Giorno 7
Algarve
L’oceano si scaglia senza sosta contro quei faraglioni da cui partirono i grandi navigatori
Sagres, Cabo São Vicente e la Ponta da Piedade
Alle 7:22 c’è l’alba ma quando mettiamo la testa fuori alle 7:00 notiamo subito una bruma molto bassa — ce la prendiamo allora più comoda. In realtà poco dopo il porto di Sagres viene subito illuminato dal sole che sbuca fra una coltre di fragili nuvole. Mentre in giro non c’è nessuno vediamo le gabbie usate per ingannare e catturare le aragoste e altri abitanti dei fondali. Ci dirigiamo a vedere la Fortaleza e il Cabo São Vicente, due estremità fortificate, battute dal vento e dalle onde che si infrangono senza pietà contro le rocce. Proprio in prossimità di quest’ultima troveremo un ambiente tanto idilliaco quanto selvaggio, con una serie di passaggi anche esposti ma di grande resa visiva. Il cielo è dolcemente capriccioso: alterna zone di sole ad altre di nuvole cupe, una manna per la fotocamera. Siamo nel punto più sudoccidentale d’Europa — che mancava alla nostra raccolta dopo aver visto quello più occidentale, il più vicino al continente americano, solo lo scorso agosto in Irlanda. La temperatura è sempre leggermente più calda nonostante una ventilazione costante, testimoniata dalla presenza di numerose pale eoliche. Poco prima delle 10:00 si è già sui 16 °C e il cielo è diventato uno specchio blu a fare coppia perfetta con l’oceano. Attraversando un paesaggio di morbide colline verdi, prati e coltivazioni, ci spostiamo verso Lagos, città dal passato glorioso. Da qui partivano le navi dei mercanti che solcavano gli oceani durante il periodo coloniale portoghese. Visitiamo il forte che si trova a Ponta da Piedade, anche qui in mezzo a straordinari quanto ripidi salti di roccia che si tuffano direttamente nell’oceano, affiancati da cespugli fioriti nei colori pastello dal giallo al rosa.
Notiamo come la zona sia anche meta di un turismo hippie, costituito prevalentemente da nordeuropei con camper e vetture d’epoca — tra il naïf e il kitsch, forse entrambi. Giovani che adottano un sistema di viaggiare meno turistico nel senso opulento del termine, quanto più spirituale e contemplativo. Molti anche in bici o con lo zaino in spalla, grazie alle temperature ancora miti.
Silves, Praia da Marinha e rientro in Spagna
Andiamo in un supermercato di Lagos per acquistare sardine e chorizo, che mangeremo su una panchina con vista al Miradouro di Praia da Rocha. Lungo la strada vediamo quello che sembra essere un assembramento di cicogne con relativi nidi — sempre che possa essere considerato un allevamento. Ci spostiamo per vedere ancora un paio di punti panoramici sulla costa — Algar Seco — per poi proseguire verso l’interno a visitare Silves, storica cittadina anch’essa abbarbicata su una cima collinare ma con più ampio respiro nelle sue vie, che convergono verso la bella cattedrale e il castello — il quale sembra costruito con i Lego in terra rosso scura, decisamente caratteristica. Un caffè sotto il sole dei 20 °C e, prima di rientrare in Spagna, ci concediamo un’ultima divagazione a Praia da Marinha, scendendo fino alla spiaggia dove le alte scogliere in arenaria formano due splendidi archi naturali. Su un pannello leggiamo che il termine algar in arabo significa grotta, mentre in lingua fenicia ha un altro significato che richiama l’infinito della profondità marina — le due interpretazioni da cui deriverebbe il nome Algarve.
La volontà sarebbe quella di battere la costa palmo a palmo per cercare nuove emozioni visive, ma il sole scende inesorabile verso ovest e ci dice che dobbiamo muoverci in direzione contraria per 230 chilometri. Dobbiamo ancora arrivare a Siviglia — o meglio, nella sua campagna a una trentina di chilometri, ad Aznalcázar per la precisione. Cena in un ristorante tipico — anche se sarebbe difficile trovare qualcosa che non lo sia — dove assaggiamo la coda di toro. Decorato da utensili di campagna appesi alle pareti e scene di corrida, parliamo con la cameriera e apprendiamo come anche da queste parti la siccità rappresenti uno spauracchio tutt’altro che remoto. In tutto l’inverno hanno avuto un solo giorno di pioggia, soprattutto scrosci che non hanno penetrato il terreno. Anche il proprietario del ristorante, col quale scambiamo due chiacchiere al momento di pagare il conto, esprime la sua preoccupazione per la siccità persistente: ci racconta di come in zona la vita sia comunque gradevole, con il clima favorevole e la costante frequentazione turistica. Una passeggiata nella via centrale, piena di bar poco frequentati — ma chi c’è si fa sentire — ci fa capire che siamo in un contesto decisamente rurale. Nessuno per strada, una tranquillità decisamente agreste; tanto le immagini viste quanto la gente con cui abbiamo parlato esprimono un’intensità religiosa e conservatrice. In sostanza sembra di essere ben più distanti di quanto non siamo in realtà dal capoluogo dell’Andalusia.
Una curiosa annotazione riguarda gli ulivi: in certe zone crescono come cespugli selvatici, in una configurazione a noi del tutto sconosciuta. Il rosmarino — o meglio, una sua varietà — viene usato come pianta ornamentale, tosato all’interno delle aiuole e impiegato per creare geometriche e perfette bordure.
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