Giorno 1
Eastern Hajar
L’avventura inizia fra i Wadi
Volo per Eastern Hajar
Il pernottamento sul volo della Oman Air da Milano a Muscat non risulta essere fra i più confortevoli che si ricordino, ma alla fine raggiungiamo la capitale omanita alle 6,30, con una buona mezz’ora d’anticipo rispetto al previsto. L’aeroporto è stato recentemente rinnovato (nel gennaio 2018) e si presenta in condizioni completamente diverse rispetto a quanto visto solo quatto anni fa.
Avendo già predisposto il visto online e pagato i 5 OMR per il suo ottenimento, ci rechiamo subito al controllo passaporti e la pratica non risulterà particolarmente laboriosa. Una volta usciti dall’area passeggeri acquistiamo una scheda SIM da 5 OMR contenente 5 Gb di traffico e valida 10 giorni; a seguire ci rechiamo alla Europcar per il ritiro del fuoristrada, un bel Pajero con appena 16.000km di vita. Qui la pratica è più lenta e ci vuole una mezz’oretta per liberarci. Anche il controllo della vettura prima della consegna sarà molto accurato. A questo punto il Paese ci si apre di fronte e poco prima delle 8 siamo pronti ad affrontarlo, fortunatamente con un traffico ancora limitato, grazie alla giornata festiva: è venerdì.
Arrivo a Eastern Hajar
Il programma prevede come primo punto la visita dei Jebels (monti) Hajar orientali: scopriamo subito come viaggiare in Oman non sia poi tanto difficile: le corsie sono ampie ed il traffico tutto sommato abbastanza corretto, una volta accettato il fatto che sulle highway da 4 a 6 corsie ci si sorpassa indifferentemente a sinistra come a destra. Nakhal (Nakhl) è il primo villaggio segnato sul nostro piano d’azione, con un giro intorno all’interessante forte del 1650 che domina la pianura di Batinah, uno dei più interessanti ma attualmente chiuso per restauri. Prendiamo così contatto con la realtà locale, con uomini pacificamente intenti a chiacchierare all’ombra di frondose acacie. Un’atmosfera rilassante che sopravvive anche ai giorni di festa ed apprendiamo fin da subito la prima lezione dal popolo omanita: lo stress non deve appartenere al loro DNA e, pur dimostrandosi attenti ed efficienti in varie occasioni, anche nei giorni a seguire vedremo come non siano particolarmente inclini ad intrattenere rapporti improntati sulla tensione o su alti toni di voce. Sarà una misura contro il caldo che regolarmente attanaglia il Paese ma non possiamo che apprezzare tale attitudine.
Non abbiamo ancora cambiato in Rials in quanto farlo in aeroporto risulta poco conveniente, aspettiamo pertanto che riaprano i cambiavalute. Facciamo tappa in un supermercato per fare scorte di acqua e qualcosa da mangiare per pranzo. All’altezza di Al Awaba svoltiamo per inoltrarci in una zona decisamente di montagna imboccando la strada sterrata che percorre il fondovalle del Wadi Bani Awf, una delle più spettacolari di tutto l’Oman. Risulta subito evidente come l’annata sia stata particolarmente ricca d’acqua, tanto che il percorso a piedi che s’insinua dentro un taglio nella roccia (il Little Snake Canyon. una fenditura da cui inizia il canyon) è invece sede di un ruscello. È comunque una bella immagine meritevole di alcuni scatti. Oltre si trovano dei villaggi, sempre più isolati, mentre la strada si fa più irta, fino a richiedere l’inserimento del 4×4 e della massima attenzione a guidare in un ambiente avulso dalle nostre abitudini: una linea di sterrato, fra il dirupo da un lato ed un’alta parete di roccia dall’altro, da affrontare sovente in salita nella speranza che non compaia un altro mezzo in senso contrario. Giocoforza ci abituiamo a questa situazione, che alla fine risulterà perfino divertente grazie al rispetto che gli autisti hanno nei confronti dei loro colleghi di avventura. Dove il terreno è meno aspro di tanto in tanto spuntano sparuti villaggi, costeggiati da rigagnoli d’acqua ed alcune palme ad offrire una preziosa ombra, il tutto contornato da un paesaggio marziano. Poco distante da uno di questi vediamo perfino un campo da calcio in erba sintetica, quasi a voler sfidare la natura che ha posto questa gente in un ambiente tanto ostile. Raggiungiamo infine il punto prefissato per l’ultima osservazione ed un meritato pranzo, pane e formaggio locale consumato in piedi ma con una vista stupenda di fronte a noi. Siamo a Bilad Sayt (foto), oltre si scollina in direzione di Al Hamra: ma questa zona sarà oggetto di accurata visita nei prossimi giorni. Ci sarebbe l’alternativa di rientrare su Rustaq facendo il giro su una strada diversa, ma non ci fidiamo più di tanto: non ci passa nessuno e risulta essere molto stretta a fronte di salite assai ripide. Queste informazioni riusciamo ad ottenerle grazie all’amichevole approccio di alcune guide che stanno portando in giro clienti passivi e non disdegnano dare informazioni a chi si dimostra interessato a conoscere meglio il loro Paese. Incrociamo parecchi turisti, ben pochi viaggiano in autonomia, la più parte preferisce avvalersi di un’autista/guida, anche perché molti viaggiatori sono ormai in età abbastanza avanzata. Nel corso del viaggio incontreremo anche molte famiglie occidentali con bambini al seguito, a conferma che l’Oman è una destinazione adatta un po’ a tutti.

Sempre con la massima attenzione ripercorriamo il Wadi verso lidi asfaltati, passando per Rustaq, anche qui sede di un bel forte dalle morbide linee di mattoni crudi ricoperti da uno strato di malta tinta crema, tanto da sembrare parte di un fumetto. Scendendo lungo la highway che porta al mare incontriamo il classico traffico da passeggio festivo, per raggiungere le cittadine di Barka e Seeb. In quest’ultima si trova la residenza del Sultano, in quanto il Palazzo di Mutrah (a Muscat) viene utilizzato solo in occasione di ricevimenti e cerimonie ufficiali. Siamo comunque poco distanti, ma l’ambiente risulta decisamente meno urbano e anche per i regnanti la vita deve risultare meno stressante. Si rende necessario a questo punto aprire una parentesi sul Sultano appena citato, o meglio sull’ex, in quanto è deceduto lo scorso 10 gennaio. A differenza degli altri politici e regnanti nel mondo, Qaboos ha saputo governare l’Oman con mano ferma contemperata da una mente illuminata ed aperta nel modo giusto, conciliando al meglio modernità con tradizione. In sostanza non lasciandosi prendere la mano dalla smania di estremismi edilizi che hanno contrassegnato gli Emirati vicini, ma nemmeno cedendo a derive oscurantiste che invece hanno contraddistinto altri Paesi affacciati sul Golfo. Questo equilibrio ha consentito uno sviluppo coerente, sapientemente mediato da una visione religiosa molto legata alla cultura locale, l’Islam di stampo ibadita. Lo si vede fin dall’inizio entrando nella capitale, dove le architetture rispettano dettami legati alla tradizione e le costruzioni non eccedono in altezza: Muscat si estende lungo il mare per 50 km ma non si vede un solo grattacielo, al contrario sembra che sia proibito costruire oltre i 7 piani.
Evitiamo l’autostrada per addentrarci in paesini insignificanti dal punto di vista turistico, ma che ci offrono la possibilità di comprendere la quotidianità omanita. A Seeb facciamo una passeggiata sul molo lungo il quale si trova il bel campetto da calcio dove bambini giocano allegramente ed il fallo laterale è delimitato dall’andirivieni delle onde. Il souk è animato nonostante sia venerdì.
Quando il sole sta per inabissarsi dietro la catena del Jebel Hajar facciamo il nostro ingresso nella capitale, ammirandone immediatamente l’elegante armonia, sebbene al culmine del traffico di rientro. Troviamo l’hotel senza difficoltà, rapido check in e la fortuna ci assiste nell’identificare il ristorante di cucina locale proprio ad una distanza di poche centinaia di metri comodamente percorribili a piedi. Esistono menu guidati che consentono di gustare vari assaggi della cucina omanita in un ambiente decisamente tipico: seduti su un tappeto con la schiena appoggiata contro i cuscini che contornano la parete. Oltre ad un mix assaggiamo anche il Dried Thunafish con riso e calamari grigliati con peperone e cipolla. A seguire, sempre camminando, ci rechiamo al mall che potrebbe trovarsi tranquillamente a qualsiasi latitudine, con negozi e marchi fondamentalmente uguali ai nostri (molta Italia nel fashion, America nel food, ecc.), sperando che un giorno non rimpiazzino i famosi quanto caratteristici souk. Al momento non ce ne sono ancora le avvisaglie. Facciamo alcuni acquisti e cambiamo in Rials. Il primo impatto con i negozi omaniti ci fa risaltare una vasta scelta di pesci (l’avevamo intuito e ne abbiamo ora un’ottima conferma), pane non lievitato e dolci tipici nella migliore tradizione araba e succhi di frutta di ogni genere (stante la proibizione di bere alcolici si consolano con valide alternative). Si vedono meno bibite gasate, segno anche qui di un’attenzione alimentare. La frutta e la verdura sono discrete, considerando che il Paese è autosufficiente in materia.
Lungo il percorso ci sono dei ristorantini stipati di gente locale intenta a vedere una partita di calcio omanita: 7 ore di aereo per vedere le stesse scene e le stesse passioni che riscontriamo normalmente in patria. Un’altra curiosità è data dall’ingresso poco distante di un ospedale privato: lampadari simili in Europa si riscontrano con difficoltà negli hotel a 5 stelle.
A questo punto, dopo ormai 40 ore che siamo svegli o quasi, anche volessimo non possiamo andare oltre con le nostre forze e la sola visione del letto rappresenta la realizzazione di un sogno, quello di dormire fino a domattina. La sensazione provata nel momento in cui ci si sdraia sul materasso è del tutto particolare: il corpo trasmette al cervello un senso di sollievo per la nuova posizione. Lo accontenteremo, ma solo per alcune ore.
IT
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