Giorno 5

Jebel Shams

Il giorno delle montagne più elevate dell’Oman

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Jebel Shams

Jebel Shams

L’hotel di stanotte prevedeva un intero appartamento, che abbiamo sfruttato solo in minima parte. Colazione in camera con un tè e dolci acquistati ieri sera in una pasticceria. I dolci sono una vera delizia (soprattutto quelli al pistacchio) e non ci viene lontanamente l’idea di scambiarli con un croissant.

La destinazione di oggi è uno dei punti di maggior interesse paesaggistico dell’intero Oman, Jebel Shams, la “montagna del sole”, nei Western Hajars. Alle 7,30 siamo in partenza, la giornata si presenta leggermente fosca, ci sono lievissime velature e ci auspichiamo un miglioramento. Costeggiamo la parte bassa del Wadi Ghul, con il piccolo paese omonimo bordato di palme. Il sole sulle rocce rossastre assume tutto un altro significato. La salita è un misto fra buon asfalto, a cui segue uno sterrato più che decoroso, ancora un tratto asfaltato ed infine una carrareccia dove il 4×4 diventa molto utile. Vediamo alcune berline normali intente ad aggirare le asperità del percorso e di certo non vorremmo trovarcele in occasione di un prossimo noleggio. È presto e non c’è ancora molta gente in giro. Ci sono un paio di viewpoint che si aprono su Grand Canyon d’Arabia e ci rendiamo conto di quanto sia impressionante questa frattura nella terra, si tratta di un km di profondità, con salti da spavento. Siamo ormai a 3.000 mt di quota, su quella è che la vetta più alta dell’Oman, ma dal punto di vista alpinistico non c’è gloria giacché vi si arriva in auto.

Paesaggio montuoso con formazioni rocciose nel deserto dell'Oman e degli Emirati Arabi Uniti.

Verso Jebel Shams

 Raggiungiamo il gruppetto di case dove la strada finisce, parcheggiamo senza problemi a Al Kithaym e c’incamminiamo per il Balcony Walk, il cielo si è ormai tinto interamente d’azzurro, probabilmente le stratificazioni sono legate all’evaporazione della rugiada notturna, a causa dell’umidità che contraddistingue le notti nelle aree desertiche. Il sentiero è qualcosa di unico nel suo genere, in quanto passa con dei saliscendi a metà del canyon, posizionandoci con parte del baratro a perpendicolo sopra la nostra testa e altre centinaia di metri sotto i nostri piedi. Di fronte a noi si apre uno stretto nastro di terra e pietre di nessuna difficoltà, leggermente scosceso ma non particolarmente pericoloso. Basterebbe però inciamparsi o soffrire di vertigini che immediatamente compare la scritta game over. Camminando di buon passo, ma senza rinunciare ad osservare lo spettacolo che si apre di fronte a noi fotografandolo e filmandolo a iosa, impieghiamo un’ora per arrivare in un posto che la nostra immaginazione non era minimamente arrivata a partorire. Quando la parete crea un incavo paragonabile ad una grossa C e si viene a creare uno spiazzo largo non più di dieci metri di larghezza, ecco che compaiono le pietre ben accatastate di semplici abitazioni; poco oltre ci sono dei terrazzamenti che in passato hanno provveduto coltivazioni per chi vi abitava. Nessuno di noi avrebbe però avuto l’ardire di badare all’orto di fronte a tanta esposizione. Basta una scivolata o un piede in fallo ed il salto nel vuoto di almeno trecento metri è assicurato. Alcune capre si aggirano guardandoci incuriosite, domandandoci reciprocamente cosa ci facciamo lì. Aggirandoci per le umili costruzioni in pietra vediamo resti di camini (le notti non devono essere molto calde a questa quota) e scopriamo la ragione che ha reso possibile l’insediamento da uno stillicidio d’acqua che precipita dalla parete. Alcune, continue gocce scendono, ora come in passato, facendo sì che insieme a qualche verdura ed al latte/carne proveniente dalle capre una vita stentata fosse possibile. Ormai queste dimore sono disabitate da tempo, ma non smettiamo di chiederci quali possano essere le ragioni che hanno spinto degli umani andarsi ad insediare in un luogo tanto inospitale. Non riusciamo ad avere una risposta, neanche chiedendo ad alcuni locali che parlano inglese. Non resta che immaginare gente in fuga, che avesse ragione di nascondersi ed un posto come questo può essere di certo un lasciapassare, dal momento che lì non ci sia arriva per caso. A fianco del minuscolo insediamento un piccolo appezzamento in piano con alcuni alberi fornisce un gradevole spazio dove sedere all’ombra fresca, per consumare uno spuntino e fare due chiacchiere. Chissà se anche un tempo gli abitanti si soffermavano qui, chissà cosa si raccontavano. Rientriamo lungo lo stesso percorso, con gli occhi che guardano attentamente dove devono posarsi i piedi, ma che altrettanto attentamente scrutano l’orizzonte di pietra con questo enorme catino in mezzo. Il parcheggio nel frattempo si è riempito, l’avevamo intuito dalla gente incontrata camminando sulla via del ritorno. Cerchiamo nuovamente di trovare lidi tranquilli e li incontriamo compiendo un giro non programmato: mentre facciamo una nuova sosta al viewpoint situato proprio a strapiombo sul sentiero, intavoliamo discorso con una guida locale al servizio di due annoiati italiani troppo impegnati a farsi selfie ed altre foto fra di loro. L’uomo capisce che siamo lì per ammirare e capire la natura circostante, non per noi stessi; inizia pertanto a dispensarci una serie d’informazioni utili, consigliandoci ad esempio di fare il giro ad anello da Krub e Al Marrat. Dice che la strada è in buone condizioni, ma in alcuni punti si fa stretta e non c’è molta vita da quelle parti. Grazie alle sue informazioni ed ai mezzi forniti dalla tecnologia tentiamo l’avventura. Quando finisce lo sterrato ed inizia il primo tratto asfaltato, anziché scendere a valle svoltiamo a destra per salire fin dove la strada scollina: sulla destra, verso la vetta del Jebel Shams, è zona militare, pertanto nessun accesso. Tirando dritto si scende a Krub, un nugolo di povere case con il niente intorno. In tutto dovremo percorrere una quarantina di km ma dopo soli 6 ci domandiamo se non sia forse più conveniente rientrare. La strada si fa polverosa e ripida, soprattutto non c’è nessuno in giro. Speriamo ardentemente che nessuno sopravvenga in senso contrario. Il fuoristrada è un vero arrampicatore e sopperisce alla nostra scarsa esperienza: in salita ce la caviamo discretamente a piedi, con gli sci o con la mountain bike, ma in auto non abbiamo grande dimestichezza. Poco per volta la strada spiana ma a questo punto sotto di noi si apre il vuoto. Scolliniamo nuovamente in direzione di Al Marrat (a 15 km) e qui la musica cambia. C’è sempre da stare attenti ma possiamo rilassarci un attimo e goderci lo splendido panorama, con magnifici ciuffi di verde che compaiono dove l’acqua riesce ad incanalarsi. Anche qui non vediamo anima viva ma il villaggio presenta abitazioni decisamente più belle, ci chiediamo persino come mai, piccoli cespugli ai lati della strada esplodono in fioriture multicolori, la primavera si fa sentire. Puntiamo verso il Sunrise Resort, un nido d’aquila raggiungibile solo in fuoristrada, e poi ancora. Non c’è nessuno ed avremmo chiesto volentieri conferma sulla strada da prendere. Ad un certo punto arriva un simpatico ragazzo dall’accento indiano e ci dice che dobbiamo scendere da un bivio situato pochi km a valle. Arrivati sul posto scolliniamo e vediamo in lontananza la strada di salita, pertanto scendiamo tranquillamente fermandoci di tanto in tanto a fotografare le poche oasi presenti. Accanto a loro sparute casette e qualche moschea fanno capire come la vita qui non sia particolarmente agevole, ma ancora una volta l’acqua rende possibile quanto sembrava impensabile. Su questo tratto di strada i camion arrancano per portare materiale nei cantieri (anche il Sunrise è in ristrutturazione). Viene spontaneo domandarsi quali ragioni abbiano portato a costruire un resort in posizione tanto fuori mano, anche per chi intenda visitare lo stesso Jabel Shams: di certo gli amanti della tranquillità ne saranno ripagati. Chiudiamo il giro ad anello innestandoci sulla strada di salita ed in breve siamo di ritorno a Bahla, in prossimità dell’hotel dove abbiamo pernottato. Andiamo oltre, visitiamo Al Hamra per vedere la parte vecchia, costruita con mattoni crudi, ma inesorabilmente in rovina. Resistono solo alcuni artigiani che sono riusciti a restaurare qualche casa. Il sole martellerà le altre fino a sgretolarle completamente restituendo i mattoni alla loro terra nativa. Sul fondovalle si apre un enorme palmeto.

Paesaggio arido con palme e vegetazione secca in un ambiente roccioso.

La ciliegina sulla torta di una giornata splendida arriva a Misfat al Abriyyn. Annunciato come un caratteristico paesino della provincia omanita, grazie all’intelligenza dei suoi abitanti è riuscito a combinare un turismo attento a combinare la presenza di stranieri con la preservazione di costumi ed abitazioni. Che sia un villaggio conservatore lo si vede fin da subito leggendo i cartelli che invitano i visitatori ad essere vestiti con le spalle e ginocchia coperte. Prendiamo posto nella guesthouse prenotata, trovandoci di fronte ad una stanzetta piccola quanto raccolta, sembra di fare un salto indietro nel tempo. Il proprietario, Ahmed, ci fornisce nozioni interessanti, oltre ad indicarci il punto ideale per assistere al tramonto: si trova vicino ad una torre cilindrica, in qualche modo riusciamo a raggiungerla mentre manca un quarto d’ora al momento e tutto ha ormai assunto colori infiammati. Restiamo in silenzio: tutto intorno a noi sembra parlare in un’armonia che alla quale la sfera infuocata risponde con tonalità calde. Misfat, sotto di noi, sta andando in ombra, così è già da qualche minuto per il palmeto sottostante. Alla fine anche noi ne veniamo avvolti e salutiamo il sole. Quel sole che timidamente si celava dietro bianche velature stamattina, è poi imperiosamente salito ad illuminare le pareti del Wadi Ghul ed ha illuminato per questa grande giornata. Ora non resta che far cena con un buffet: tonno grigliato, pollo, ratatouille, humus, yogurt con melanzane e aglio da abbinare al riso, insalata e dolci vari, con tisana di erbe di montagna utili per la digestione. Tutto creato con mani delicate presso la guesthouse e gustato sulla loggetta sopra la nostra stanza, con vista sull’altra parte del paese dove si trova la moschea. Non c’è il wifi in quanto le recenti piogge hanno recato danni al ripetitore, ma ce ne faremo tranquillamente una ragione. Stranamente, quest’anno le precipitazioni sono state abbondanti e le coltivazioni ne hanno beneficiato. A riprova che il clima sta cambiando ci viene detto che sulle montagne nel nord dell’Arabia Saudita è sceso fino ad un metro di neve. Ancora una passeggiata in paese, scendendo in quell’eden che si apre appena sotto, dove tenui lampioni illuminano l’acqua dei falaj che scende ad irrigare orti e giardini. Il grande palmeto è avvolto dal silenzio ed in silenzio noi facciamo rientro al nostro domicilio.
La nostra stanza, arredata in splendido stile locale, con tappeti ed armenti d’epoca, ci accoglie come un’alcova.

Pernottamento
Misfat al Abriyyn – Basmat almisfah

IT

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