Giorno 6
Campanile di Val Montanaia e il Vajont
Alpi Friulane fra meraviglie della natura e disastri umani
La colazione al mattino è servita direttamente nel bar/pasticceria dove si possono ordinare ogni genere di dolci. Siamo così all’ultimo giorno di questa vacanza improvvisata quanto ben riuscita. Dalla quale rientreremo però senza poter acquistare dei salumi: troppo tempo trascorso da inizio settimana per la bresaola della Valtellina e lo speck del Trentino, ma nessun negozio dedicato ai salumi nel Friuli. Anche la macelleria adiacente all’hotel che dovrebbe aprire alle 7,30 ha ancora i battenti chiusi dopo venti minuti. Lasciamo presto Maniago con l’intenzione di vedere le luci del lago di Barcis, distante solo una ventina di km, allo spuntar del sole. Intanto all’uscita di un tunnel ci troviamo di fronte ad una nebbia che ha improvvisamente oscurato il cielo sereno e ci costringe ad un un’attesa che colmiamo passeggiando in lungo e in largo per il paese. È curioso rilevare la presenza d’infrastrutture turistiche vetuste con un arredamento urbano che certo non attrae i visitatori: si parte vedendo i poster che presentano un imminente festival di letteratura, passando per i pollai privati lungo la passeggiata, per finire con le erbacce che contornano il lago. Eppure il luogo è pieno di camper, i cui abitanti stanno muovendo i primi passi mattutini e dai quali esce il profumo del caffè. Alla fine la bruma scompare ma il verde cristallino visto su internet continua a non apparire: il lago è di certo bello, solo che le abbondanti piogge d’inizio settimana hanno intorbidito le acque così che anche col pieno sole la resa scenica non è quanto ci attendevamo. Resta comunque il bottino di una tranquilla passeggiata in una settimana in cui di tranquillo c’è stato poco ed un bacino con splendide montagne intorno. È ora di proseguire ed arrivare a Cimolais in un paio di decine di km. Intanto ci attendevamo un paese di montagna, quasi come lo sono Erto o Casso, invece giace dolcemente in una piana sul fondo della Val Cellina. Dunque niente vicoli stretti abbarbicati sul pendio, ma villette e addirittura qualche capannone industriale. Svoltiamo a destra per imboccare la Valle Cimoliana che in 15 km ed in cambio di 6€ del permesso ci porta al parcheggio in prossimità del Rifugio Pordenone. Alterna tratti di asfalto ad altri di sterrato, alcuni anche un po’ difficili su fondo del torrente in secca, su ghiaioni o su qualche cengia carrozzabile sotto ripide pareti. Lasciamo l’auto per i due belvedere che con una camminata di ¾ d’ora (sentiero 352) consentono di ammirare il Campanile di Val Montanaia, una vera perla architettonica disegnata dalla natura.
Il nome Campanile risulta pienamente appropriato, vista la presenza di un virtuale bordo che nei campanili delle chiese funge da marciapiede perimetrale alla base delle campane. Va da sé che la via normale sia un 6a, e va altrettanto da sé non sia pane per i nostri denti. Splendida la giornata e splendido il contesto in cui ci troviamo, una deviazione veramente meritata, così come lo sarà il giro ad anello sull’altro versante (sentiero 353) che ci porta a scendere direttamente sul rifugio. Non resta che rientrare senza dimenticarci di fare picnic lungo il torrente, emerso nel frattempo qualche centinaio di metri a monte. Oggi lo chef on the way propone un insaccato con una sorta di filetto all’interno acquistato a Barcis, da lasciare incantati quanto la vista delle Dolomiti Carniche di fronte a noi. Interessante rilevare il contrasto tra il verde scintillante di alberi e prati ed il bianco della pietra sovrastati dall’azzurro. Giunti nuovamente a Cimolais risaliamo la Val Cellina per scendere in quella del Vajont e visitare Erto. C’eravamo già stati 14 anni fa in occasione di un viaggio precedente, ma è sempre bene vedere la ferita sul monte Toc, aperta esattamente come lo fu da quell’infausto 9 ottobre 1963. La Erto nuova presenta l’interessante museo delle sculture in legno, ben organizzato, a dare voce alle opere che gli scalpellini hanno saputo realizzare. Di fronte c’è un ammasso di legname, sculture non terminate e bottiglie di vino riempite ad acqua che in altri Comuni avrebbero indotto l’Amministrazione locale a richiederne la rimozione come rifiuti: ma è il laboratorio di Mauro Corona, lo scrittore/scultore/arrampicatore/ubriacone che nel bene e nel male ha dato lustro ad un paese prima conosciuto solo per la catastrofe del Vajont, nel suo stile di fare personaggio. Ci soffermiamo più per la curiosità che altro ed andiamo a visitare la Erto vecchia, quella bassa, dove il tempo sembra andare a tre velocità. La maggioranza delle case è nell’incuria e si trova nello stato in cui sono state abbandonate quasi 60 anni fa; dentro vi crescono alberi, i vetri sono stati spaccati e sono degni di una ghost town. Altre sono abitate da gente del luogo, mentre alcune sono state acquistate da turisti. Spicca pertanto il contrasto fra il nuovo ed il vecchio, fra le mura da cui penzolano coloriti gerani e quelle che stanno cadendo. Una stridente dicotomia fra bello e brutto, felice e triste, presente e passato che non passano e non passeranno. Il monte Toc con la sua faglia lucida sta lì di fronte, incombente, a ricordare che non devono passare e lo ricorda in ogni momento con quella superficie lucida come uno specchio, a riflettere l’immagine della negligenza umana. Anche quella, destinata a non passare. Un salto indietro nel tempo, fermatosi in quella notte. Turisti e locali convivono ignorandosi reciprocamente non avendo nulla da spartire fra loro. Poco sotto il paese, all’altezza della diga che è rimasta intatta, c’è il centro documentativo che racconta e ricorda il disastro; laddove c’era l’acqua ora si trova un’enorme collina di detriti sulla quale è cresciuto il bosco, a formare uno stretto canyon ormai secco. Più a monte c’è un laghetto diventato “naturale”. Avevamo già visitato il sito a suo tempo e passiamo oltre, verso una Longarone piena di vita in un solatio sabato pomeriggio. Da qui è solo più strada ed autostrada fino a casa.
È stato curioso attraversare le Alpi centro orientali rilevando le diversità culturali e linguistiche: mentre la zona del Colle Fauci parlava ladino, la vicina val Pusteria è decisamente tedesca; pertanto descrizioni e nomi sono in tre lingue comprendendo anche l’italiano. A Sauris, pur se in Friuli, incontriamo un dialetto dai forti connotati tedeschi.
IT
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