Giorno 8

Dubai

La città del futuro senza passato

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Dubai

Mattina a Dubai

Anche per oggi colazione in camera e via alla scoperta di Dubai, approfittando della giornata festiva e del poco traffico che l’attraversa a quest’ora. Avere sette corsie tutte per noi non sembra vero, solo alcuni mezzi di servizio ci sorpassano ma non ci diamo fastidio. La prima meta è la Palm Jumeirah. Non è solo un’isola artificiale, si tratta di una palma disegnata riportando terra dove c’era il mare e bordando il tutto con un enorme cerchio. Un doppio ponte consente di accedere al complesso e porta a seguire la strada principale che si configura come il tronco della palma; i rami (definiti the Frondes dalle indicazioni) sono residenze private mentre un tunnel sotto il mare ci porta nel cerchio esterno costituito essenzialmente da residences e hotel di lusso. Tutto è in silenzio, solo qualche guardiano, qualche garzone che fa le consegne e qualche signora a fare jogging. Un ambiente estremamente tranquillo, dove s’incontrano aristocrazie, ricchi ed arricchiti del mondo. Dubai è un meeting point di questo puzzle umano. Una timida foschia tratteggia la skyline ancora più grigia ma non priva di qualche fascino. Tutto risulta essere estremamente pulito, ordinato, nulla viene lasciato al caso, quasi a sembrare paradisiaco nella sua concezione per quanto estremamente lontano dalla cultura beduina ed araba. Anche le colonne delle superstrade sono fatte a somiglianza di alberi che sostengono l’arteria asfaltata, in uno sfogo di fantasia che non conosce limiti. Un giro alla vicina Dubai Marina prima che tutti si sveglino poiché è l’unico posto dove, volendo imitare le città europee, le costruzioni sono basse, le vie strette ed i parcheggi inesistenti. L’ideale per passeggiare a piedi. Risaliamo sull’Expressway per vedere il Burj al Arab nella sua tonalità migliore e naturale, il bianco, e via verso il vero centro. Trovare parcheggio sotto il mall non è cosa difficile, lo diventerà solo se non si prendono bene le coordinate di dove si è lasciata la vettura. Cosa apparentemente non rara se grossi cartelloni invitano a scaricare una app che consente di ritrovare la propria auto. Ci troviamo immediatamente nel mall, 1200 negozi che stanno aprendo e dentro al quale si trova l’aquarium con bei pesci che vi nuotano dentro (comprese razze e squali) e lo scheletro di un dinosauro vero. Il campo da hockey su ghiaccio, una grossa cascata interna ed altre amenità stravaganti arricchiscono l’interesse per il posto. All’esterno invece si apre the Fountain, un lago artificiale dove danzano diverse fontane, a dimostrare ricchezza tramite abbondanza d’acqua, e sullo sfondo quell’ago metallico costruito letteralmente per grattare il cielo che è il Burj al Khalifa, alto quasi un km ed a buona ragione l’edificio più alto del mondo. Mentre iniziano ad affacciarsi i primi turisti noi riteniamo di aver visto quanto c’interessava e con buon senso dell’orientamento ritroviamo subito la vettura senza l’ausilio delle app.
Una rapida occhiata allaJumeirah Mosque ed andiamo a Bur Dubai per visitare più profondamente il quartiere Al Fahidi, lungo il Dubai Creek. Sembra di non essere più a Dubai, in questo angolo storico e ben conservato, nato all’inizio del secolo scorso grazie a mercanti persiani emigrati qui per godere dei benefici fiscali concessi dallo Sceicco, in tempi in cui di petrolio non si parlava nemmeno (anche perché il consumo non sarebbe stato particolarmente elevato). Le costruzioni sono basse e ben disposte lungo un asse principale con tutti gli attracchi necessari lungo l’insenatura interna, al riparo dalle insidie del Golfo. E’ curioso notare come ancora oggi, ma esattamente sull’altra sponda i dhows facciano scalo per portare le merci in città. Diversa la provenienza e diverso il contenuto, stesse le modalità. Camminare fra le abitazioni ed i negozi riporta indietro nel tempo; il quartiere è stato risparmiato dalla fame di terreno che ha colpito la città negli ultimi decenni, difeso con forza e ristrutturato per ospitarvi negozi, ristoranti e tutto quanto abbia a che fare con lo svago. Un’ottima occasione tanto per gli abitanti che per i turisti di staccarsi dalla verticalità dei palazzi e trovarsi in un contesto più razionale. Alcuni oggetti lasciati sapientemente in mostra (otri, vecchie biciclette, persino gabbie per catturare le aragoste, ecc.) conferiscono un ulteriore tocco di antico alla zona, mentre le torri del vento o badgir ci raccontano che a costruire il tutto furono dei persiani provenienti dall’altro versante del Golfo. A ricordaci che siamo pur sempre a Dubai si vedono in lontananza, o anche soltanto sull’altro lato del Creek, i monoliti di cemento e vetro che ospitano qualche multinazionale. Mentre gli artigiani lavorano fuori dalle loro botteghe, un continuo viavai di dhows turistici porta a spasso coloro i quali intendono vedere la città dall’acqua. Un convincente contrasto fra antico e moderno, anche dal punto di vista umano, poiché in mezzo a turisti occidentali passano gruppetti di donne col burkha: Dubai è anche questo.

Panorama di una città moderna con grattacieli e un corpo d'acqua riflettente.

Il volto urbano di Dubai

Poco distante, sullo stesso lato del Creek, si trova un quartiere non molto dissimile, quello di Shindagha, dove viveva la classe dirigente, con la bella casa dello Sceicco Al Makhrum. Splendida la posizione sull’ansa del corso d’acqua e le case che vi si affacciano. Pur essendo una zona un tempo più ricca di Bur in quanto vi si trovavano dimore signorili contro quelle dei mercanti persiani nell’altro quartiere, non sì è così sviluppata dal punto di visto turistico ed alla fine risulta essere in tono minore. Attraversiamo sull’altra sponda grazie ad un tunnel sotterraneo l’animato quartiere di Deira, in realtà assai tranquillo nel momento in cui arriviamo: è venerdì dopo pranzo, siamo evidentemente nell’ora della siesta. È una zona decisamente popolare abitata quasi esclusivamente da immigrati asiatici o di colore, ci sarebbe da stare poco tranquilli non fossimo in un Paese dove l’illegalità di basso cabotaggio viene perseguita pesantemente. Grazie al GPS raggiungiamo a piedi il souk delle spezie, coloratissimo, con tutta una serie di varietà sconosciute o anche conosciute ma nelle quali non eravamo in grado di riconoscere le proprietà: vi troviamo del lime secco, mirra, zolfo, boccioli di rosa secchi, carcadè, gusti vari essiccati quali rosmarino, salvia, lauro e origano. L’aspetto cromatico è sicuramente quanto attrae maggiormente l’attenzione. Molto più dell’adiacente mercato dell’oro, nel quale sono ordinatamente esposte collane, anelli, corone ed ogni genere di monili: il loro luccicare risulta persino monotono e freddo rispetto alla fantasiosa varietà delle spezie. L’unico vantaggio è che qui non ci sono gli insistenti commercianti che a distanza di un metro l’uno dall’altro recitano la solita nenia per attrarre il potenziale acquirente. Anche se a volte può sembrare pacchiano, il peso di quei gioielli in alcuni casi può valere un tesoro. In entrambi i souk troviamo parecchi turisti occidentali, segno evidente che i tour in pullman o traghetto li sbarcano qui in quanto meta ideale per lo shopping. Dopo questa visita interessante passiamo di fronte al già citato porto, dove i dhow sono ancorati e si stanno scaricando materiali di ogni genere, e spiccano prodotti tecnologici. Il bel tempo che contraddistingue quest’area consente di utilizzare la banchina quale stock permanente.
Alla fine della due giorni nelle metropoli del Medioriente opulento Abu Dhabi risulterà come la più interessante, con un maggior numero di attrattive, oltre ad essere leggermente più sobria della sorella situata un centinaio di km più a nord. Dubai presenta tratti quasi sconvolgenti, con profondi canyon urbani a due larghe carreggiate, lungo i quali si ergono pareti vetrate da farti sentire un moscerino in corsa verso il nulla. I palazzi offrono vedute simili, nonostante la spasmodica ricerca degli architetti a differenziare gli uni dagli altri. Archi arditi e forme stravaganti a nascondere uffici ed abitazioni residenziali. Parlando con un cameriere turco, ieri sera poneva in risalto una città senza anima, dove business e profitto sono non la regola ma l’imperativo. Buono per lavorarci, meno per viverci. In effetti, l’idea di doverci trascorrere qualche anno sembra quasi una condanna; molti rimangono qui il temo necessario per fare un po’ di solidi e poi lasciano il posto ad altri. Anche per noi un giorno è stato sufficiente, per quanto interessante ed utile a conoscere la realtà di una metropoli senza grande storia, ma con un notevole presente e non si sa con quale futuro. Sono quelle esperienze che si fanno volentieri una volta e risultano perfino arricchenti, ma è ora di andare a vedere cosa propongono gli altri Emirati. Soddisfatti di questa avventura fra moderno ed antico imbocchiamo la Sheikh Mohammed Bin Zayed Road che corre qualche km all’interno della costa verso nord e vi percorriamo un centinaio di km; lungo la strada vedremo gente che fa il picninc incurante delle auto che sfrecciano nelle vicinanaze. In pochi minuti, superata Sharjah, ci si trova in un contesto completamente diverso: il deserto ed il terreno arido hanno preso il sopravvento e ben presto i palazzi lasciano il posto a più modeste abitazioni. Ras Al Kaimah è l’esempio vivente di come sarebbero gli Emirati senza il petrolio. Appare strano che si vedano così tante differenze; in giro non si nota povertà, le strade sono ben tenute e si respira l’idea di un tenore di vita tutto sommato accettabile, ma che dev’essere guadagnato quotidianamente lavorando e non proveniente dalla finanza creativa. Pertanto si vedono negozi di ogni genere e sorta, alcune industrie di medie dimensioni, gente indaffarata con gli abiti tradizionali dei Paesi Arabi. Siamo in città (abbreviata da tutti con RAK) a metà pomeriggio, così che ci viene ancora l’idea di andare a vedere il Jebel Jais (la montagna più alta degli Emirati), ovviamente raggiungibile con comoda superstrada. Il traffico è molto elevato, così come la velocità, ma intanto sono 50 km per raggiungere la meta. Vediamo fin da subito che sui bordi ci sono le tracce di alluvioni, l’alveo dei fossi è stato portato via in diversi punti, cosi come qualche pezzo di strada. Le forti piogge di un mese fa si sono riversate interamente sul fondovalle, creando disastri in una zona quasi desertica dove non piove mai. Anche se ci sono due corsie per la salita con una buona guidabilità, il tragitto risulta lungo e temiamo di non raggiungere una buona postazione prima del tramonto. Ma la fortuna ci assiste anche stavolta ed arriviamo poco sotto la vetta (chiusa al traffico tanto automobilistico che pedonale) per trovare parcheggio in mezzo ad un assembramento di auto sui lati. Scopriamo che si paga l’equivalente di un euro per accedere al colle vero e proprio a piedi dove con stile e precisione emiratino è stata costruita una balconata dalla quale si vedrebbe l’infinito, non fosse per una comprensibile foschia sotto di noi.

Silhouette di montagne aride al tramonto nel deserto.

Politica e società a Dubai

Si ha comunque una bella vista sulle creste intorno, adombrate dal lieve velo. In fondo si vedono delle cittadine portuali con un placido mare che le accarezza, ma soprattutto possiamo ammirare il sole, arancione come non mai, mentre tende a scomparire in lontananza, creando ancora maggiori contrasti e profondità fra diverse catene di montagne. Vista l’ora ormai tarda, lungo la strada incontriamo parecchie vetture che scendono, ma molta gente è ancora su e la maggioranza è accampata in un picnic ad oltranza, incuranti del buio che arriva; anche durante la discesa, quando è ormai notte, la gente continua a godersi la frescura del momento; ci sono 19° ma la temperatura è destinata a scendere, quando siamo sul fondo del canyon siamo sui 28°. Si tratta soprattutto dei locali o indiani che vivono qui, i turisti occidentali sono veramente pochi: forse che preferiscano le verticalità urbane a certi tramonti. C’è anche una balconata sull’altro lato, quello dal quale siamo saliti: da qui si vedono altre catene montuose, rese rossastre dal tramonto e dalla pietra, e le curve della strada che sale ad ampi tornanti. Ci troviamo nell’estremo nord degli Emirati, a pochi km dall’enclave omanita di Musandam e, di conseguenza dallo Stretto di Hormuz, la cui strategità è diventata peculiare negli ultimi anni di turbolenze nella regione. È una montagna rossastra, con molte nervature, potremmo quasi definirle delle rughe; una montagna che sa di vecchio, non solo l’arido comune in questi casi; solo sul fondo si presentano alcuni arbusti, destinati a rinsecchire in breve tempo sotto il sole cocente. Siamo stanchi della tirata, possiamo così rientrare per cercare l’hotel e quindi andare in città per la cena. L’hotel è bello, ma stupisce la diffidenza che hanno nei confronti degli ospiti: richiedono una cauzione per eventuali danni o furti in camera (o meglio l’ampio appartamento che abbiamo a disposizione), nonché effettueranno un controllo il mattino successivo per verificare che sia tutto a posto. Evidentemente le esperienze avute non sono state particolarmente positive. In città si vedono un paio di palazzi illuminati e molta gente che fa il picnic nelle aiuole, curioso notare le donne in gruppi separati dagli uomini. Ceniamo a base di pesce in un tranquillo ristorante: l’unico problema è che non accettano carte di credito e noi non abbiamo AED a sufficienza. Ci ricordiamo che siamo quasi sul confine con l’Oman e scopriamo che accetta anche OMR: si mangia anche stasera. Una passeggiata sulla corniche per vedere come gli abitanti di RAK trascorrono la serata festiva, con bambini che scorrazzano ovunque giocando al pallone, segno di una globalizzazione in senso positivo.

Pernottamento
Ras al-Khaimah – One To One Mughal Suites

IT

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