Giorno 4
Cordoba
La Mezquita, incredibile incrocio fra arte islamica e cristiana. La storia vive a Cordoba
Verso Córdoba: ulivi e Medina Azahara
In una stagione invernale dove di precipitazioni dalle nostre parti non se ne sono viste, ci troviamo a prendere acqua per la seconda volta in tre giorni. Dopo lo scroscio di sabato a Granada, eccone un altro — breve ma pronto a precipitare con intensità sulle nostre teste proprio mentre ci apprestiamo a uscire per la colazione. Anche in questo caso durerà pochi minuti, ma senza l’ombrello la doccia mattutina avrebbe avuto luogo all’esterno. Raggiungiamo il bar per il solito menu e siamo pronti per partire alla volta di Córdoba. Guardiamo da vicino le piantagioni di ulivo che sembrano perdersi all’infinito lungo un paesaggio di morbide colline e osserviamo ancora una volta il sistema di piantumazione in gruppi di tre o quattro tronchi che sporgono verso l’esterno per ampliarne la produzione; quando lasciamo le zone collinari questo sistema cede il posto ai tradizionali alberelli, pur con un fusto più massiccio di quanto siamo abituati a vedere. Gli alberi sono affiancati dalla presenza regolare di un tubo in PVC che garantisce l’irrigazione quando ve n’è necessità. Il paesaggio risulta piacevolmente monotono con questi punti verdi in un contesto ocra, il sottobosco perfettamente pulito e diserbato. Nel frattempo le nuvole hanno lasciato spazio a un vapore galleggiante poco sopra le nostre teste; già in dissolvimento al momento della partenza, lascia posto a un cielo terso man mano che scendiamo nella zona pianeggiante. Lungo una comoda autovía raggiungiamo la città, che conta circa 300.000 abitanti. Una rapida occhiata a Medina Azahara, situata a 8 chilometri dalla città — le rovine di un palazzo del Califfo, oggi non visitabile per chiusura settimanale; ci limitiamo a osservarlo dall’esterno. Ma è nel centro di Córdoba il monumento che probabilmente segnerà il punto culminante di tutto il viaggio: la Mezquita. Il cielo è sereno, salvo la presenza di alcune nuvole che rappresentano un valido complemento cromatico nelle foto, salvo quando vanno a togliere luce ai soggetti da fotografare. Lasciamo la vettura in un parcheggio sotterraneo e a piedi raggiungiamo la pensión, situata nella zona pedonale. Senza grosse pretese, ha il pregio di essere comodissima al centro e di possedere un bel patio interno in stile locale. Dopo aver gustato il jamón bellota in camera — poco più di 100 grammi per una decina di euro — ci apprestiamo a vedere la città: attraversiamo la bella Plaza de las Tendillas e iniziamo dal Tempio Romano, le cui rovine si trovano in pieno centro e presentano ancora belle colonne a simboleggiare l’importanza di un sito fondamentale sulla via che collegava Barcellona a Siviglia. Tempi andati, poi sostituiti dai visigoti, dagli arabi e infine conquistati dalla monarchia spagnola a metà del 1200. Una passeggiata fra le vie centrali della Judería — vecchio quartiere ebraico, riconoscibile ovunque per gli stretti budelli dove non è difficile perdere l’orientamento — e andiamo cautamente ad acquistare i biglietti per l’ingresso nella Mezquita alle 16:00. Proseguiamo verso il Ponte Romano sul Guadalquivir, meta fotografica di ogni turista; dall’altro lato andiamo a vedere i due ristoranti consigliati dalla gentile receptionist della pensione. Rientriamo scattando numerose foto grazie a un cielo particolare, con i bianchi cumuli di nuvole che sembrano letteralmente appesi come in una rappresentazione teatrale. Costeggiamo i Jardines del Alcázar de los Reyes Cristianos, passiamo per la Puerta de Sevilla e las Caballerizas Reales, dove ordinate e dritte stradine sono costeggiate da caseggiati bianchi, per terminare nel palmeto di fronte all’Alcázar.
La Mezquita: moschea e cattedrale nello stesso sguardo
Dall’esterno la Mezquita non si presenta poi così bene come altre magnificenze storiche andaluse. Vista da fuori appare come una fortezza circondata da alte mura — niente di paragonabile alla maestosità della Cattedrale di Siviglia o all’imponenza dell’Alhambra che si staglia contro il cielo sulla collina di Granada. È solo addentrandosi che il gioco di luci inizia a fare il suo effetto e la foresta di colonne rende all’edificio la sua vera maestosità. Del resto è stata volutamente concepita per privilegiare l’ampiezza alla verticalità. Fortuna e un minimo di intuizione ci fanno arrivare in anticipo — siamo i primi a entrare nel tempio, per trovare un comune denominatore a quello che è allo stesso tempo una Moschea e una Cattedrale. I nostri occhi si trovano di fronte a un fitto colonnato con archi a ferro di cavallo. Restiamo irretiti da tanta vasta bellezza, cerchiamo di non far caso alle voci dietro di noi e ci concentriamo sulla vista che si schiude di fronte; il tempo sembra retrocedere a folle velocità fermandosi poco prima dell’anno 1000, nulla è cambiato e la misticità del luogo ne risulta intatta. Le colonne sembrano uguali fra loro, ma a uno sguardo più attento non può sfuggire che i materiali sono sovente diversi e i capitelli possono avere varie origini — frutto di requisizioni avvenute in tempi antichi fra le rovine romane, importati o costruiti con materiale locale. Sembra che gli arabi in questo caso non abbiano prestato particolare attenzione all’uniformità dei dettagli quanto alla bellezza nel suo complesso. Non era mai accaduto di vedere una Cattedrale letteralmente incorporata all’interno di una Moschea. Ciò è stato reso possibile grazie all’estensione dell’edificio islamico, e offre spunto per alcune riflessioni. Costruire un edificio cristiano dentro uno di credo musulmano può apparire semplicemente sacrilego — quasi una profanazione — e questa è la nostra idea di uomini del XXI secolo; ma visto in retrospettiva c’è da essere felici che la preesistente Moschea non sia stata interamente distrutta, come quasi sempre è accaduto in questa regione per far posto a edifici cristiani. L’idea più verosimile è che fosse piaciuta talmente agli occhi che le menti non abbiano avuto ardire di abbatterla. Fatto sta che ci troviamo all’interno di un sito islamico finemente decorato, dove il passaggio della luce è stato curato nei minimi dettagli, e che custodisce al centro lo sfarzo degli stili imperanti nel XVI secolo. È singolare trovarsi di fronte a due stili così diversi nell’ambito dello stesso sguardo, e non vi è dubbio di come il carattere sobrio fatto di disegni floreali o geometrici finisca per prevalere rispetto al rumore visivo barocco-rinascimentale. Solo il Mihrab e la maqsura — il luogo adiacente adibito al califfo e alla corte — danno sfogo a splendide decorazioni con frasi del Corano volte a esaltare l’iride. È curioso infine rilevare il sincretismo delle decorazioni cristiane sui colonnati arabi. Si tratta di un’esperienza mai vissuta finora e che probabilmente non ha eguali al mondo; stupisce positivamente come in un’epoca oscura quale il Medioevo di marca spagnola la cieca furia religiosa non abbia distrutto quanto creato in precedenza. Alla fine vagheremo osservando attenti l’insieme e i particolari per due ore, fino a quando alle 18:00 comprendiamo che sta per chiudere. Fuori il sole tiepido lascia talvolta spazio a una brezza fresca, ulteriormente irrigidita quando le nuvole lo vanno a nascondere.
Vediamo molti turisti — come a Granada, soprattutto francesi, che godono delle vacanze scolastiche e hanno ricominciato a muoversi in giro per l’Europa. Sarà così anche nei giorni successivi.
Facciamo ancora una passeggiata nella Judería: gli ebrei vennero espulsi poco dopo la Reconquista, ma è rimasto il quartiere sebbene gli ebrei in città siano oggi assai pochi. Il centro di Córdoba, diversamente da Granada, presenta viali più ampi, è molto più ariosa e meglio tenuta — a parte il centro storico, che offre callecitas piccole e pittoresche. Ci sono moltissimi giovani, essendo sede universitaria; è invece un po’ carente dal punto di vista dei souvenir, risultando meno originali e decisamente più cari rispetto ad altre città.
Andiamo a cena nel ristorante scelto in precedenza, oltre il fiume — un luogo tranquillo come può esserlo un bar di paese, ma con una cucina all’altezza delle aspettative. È qui che assaggio il flamenquín, una sorta di rollata dalle dimensioni considerevoli. Non paghi, andiamo ancora a concederci un dessert in un locale vicino alla Mezquita, dove assaggiamo la naranja a la antigua: arancia con cannella e liquore. Ambiente elegante, con il ristorante separato da un vetro e vista sulla parte dove servono le portate cotte sulla brace.
IT
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