta cilindrata di un genere che raramente vediamo sulle nostre strade. Chi non dispone di grandi fondi acquista una cinese o si sposta con in mezzi pubblici.
Tanto in Oman che negli UAE rileviamo la particolarità dei semafori: questi sono normalmente posti all’incrocio fra grandi arterie a non meno di 3 o 4 corsie. Il verde scatta singolarmente per senso di direzione, mentre gli altri tre rimangono fermi. In questo modo tutti avanzano e non devono dare precedenza, in alcuni casi i pedoni hanno un quinto turno appositamente per loro. Durano molto e anche se le attese sono lunghe, quando scatta il verde passano un’enorme quantità di veicoli.
Le prese elettriche sono di tipo inglese, serve l’adattatore per il tipo inglese a tre poli quadrati. Le carte di credito sono accettate ma non nei piccoli hotel o ristoranti, una scheda SIM da 5Gb costa 5 OMR per una validità di 10 giorni.
Itinerario
Giorni di viaggio
Eastern Hajar
L’avventura inizia fra i Wadi
A sud di Muscat
Coste e wadi: l’acqua in tutte le sue declinazioni
Wadi Bani Khalid e Sharqiya Sands
Nella terra di mezzo fra il mare e la sabbia
Jebel Akhdar e Nizwa
L’Oman più tradizionale, dove il tempo sembra non essersi mosso
Jebel Shams
Il giorno delle montagne più elevate dell’Oman
Muscat
La pace di Misfat, l’equilibrio di Muscat e la modernitò di Abu Dhabi in un solo giorno
Abu Dhabi
Ricchezza e opulenza degli Emirati
Dubai
La città del futuro senza passato
Gli altri Emirati
RAK e UAQ: i parenti poveri – Ajman e Sharjah: i parenti ricchi
Muscat
Religione e musica: Muscat la nobile
IT
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