Giorno 2

Pueblos Blancos e Granada

Dal trionfo arabo dell’Alhambra al loro esilio nei Pueblos Blancos

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Pueblos Blancos e Granada

Le Alpujarras e i pueblos blancos

In realtà non ci godremo particolarmente la posizione privilegiata — non è stagione e non era nemmeno nelle intenzioni. Volevamo dormire fuori Malaga per ragioni di tranquillità ed essere già nella direzione giusta per partire alla volta delle Alpujarras. Si tratta di alcuni paesini adagiati lungo i pendii meridionali della Sierra Nevada, i cosiddetti pueblos blancos che incontreremo anche negli ultimi giorni del viaggio più a ovest. In questo caso l’origine di questi agglomerati è dovuta alla concessione da parte dei Reyes Católicos ai musulmani di fuggire senza conseguenze da una Granada appena riconquistata, fondando cittadine in classico stile moresco con i tetti piani e gli stretti vicoli a formare dedali inestricabili. Si lascia la vettura negli appositi spiazzi a inizio paese per girovagare senza meta lungo budelli non dissimili da quanto vediamo normalmente in Liguria, ovviamente lungo pendenze anche significative e abbagliati dalla calce che imbianca ogni parte in muratura.

Facciamo colazione poco dopo le 7:30 — ci sono già 12 °C — in una cafetería poco distante dall’hotel con vista spiaggia, quando non ha ancora albeggiato. È sabato e ci sono solo alcuni aficionados che andranno a prendere servizio da qualche parte; chi può dorme ancora. Veniamo per la prima volta a contatto con l’accento andaluso, dove la s viene pronunciata con la lingua che va ad appoggiarsi sugli incisivi superiori, complicandone la comprensibilità — anche a causa delle mascherine. In tema di restrizioni Covid le regole sono sostanzialmente uguali a quelle in vigore in Italia. Inauguriamo così una lunga serie di caffè con leche mattutini nella classica versione spagnola: in un bicchiere profondo di vetro trasparente, normalmente senza schiuma. In rare occasioni, ordinando sempre lo stesso in giorni e bar diversi, ci vedremo portare un cappuccino — ma quello tradizionale è senza schiuma, servito nel bicchiere.

Prendiamo l’autovía — una sorta di autostrada a due corsie e due carreggiate non a pagamento, a differenza dell’autopista, molto simile ma a pedaggio — che porta a Motril, tra coltivazioni di mango, con un terreno in apparenza brullo e belle ginestre bianche interamente fiorite; di ulivi, per ora, nemmeno l’ombra. Man mano che ci avviciniamo alle alture delle Alpujarras incontriamo sempre maggiore copertura nuvolosa — nebbie in quota, a dirla meglio — dalle quali di tanto in tanto spunta qualche raggio di sole. Ci fermiamo un attimo a Órgiva ma non sembra niente di che, se non per la caratteristica di presentarsi come una grossa macchia di bianco che declina lungo i pendii della Sierra. Pampaneira è invece un bel villaggio che merita una passeggiata in centro — sono le 10 e le vie iniziano ad animarsi — fra i tappeti berberi in vendita molto ben esposti, retaggio di una cultura nordafricana ancora radicata. In un negozio dove pendono innumerevoli prosciutti classici della zona — il vento secco ne fa un tipico luogo di stagionatura — acquistiamo qualche fetta di jamón locale con formaggio di capra e pane per il pranzo. Diverse drogherie espongono botti in legno con vino dulce da vendere sfuso, sia al bicchiere che in bottiglia. Anche Lanjarón ci dice poco e lo vediamo rapidamente attraversandolo in auto: spiccano stabilimenti termali e hotel in apparente stato di abbandono, o nella migliore delle ipotesi bisognosi di poderosi restauri. La temperatura è decisamente più bassa — siamo sui 6 °C e la quota varia fra i 700 e i 1.000 metri — la vegetazione è ormai quella di montagna, con qualche fioritura ma netta prevalenza di rami spogli ancora in veste invernale. Tra un paese e l’altro incontriamo le prime distese di uliveti, la principale fonte di reddito insieme al turismo. Nei prossimi giorni ritroveremo il nome di Lanjarón sulle bottiglie di acqua minerale servite sui tavoli dei ristoranti. Pur avendo un’urbanistica leggermente diversa fra di loro, i pueblos blancos presentano sostanzialmente le stesse caratteristiche. Ubicati lungo ampi pendii collinari, gli abitati si addensano su un’area ristretta, con vicoli dove non sempre può transitare un’auto. Il più delle volte assomigliano a un cono il cui vertice in alto è rappresentato dalla chiesa e/o dal castello, dal quale le abitazioni scendono come in una cascata lattea — rigorosamente di colore bianco. Ragioni climatiche — per consentire la ventilazione e contenere la calura estiva — e ragioni difensive — per impedire attacchi in massa — hanno richiesto la costruzione di vicoli stretti, decretando quella forma così caratteristica che li rende oggi mete turistiche assai ambite.

Paesaggio rurale e architetture in primo piano con una città sottostante.

Granada e l’Alhambra

In una quarantina di chilometri raggiungiamo Granada: lasciamo la macchina nel parcheggio dell’Alhambra, che si trova appena sopra il famoso monumento. Avendo precedentemente riservato online gli ingressi — per assicurarci la possibilità di entrare visti gli enormi flussi e le restrizioni Covid — puntiamo direttamente all’Alcazaba, quella che potrebbe definirsi il cuore militare della cittadella. Per prudenza l’ingresso agli interni era stato prenotato per le 15:30, così abbiamo il tempo di pranzare gustando il pregiato jamón seduti su una panchina nel cuore dell’Alhambra stessa. A seguire scendiamo a visitare il centro cittadino: la Plaza Nueva, la Plaza Isabel la Católica, la Cattedrale con il Sepulcro de los Reyes Católicos nella Capilla Real — dove sono sepolti i sovrani artefici della Reconquista — la Basílica de San Juan de Dios e il quartiere ebraico di Realejo. La giornata è abbastanza soleggiata e ci sono 18 °C; risaliamo verso l’Alhambra per visitare il palazzo di Carlo V — unico nel suo genere, con il perimetro esterno a base quadrata e il cortile interno rotondo — e i Palacios Nazaríes. Questi ultimi rappresentano una vera delizia per gli occhi: una profusione di architetture e decorazioni armoniche in stile arabo dalle quali non ci si vorrebbe staccare. Gli intarsi — tanto nella pietra che nel legno — disegnati sugli archi a ferro di cavallo sono opera di pazienti quanto abili scalpellini. Lo stile arabo ha poi favorito la presenza di numerosi patio, puntualmente rinfrescati da fontane e rigoli d’acqua che corrono dentro scanalature, in un’immagine di quiete rinfrescante. È evidente come Granada sia una delle poche città andaluse a disporre di acqua in abbondanza, grazie alla Sierra Nevada che si vede imbiancata a pochi chilometri di distanza. Di tanto in tanto si aprono finestre con splendide vedute sulla collina antistante, dove si trova il quartiere di Albayzín — dove pernotteremo stanotte — e il famoso Mirador San Nicolás. In realtà è “musulmano” solo in quanto a origine e struttura urbanistica: gli arabi sono fuggiti o sono stati forzatamente convertiti più di mezzo millennio fa.

A questo proposito vale la pena fare un punto sulla storia arabo-cristiana che ha caratterizzato la prima metà dello scorso millennio. Dopo la conquista musulmana avvenuta su gran parte della Spagna nel secolo successivo alla predicazione di Maometto, è iniziata la cosiddetta Reconquista cristiana, che ha avuto termine proprio nell’anno in cui Cristoforo Colombo sbarcò per la prima volta in America — il 1492 — con la conquista di Granada e l’accordo per un’enclave musulmana proprio nelle Alpujarras appena visitate. Tanto Granada quanto Malaga sono state le ultime città a ritornare sotto la Corona spagnola; intorno al 1250 erano già state riprese Siviglia, Córdoba e la regione occidentale dell’Andalusia. Il carattere arabo — o berbero marocchino — è comunque rimasto sia nel DNA che nello stile, tanto da espandersi in altre città con le architetture mudéjar, proprio grazie alle sue sublimi finiture.

Già che ci siamo, vale la pena spendere un breve accenno anche al navigatore genovese: sono innumerevoli le vie intitolate a Cristóbal Colón, considerato a pieno titolo un figlio della Spagna — cosa forse vera, in quanto a parte la nascita il navigatore genovese sembra aver condiviso assai poco della patria natia, tanto da morire povero a Valladolid ed essere sepolto nella Cattedrale che vedremo a Siviglia nei prossimi giorni.

L’Albayzín di notte e il Mirador San Nicolás

Chiudiamo la visita con una passeggiata fra gli splendidi giardini del Generalife, che saranno ancora meglio fra un paio di mesi quando tutte le piante avranno raggiunto il massimo della fioritura. Ancora una bella camminata; tanto che, pur avendo gli occhi pieni di meraviglie architettoniche e naturali, non dispiace affatto sedersi in macchina. Con un lungo giro intorno alla città per raggiungere l’Albayzín — a piedi, attraversando la valletta che lo separa, non avrebbe richiesto più tempo — ci portiamo all’ostello prenotato nel cuore del quartiere per viverlo in tutta la sua bellezza. Vicino al parcheggio si trova il Mirador di San Cristóbal, nel magico momento del tramonto. Le viste dall’alto consentono di ammirare la struttura delle abitazioni, con il patio al centro a garantire un minimo di frescura nelle giornate più torride. Destino vuole che appena usciti per cena si scateni uno scroscio di pioggia tale da costringerci ad aprire l’ombrello, prestando molta attenzione al perfido porfido costituito da pietre lisce sulle quali già si rischia di scivolare quando è asciutto. Concentrandoci a ogni passo lungo gli stretti vicoli fra mura che potrebbero raccontare chissà quante storie, recuperiamo un interessante ristorante marocchino e lo eleggiamo a sede della cena. L’esito sarà positivo: kebab ben speziato, costolette d’agnello e melanzana ripiena. Tutto molto gradevole — e con questo iniziamo a sentirci trasportati in un mondo antico e più lontano di quanto non possa suggerire la pura distanza geografica dalla Spagna. A Granada il freddo non è inusuale, data la vicinanza alle montagne; è anche capitato che nevicasse, ma si tratta di occasioni molto sporadiche. Ancora una passeggiata nel centro reso umido dalla breve pioggia — nonostante l’ora tarda vivace e illuminato. La zona della Cattedrale non presenta luci particolari; ben diverso dal Mirador San Nicolás, dal quale si gode una splendida vista notturna sul profilo dell’Alhambra che si staglia sulla cresta della collina antistante, ben illuminata e fiammeggiante nella notte andalusa. Chiudiamo la serata con una cioccolata calda in una tetería, bar dal voluto accento arabeggiante, dove abbondano i narghilè.

Con i suoi 230.000 abitanti, Granada non è una città particolarmente grande, mentre le strutture ricettive risultano scarse rispetto ai visitatori che — specialmente nel weekend — tendono ad affollarla per visitare l’Alhambra, un gioiello di rara bellezza nonché uno dei complessi residenziali difensivi più affascinanti dell’intera Europa. Come vedremo in modo ancora più evidente a Córdoba, laddove c’erano costruzioni islamiche — soprattutto religiose — queste sono state distrutte e riconvertite in chiese o palazzi di governo; qui è significativo l’esempio del palazzo di Carlo V. In alcuni casi si assiste a una trasformazione in chiave di sincretismo architettonico, per cui un edificio originariamente islamico è stato gradualmente trasformato in cristiano. Al giorno d’oggi dobbiamo essere davvero grati al fatto che non tutto sia andato perduto, e che gli antichi riconquistatori si siano lasciati abbagliare da tali bellezze senza distruggerle interamente.

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