Giorno 2
A sud di Muscat
Coste e wadi: l’acqua in tutte le sue declinazioni
Mattina a Muscat
Prendere sonno non è stato certo un problema, forse lo è stato di più rispondere alla sveglia che alle 7 ci chiede di iniziare una nuova giornata, questa volta cominciando il giro che ci porta ad impostare il navigatore in direzione sud. Una fugace quanto ristoratrice colazione in camera e saliamo sul nostro fuoristrada in questo giorno che per gli omaniti corrisponde alla domenica, per attraversare Muscat lungo la Sultan Qaboos Street, una vera highway disseminata di prati tagliati col rasoio e fiori sgargianti lungo i bordi. I sistemi d’irrigazione stanno funzionando a pieno ritmo sfruttando le fresche ore mattutine.
La temperatura è estremamente gradevole, non si vede una sola nuvola all’orizzonte e avremo 20 / 25° per tutta la mattinata. Nel pomeriggio si arriva tranquillamente ai 30°, ma ben ventilati e con un tasso di umidità relativamente basso.
Oggi sono previste diverse fermate, anche molto di verse fra loro: di carattere naturale, storico, umanistico, ecc. La prima è Bandar Jissah, quello che dovrebbe rappresentare un punto panoramico in realtà risulta essere un resort dentro il quale ci intrufoliamo senza ottenere il bottino sperato di una vista memorabile; in compenso l’enorme cantiere potrebbe servire ad uno studente di ingegneria edile. Ci andrà decisamente meglio a Bandar Khayran, qui l’ambiente è diverso, si tratta di un villaggio dall’aria decisamente agreste e veniamo accolti da un gruppo di caprette dal manto lungo ed in apparenza assai morbido, altre in compagnia di sparuti asini stanno pascolando nell’arido nulla lungo la strada. Sparse quanto semplici abitazioni danno dimora ad anziani le cui tuniche bianche fanno rima con le barbe dello stesso colore che pendono dal mento. Entrambi lunghi, increspati, quasi a volerne sottolineare lo stato di senescenza, e nel contempo infondono un certo fascino di saggezza. Contrasti che non contrastano. Raggiungiamo infine una spiaggetta, contornata da khor, una sorta di piccolo fiordo, attrezzato per i pescatori che vediamo intenti a procacciarsi da vivere a poca distanza. Pareti rossastre e porose si elevano sopra di noi che percorriamo il saliscendi del fondovalle dissestato dalle piogge invernali: sembrano salire fino in cielo per poi precipitare in un mare tinta pastello. Vediamo ancora una deviazione che invita a salire ripidamente su un promontorio, da qui si aprirà una teoria di colori incantevoli. Mentre rientriamo scorgiamo un piazzale con ottima vista sul Parlamento di Al Bustan. Rientriamo per qualche km nella parte meridionale di Muscat per recuperare la strada interna che taglia dritta fra le montagne e porta a Qurayat, un tranquillo paesino sul mare dove la vita sembra scorrere nell’indifferenza rispetto al resto del mondo. Quando le asperità montagnose rendono difficile il passaggio delle strade, queste vengono letteralmente incise per decine di metri onde consentirne l’attraversamento sostanzialmente in piano. Esistono sì dei lievi saliscendi ma sono decisamente più morbidi e tali da non dover assecondare i dislivelli imposti dalla montagna o costruire lunghi tunnel.

Il volto urbano di Muscat
Qurayat ci accoglie in ambiente estremamente calmo, grazie anche al fatto che è sabato: in realtà non ci attendiamo grandi differenze negli orari di punta dei giorni feriali. È una cittadina abbastanza grande e non facile da girare in auto. Una passeggiata sul molo per qualche foto, in un parco giochi i padri si divertono coi loro figli, mentre il profilo di un signore seduto all’ombra di una palma mentre legge il Corano ci restituisce un’immagine che vale quanto un libro di filosofia. Anche qui si vedono poche donne, un atteggiamento decisamente riservato e legato alle attività domestiche. Probabilmente questo scarso presenzialismo consente loro di sviluppare altre doti intellettive, tanto che molte donne hanno fatto carriera ed occupano posizioni di maggior prestigio rispetto alle occidentali. Anche da questo punto di vista rileviamo come non si tratti tanto di discriminazione quanto di retaggio culturale; altro tema è il giudizio se il tutto nel suo complesso possa risultare condivisibile o meno.
La prossima tappa è Al Mazari per vedere la splendida diga che sovrasta l’abitato, la Wadi Daykah Dam. È evidentemente una destinazione tra le preferite per giri fuori porta degli abitanti della capitale, tutto è perfettamente organizzato in modo da ospitare picnic, con postazioni coperte circondate dai prati tagliati con precisione. L’acqua è di un blu perfetto, dentro la quale si buttano le rocce rossastre che fanno da cornice. Visto la disponibilità di comodi posti da picnic ne approfittiamo per un frugale pasto, terminando lo squisito formaggio acquistato ieri a Nakhal.
Avvicinandoci ci troviamo di fronte allo spettacolo del villaggio bianco di Asayh, con casette che da noi si potrebbero definire villette a schiera, incastonato come una gemma in una profusione di rocce rosse. Bello quanto inaspettato, scintillante sotto il sole cocente col cielo che ne conferisce lucentezza. Al Mazari sarà invece decisamente più storica ma riteniamo sufficiente una fugace visita nei vicoli fra le case in mattoni crudi disseminate senza ordine, a disegnare un labirinto dal quale è facile uscire solo perché è piccolo. Il traffico è pressoché inesistente e pertanto non ci sono problemi. Anche se non è molto suggestivo è utile per capire come doveva essere l’intero Paese prima dell’avvento di Qaboos: abitazioni semplici, strade non asfaltate e sostanziale isolamento. Ci stupisce invece vedere molte vetture parcheggiate all’ingresso del paese, per scoprire che c’è un funerale in corso vedendo una moltitudine di tuniche bianche (solo uomini) all’interno di un perimetro murale. Le pietre della zona rivelano un aspetto geologico del tutto particolare: mentre la superficie esterna è di colore nerastro, da sembrare quasi bruciata, simile alle pietre colpite da un fulmine, quanto sta sotto assume la tipica colorazione rossastra. Il fenomeno risalta soprattutto quando il passaggio della strada ha richiesto il taglio di alcune colline.
Ritorniamo sui nostri passi per puntare verso sud ed andare a vedere il Bimmah Sinkhole (foto): si tratta di un “foro” nella terra, a poche decine di metri dal mare, dove la gente fa il bagno ed i ragazzini diventano provetti tuffatori. È un cilindro profondo alcune decine di metri, il cui tetto è crollato non si sa quando ed ha lasciato questa piscina naturale, la cui acqua appare scura da distante in virtù delle rocce sottostanti ma diventa limpida man mano che ci si avvicina. È sabato ed anche qui si vedono nugoli di uomini e donne separati come da tradizione, allegramente contornati da bambini.

Fauna locale
Arriviamo al Wadi Shab (foto), che attraversiamo con una barchetta a motore nella sua parte finale, quando si trova ormai in prossimità del mare, rovinato dal cavalcavia della Highway che collega Muscat a Sur (anche se sarebbe stato difficile trovare percorsi alternativi). Giunti sull’altra sponda camminiamo sul fondo del wadi, aggirando grossi massi e superando il ruscello che di tanto in tanto va a formare delle vere piscine naturali. All’inizio troviamo coltivazioni recintate (palme da dattero e verdure) ben collegate alle prese dell’acqua e vegetazione mista di canneti e palme, che in seguito lasciano il posto a sempre più rare macchie di verde. Camminiamo per circa un’ora, superando alcuni passaggi anche delicati fra la strapiombante parete ed il salto che finisce nell’acqua. Lungo il percorso corrono i falaj, canalizzazioni che da tempi atavici servono per portare acqua d’irrigazione agli orti ed hanno consentito la vita in questi luoghi dove altrimenti il deserto di pietra avrebbe regnato incontrastato. Ad un certo punto il wadi gira verso sinistra e si apre in alcune piscine naturali, riteniamo sia questo il momento per iniziare il rientro, mentre il sole sta ormai illuminando solo la parte più alta delle pareti rendendole, se possibile, ancora più rosse. La frequentazione è sì di famiglie omanite, ma si vede una maggior presenza di turisti internazionali, essendo uno dei must di chi visita il Paese: da notare la presenza di molti asiatici (sudest) ed americani. Riprendiamo la barchetta che in pochi minuti ci traghetta sulla sponda dove abbiamo lasciato l’auto, dopo una visita che ne è sicuramente valevole, con pareti scoscese che scendono verticalmente sul fondo del wadi, sostanzialmente scavato e spianato delle alluvioni nel corso dei millenni. Le pietre che s’incontrano sono macigni che l’acqua non è riuscita a spostare, ma solo a levigare. Così come la tenacia umana ha saputo attingere sapientemente alla forma principale di vita per creare una civiltà. I falaj, pur se adesso in cemento, fanno ancora una migliore impressione dei tubi in polietilene, ma occorre capire che lo sviluppo chiede i suoi pedaggi in termini di compromessi. Ormai i laghetti riflettono solo più pareti in ombra ed è il caso di andare a vedere rapidamente il Wadi Tiwi: (foto) andiamo avanti per diversi km fin che possiamo in fuoristrada, osando incunearci fra le strette viuzze di un paesino, da qui arriviamo ad attraversare il torrente e dovremmo proseguire a piedi o in macchina lungo una strada ripida e stretta. Entrambe le soluzioni risultano sconvenienti in quanto è il momento di rientro ed andare a piedi significherebbe impiegare molto tempo impolverandosi completamente, con il Pajero sarebbe un continuo quanto pericoloso tentativo di scansare chi scende lungo la stretta sterrata. Ci limitiamo a scattare alcune foto per tornare indietro e andare a Qalhat, dove non c’è niente da vedere: e forse sta proprio qui il suo fascino, oltre al fatto che ci sono passati Marco Polo e Ibn Battutà in epoche remote. Ma tutto sembra essersi fermato a come devono averlo visto i due famosi viaggiatori: è un villaggio fantasma, alcuni anziani stanno sulla porta in attesa che il tempo passi, l’aria salmastra s’insinua fra le viuzze contornate qua e là da case buttate lì, in ordine sparso come da tradizione. Difficile anche trovare qualcuno con cui parlare e chiedere qualche informazione sul luogo. La guida dice che i restauri potrebbero non essere ancora terminati, a noi risulta invece che non siano nemmeno iniziati. Si respira tuttavia un silenzio ricco di storia, sembra che una macchina del tempo sia entrata in funzione e ci abbia portato proprio qui, dove in passato pescatori e mercanti rendevano ricco il paese, un passo indietro di centinaia d’anni, come sfogliare un libro di storia. Dev’esserci stata ricchezza da queste parti, lo si vede dai lineamenti delle case, per quanto in rovina. Merletti e decorazioni ovunque su muri scrostati a palese conferma dello stato di abbandono, su alcune case crescono già degli arbusti, le finestre paiono bocche sdentate, la vita se n’è andata altrove. Per risvegliarsi è sufficiente alzare gli occhi verso la montagna e vedere i viadotti dell’autostrada che percorreremo tra poco in direzione della vicina Sur: rappresenta l’unica via di comunicazione in quanto la litoranea sulla costa non esiste o è limitata ad un sentiero.
Sur ci accoglie quando il tramonto è già avvenuto da un po’, l’hotel è fuori dal centro ma confortevole. Andiamo in città per cena dove gustiamo dell’ottimo pesce. Scopriamo così essere una cittadina di dimensioni già ragguardevoli ed il centro ne risulta assai caotico anche in queste ore serali. Una passeggiata per vedere la moschea illuminata ed anche per oggi può bastare.
IT
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