Giorno 3

San Romedio, Castello di Firmiano e Lago di Carezza

Storie di religione in un monastero, di alpinismo in un museo e di natura in un lago magico

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San Romedio, Castello di Firmiano e Lago di Carezza

Nella notte è piovuto molto ed il mattino si presenta tutt’altro che promettente, pertanto abbandoniamo subito l’idea della passeggiata al lago delle Malghette. Partiamo poco dopo le 8,30, rientriamo a Dimaro via Folgarida per andare in direzione est dove la strada scende morbidamente attraversando belle praterie punteggiate da casolari in stile. Dopo Malé raggiungiamo Cles, la deviazione per la Val d’Ultimo (zona d’origine di Dominik Paris) e la val di Non con gli ordinati filari di mele e viti. La stagione è quella giusta per la raccolta, così le mele hanno assunto il tipico colore dorato o rossiccio, così come i grappoli color vino penzolano dai tralci. Sullo sfondo il lago di S. Giustina ed un cielo variabile dal plumbeo all’azzurro a seconda dei momenti o di dove si si volge lo sguardo. Mentre facciamo una passeggiata lungo un ripido tratturo nel mezzo di queste bellezze create dall’uomo e dalla natura per cercare facili spunti fotografici, c’imbattiamo in un simpatico signore che sta andando ad accudire le sue coltivazioni. Dopo alcuni scambi chiediamo se ci sia qualcosa d’interessante da visitare nei dintorni: ci dice che il santuario di San Romedio è imperdibile e così sarà. Percorriamo la strada in fondo ad un canyon che vede raramente il sole, infatti l’edificio religioso si trova in una posizione difficilmente accessibile nei tempi in cui è stato costruito. Sicuramente non ci si poteva arrivare per caso appoggiato com’è su un promontorio contornato da pareti giallastre che precipitano verticalmente nel torrente. Un ambiente suggestivo, reso ancora più particolare alla vista di Bruno, un orso vissuto illegalmente in cattività ed ora restituito ad un ambiente semi naturale in quanto non sarebbe in grado di sopravvivere alla vita selvatica; sembra che il Santo avesse un qualche legame con gli orsi, visti i quadri che lo ritraggono con l’animale al guinzaglio. Il santuario è interessante e le opere d’arte che custodisce sono rimarchevoli, ma è soprattutto la posizione a renderlo unico. Così com’è particolare il piccolo cimitero dove venivano tumulati i frati, posto su un altro promontorio ancora più a monte, che avrà generato non poche difficoltà nel celebrare i funerali. Mentre stavamo per raggiungere il parcheggio abbiamo notato un sentiero pensile incastonato nella parete rocciosa su un lato del canyon; al ritorno ne percorriamo un tratto fino a quando non se ne vede la fine in prossimità dei vigneti.

Cavallegere lungo un sentiero roccioso nelle Alpi italiane.

Proseguendo verso il basso ci fermiamo ad acquistare alcune fette di una morbida soppressa ed il Trentingrana (a marchio Grana Padano prodotto in zona) che liquidiamo in breve in una piccola area pic nic. Restiamo in zona via Caldaro e Appiano in mezzo a coltivazioni di vigneti e meli, in quanto le alte zone dolomitiche prevedono ancora pioggia per oggi, così ne approfittiamo per andare a visitare il Castello di Firmiano, nell’immediata periferia di Bolzano, che ospita il MMM Messner Mountain Museum, dove il meteo è apprezzabile. Al castello ci arriviamo con una camminata di mezz’ora lasciando l’auto in un parcheggio in prossimità dell’Adige. È stato in rovina fino a qualche anno fa, per essere ristrutturato ed ospitare una bella mostra sulle montagne, imprese alpinistiche e cultura dei Paesi che detengono le montagne più alte del mondo, inclusi oggetti arrivati a seguito di spedizioni extraeuropee a richiamare essenzialmente le civiltà himalayane e del Karakorum, ma un po’ di tutte le terre alte. Il contesto è decisamente azzeccato ed il tempo vola, vedere tutti insieme soggetti ed oggetti della storia alpinistica porta ad avere una prospettiva a 360°. È finalmente ora di superare la valle centrale e portarci sul versante delle Dolomiti classiche. Prendiamo l’Autobrennero per lasciarla dopo un paio di uscite e percorrere la Val d’Ega: visitiamo il lago di Carezza con il Latemar che vi si rispecchia dentro creando un riflesso paradisiaco anche senza il sole. Il colore smeraldino lo fa sembrare un gioiello incastonato fra le montagne. Compiamo il giro per vederlo da ogni angolatura; purtroppo il quadro è parzialmente rovinato dai numerosi ceppi di pini, conseguenza dell’uragano Vaia, il quale a fine ottobre di due anni fa ha abbattuto superfici immense di foresta, con venti che hanno raggiunto la velocita di 190km/h. Non stupisce e anzi ci fornisce una risposta la vista dei tronchi ordinatamente ammassati all’inizio della val d’Ega: la strage di alberi ne ha richiesto la rimozione poiché il loro imputrescimento avrebbe modificato l’habitat, che anche così richiederà più di un secolo per essere ripristinato. Per raggiungere il lago occorre entrare in un parcheggio a pagamento ben organizzato e attraversare la Statale con un bel sottopasso che sbuca sulle sponde del lago. Le ore trascorrono ed è ora di raggiungere la nostra dimora serale di Campitello di Fassa, via Vigo. Dalla receptionist dell’hotel riceviamo il suggerimento di un ristorante tipico (il Ta Mongo) e meno turistico degli altri a Pozza di Fassa; ne usciremo sodisfatti tanto della qualità che del contesto, gustando carne salada (fettine di manzo crudo) e carré di maiale con crauti e patate. All’uscita scambiamo due parole sull’hockey con un signore che è stato attivo nella dirigenza del Catinaccio, squadra di Pozza che non esiste più. Di sti tempi è già tanto ci sia ancora il Fassa a Canazei. I paesi della zona sono interamente dedicati al turismo, pertanto una passeggiata in centro lascia il tempo che trova, in mezzo ad hotel, ristoranti e negozi rivolti ad una clientela di quel tipo. Si potrebbe dire che i pochi residenti non occupati nel settore turistico siano rimasti i pastori che gestiscono rare quanto tipiche fattorie.

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