Giorno 8

Il sud del sud

Cadice, Jerez e le Colonne d’Ercole, ovvero lo Stretto di Gibilterra

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Il sud del sud

Arcos de la Frontera e Jerez

Tanto era tranquilla ieri la Av. de Juan Carlos I quanto stamattina è animata di gente nei bar. Conoscendo ormai le abitudini degli andalusi in tema di orari mattutini, ci facciamo trovare pronti per la colazione alle 8:00, pensando che quello sia il momento dell’apertura. In realtà a quell’ora i tanti bar sono già pieni di gente vociante intenta a bere dal caffè fino al bianchetto. Lastricati da piastrelle di graniglia sembrano saloon del Far West in veste europea, con un ampio locale e il bancone in fondo: capannelli di gente in piedi e seduta discute animatamente intorno a tavoli neanche tanto volutamente d’antan. Restiamo prima stupiti, poi affascinati da questo piccolo mondo antico che sembra andare controcorrente rispetto ai tempi. Consumato quanto previsto dalle nostre consolidate abitudini, apriamo il portone di quella che era una cascina — ora denominata casa rural — e usciamo andando a prendere l’autostrada, proiettati nel marasma del rush hour sivigliano, un grande mondo moderno di cui non sentivamo assolutamente la mancanza. Superati i pur brevi rallentamenti ci spostiamo sulla A4 in direzione sud verso Cadice, in un alternarsi di sole e foschia in mezzo a una natura prettamente agricola.

Arcos de la Frontera sembra essere stata concepita per attirare i turisti: immancabilmente in cima a una collina, con i soliti vicoli dove le auto devono prestare molta attenzione a non calpestare i piedi ai pedoni, e viceversa. Parcheggiamo abbastanza distante e questo, se da un lato ci costringe a una lunga camminata, dall’altro consente di vedere una discreta quotidianità urbana. Ricca di miradores dai quali vedere l’infinito di colori agresti, edifici religiosi e una piazza centrale piena di alberi d’arancio dove spicca il castello in un contesto di bianco dominante. A ben vedere non c’è poi granché, ma nel complesso appare una bomboniera lungo le cui strade si può fare un grande passo indietro nel tempo. Del resto il nome stesso “de la Frontera” ci narra della sua origine, nei tempi in cui questa e altre cittadine poco distanti fungevano da confine fra il regno cristiano di Castiglia e quello islamico di Granada — siamo fra il 1250 e il 1492.

Una peculiarità non esclusiva di Arcos sono i banchetti di venditori di biglietti della lotteria, intorno ai quali si formano capannelli di anziani in cerca di quello giusto. Lasciamo quello che è forse il più grande fra i pueblos blancos per dirigerci a Jerez de la Frontera, la prima città che finisce per deluderci un po’ — forse complice una copertura che si addensa nel cielo: poca pulizia, numerosi monumenti scrostati, gente a zonzo senza meta. Non è quell’immagine netta che avevamo ricavato dal resto della Spagna visitata in questi giorni, e pertanto contrasta ancora di più. Non sarà comunque una visita inutile dal momento che Jerez dispone di un bell’Alcázar accompagnato dalla Cattedrale poco distante.

Vista notturna di una piazza con architettura in mattoni in Andalusia.

El Puerto de Santa María e Cádice

Prossima tappa nella vicina El Puerto de Santa María, dove entreremo a visitare la Plaza Real de Toros — avendo la visione dal terreno che ha il torero, e anche il toro — e il Castillo de San Marcos. È inoltre una delle città di eccellenza per la produzione dello sherry, il famoso vino alcolico esportato ovunque — tanto che proprio da Jerez deriva il suo nome — ma non intendiamo visitare lo stabilimento Osborne né altri della zona. Sarebbe comunque interessante capirne la storia e il processo di produzione, come fatto lo scorso anno in Irlanda con la Guinness e qualche anno prima in Scozia con il Glenfiddich. Forse dovremmo porci qualche domanda sulla nostra passione per i siti produttivi di bevande alcoliche, ma concludiamo facilmente che anche questa è cultura. Liquidiamo la visita della cittadina pranzando non distante dalla zona portuale con sardine e sgombri; andiamo infine ad assaggiare un bicchiere di sherry fino in un bar tipicamente local.

La prossima meta è Cádice, che si presenta benissimo con il Puente de la Constitución de 1812 — una costruzione ardita che ci proietta direttamente nel centro urbano, dove troviamo un parcheggio sotterraneo e ci avviamo alla scoperta del casco antiguo. Cádice è sostanzialmente un’isola, connessa alla terraferma solo da una lingua di terra che la collega verso sud. Probabilmente è la città più antica d’Europa, fondata dai Fenici — abili navigatori che videro nei riparati porti naturali della zona il luogo ideale per un insediamento. Luogo che divenne appetitoso anche per gli arabi e tutti quelli che seguirono nei secoli successivi, fino a essere il centro nevralgico delle spedizioni per la scoperta dei nuovi continenti. Anche se si trova su una piattaforma pianeggiante, anche qui è tutto un incrocio di vicoli stretti in cui il sole riesce a infilarsi solo quando è sulla verticale. Ricca di negozi, meriterebbe una ritinteggiata in alcuni suoi monumenti. Ci sono siti interessanti come la Cattedrale, ma niente di paragonabile a quanto visto nei giorni scorsi; facciamo prima una lunga passeggiata nel centro e a seguire il periplo in macchina, intravedendo begli scorci di mare e fortezze erette a scopo difensivo. Usciti percorrendo l’istmo che la collega al resto della penisola iberica, prendiamo l’autovía verso Tarifa, iniziando a vedere le prime indicazioni per Malaga — la nostra meta finale — che ci ricordano che il viaggio sta per volgere al termine. Attraversiamo verdi campagne e piantagioni di mulini a vento non distanti dal mare.

Vejer de la Frontera e le Colonne d’Ercole

Seppur con qualche schiarita, in prevalenza la giornata da Jerez in poi si presenta con spesse coltri nuvolose. Ancora uno stop, questa volta a Vejer de la Frontera — assolutamente meritevole. Un grosso quanto incantevole villaggio bianco dove il tempo è stato sapientemente fermato per consentire ai visitatori di assaporarne l’essenza araba. Saliamo lungo stradine che si fanno man mano più ripide e strette, dove non è difficile perdersi ma è facile ritrovarsi. I muri bianchi sono punteggiati da vasi di gerani pensili, ovunque si aprono viste sulle variopinte pianure sottostanti, mentre l’atmosfera del tramonto inizia a prendere corpo. Una bella passeggiata, ma non possiamo permetterci di indugiare: ci attendono ancora alcune decine di chilometri per raggiungere Tarifa, la cui visita viene posticipata al mattino successivo.

Paesaggio montano con il mare sotto un cielo nuvoloso in Andalusia e Algarve.

Dopo Vejer la strada diventa a una corsia per senso di marcia ma resta scorrevole. Poco vicino alla nostra sistemazione si trova il Mirador del Estrecho, un punto panoramico dal quale si vede l’Africa a poca distanza — in particolare la città marocchina di Tangeri che sta accendendo le prime luci dopo il calar del sole. Essere qui raccoglie insieme tutta una serie di ragioni ed emozioni storiche, geografiche, politiche e antropologiche. Siamo alle Colonne d’Ercole, dove nell’antichità si pensava che finisse il mondo; ed è interessante pensare che per molta gente dei nostri tempi il mondo non riesce nemmeno ad arrivare fino a qui. Trascurando le ristrettezze mentali dei contemporanei, ci rendiamo conto di trovarci in un punto nevralgico dell’umanità, forse nemmeno considerato all’altezza di ciò che realmente rappresenta. Alcune velature infondono ulteriore senso di misticità e ci ripromettiamo di tornare domattina, quando passeremo nuovamente da qui per visitare Tarifa. In un paio di chilometri siamo nella bella sistemazione di questa sera, dove ceniamo e ci concediamo un meritato riposo.

Difficile stabilire se sia legato all’immigrazione dall’Africa, ma in giro si vedono molte forze di polizia e guardia civil. Sull’autovía in provenienza da Siviglia un cartello luminoso segnalava che il transito per l’Africa è unicamente dedicato alle merci. Verremo poi a sapere che è stato il Marocco a chiudere le frontiere marittime, ma la ragione ci resta sconosciuta. A Malaga c’è una grande concentrazione di camper, diversi arrivano a Tarifa, ma non c’è modo di imbarcarsi per raggiungere il Marocco.

Nel pomeriggio a Vejer abbiamo visto un vecchio mulino a vento — di ben nota rappresentazione sui quadri d’epoca — mentre nella zona dello stretto vediamo molte pale eoliche, contro le quali difficilmente riusciamo a immaginare la figura di Don Chisciotte lottare. Scopriamo anche il significato del prefisso Guadal, presente in quasi tutti i nomi dei fiumi della regione — Guadalquivir, Guadiana, Guadalmansa, Guadarranque: etimologia araba che sta a significare semplicemente fiume. Il río Guadalete, che incontreremo in diverse occasioni e sfocia a El Puerto de Santa María, origina il suo nome dal Lete — il fiume dell’oblio — in seguito a una guerra fra Fenici e Greci da una parte e altre popolazioni nemiche: raggiunsero un accordo di pace decidendo di dimenticare le ragioni del conflitto.

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