Escursione nel Ladakh range

Giorno 9

Escursione nel Ladakh range

08/08/2026 1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

Una giornata trascorsa camminando per strade sterrate e sentieri nella catena del Ladakh, al cospetto di alte montagne, ghiacciai e un gompa che ci offre rifugio

La giornata odierna era stata volutamente lasciata libera per un’escursione a piedi, in modo da poter assaporare il Ladakh non solo da dietro il finestrino di un fuoristrada. Tramite Khan e il suo riferimento a Leh, abbiamo contattato una guida locale; forse il termine è perfino generoso ma serve per dargli un ruolo e una definizione. Forse è più un accompagnatore, nepalese anche lui, che con attenzione ci seguirà durante la giornata e porterà alcune semplici quanto apprezzate vivande per il pranzo. Sarebbe bello poter scambiare frasi intere con lui ma il suo inglese si limita a una serie di parole che riescono a malapena a coprire un’interlocuzione di base. Il dislivello sarà di poco inferiore ai 1.100 mt. raggiungendo una quota di 4.100 mt. per il ragguardevole spostamento di 33 km fra andata e ritorno.

Partiamo in macchina alle 8:30 dalla guest house e in pochi minuti siamo all’inizio del cammino, una strada sterrata con scarso passaggio che s’infila in mezzo a gole sovrastate da pareti verticali, tanto rocciose quanto di misto fra terra e pietra; ben più pericolose queste ultime. L’ascesa è lenta ma costante (ce ne accorgeremo in discesa), la strada sale per una decina di km fino a un gruppo di casupole dove la valle si biforca a Y, lasciando trasparire sullo sfondo vette glaciali che devono superare i 6.000 mt. Da qui si dirama un sentiero inizialmente in bilico sull’incombente precipizio sottostante, quindi va ad attraversare un paio di ponti con fondo di assi in legno sotto cui scorrono torrenti impetuosi, e dov’è vietato sbagliare. Si apre infine sull’altopiano dove si alternano coltivazioni d’orzo con qualche residua verdura e patate (vista la quota ormai a 4.000 mt.); rigagnoli lo solcano recando prosperità grazie a un sistema intelligente scavato nella terra che si dirama scendendo verso il basso.

1241.26.08.07.Hiking to Hunder Dok

Il cielo, splendido al mattino, si copre fino a lasciar spazio alla pioggia quando stiamo per raggiungere la meta, smettendo solo dopo un paio d’ore quando già stiamo scendendo.

Sullo sfondo s’intravede un misero villaggio con abitazioni in pietra, sembrano del neolitico ma hanno l’aria di essere abitate tutto l’anno. Pietre accatastate formano i muri, rami pelati della corteccia grossi come un braccio servono quali travi, per essere ricoperti da fascine dove viene messa della terra a formare una sorta di rudimentale tetto. Questo serve a sua volta da base per adagiare lo sterco delle mucche ad essiccare; utile combustibile per il riscaldamento. Non vediamo praticamente nessuno ma ci sentiamo osservati, turisti qui ne arrivano ben pochi, i locali sembrano indispettiti e ci guardano con curiosità mista a sospetto; ben altro canone di accoglienza rispetto a quanto visto solo ieri a Turtuk. Vite spartane cercano di trarre il possibile da quanto la natura offre, alcuni chorten scrostati manifestano devozione a un dio avaro, che comunque sembra garantire l’indispensabile. Sulla strada che abbiamo lasciato ci sono dei lavori, non si capisce se per ragioni militari, anche se questo versante è compreso nella catena del Ladakh e non porta verso zone di confine sensibili, o di sfruttamento minerario, di certo non per i pastori. È curioso notare come, nonostante la quota, le mucche non siano sostituite dagli yak al pascolo; purtroppo non abbiamo modo di chiarire il nostro dubbio con la gente del posto.

Non senza qualche difficoltà ci districhiamo in mezzo a ricoveri per animali, quelli per gli uomini e gli orti par arrivare al piccolo monastero che si erge al di sopra dell’abitato e rappresenta la “vetta” della giornata. Lo troviamo chiuso ma presenta il grosso pregio di avere una veranda sotto la quale ripararci, indossare qualcosa di asciutto e mangiare un boccone. Siamo madidi di sudore, il resto l’ha fatto la pioggia che in alcuni punti filtra nonostante le mantelline. Scopriremo poi chiamarsi Hunder Dok il cumulo di baite. Alcune sembrano addirittura in costruzione, altre vengono manutentate, segno che almeno qui la montagna non risulta ancora abbandonata nonostante le condizioni di vita difficili, forse per carenza di alternative valide.

1260.26.08.08.Hunder Dok

Riprendiamo il cammino a ritroso; quando raggiungiamo la carrareccia c’è un camion navetta fermo al capolinea, sul cassone hanno preso posto dei lavoratori e alcuni ragazzi. Non cogliamo il momento giusto per chiedere un passaggio al riguardo della lunga tratta che ancora ci attende, così dovremo completare la gita facendo interamente affidamento sui nostri arti inferiori, che una volta al fondo non ringraziano per la sgambata. Quale magra consolazione, abbiamo modo di osservare la strada da un’altra prospettiva, scoprendo come sia stata fatta a regola d’arte nonostante le asperità orografiche, spaccando la roccia dove non la si poteva aggirare, costruendo contenimenti e massicciate per impedire che frani, un’opera degna della migliore ingegneria di montagna.

Ci sono su alcune signore dall’apparenza anziana, almeno lo sembrano alla vista della pelle corrugata dal sole e dalla severità del clima. Ci salutano con il classico giulé in ladakhi. La nostra guida invece è nepalese e dice di conoscere soltanto il nepalese e l’hindi, quindi l'unica parola di che conosce del ladakhi è proprio giulé.

Un embrione di turismo sembra attecchire poiché notiamo un campo tendato allestito dopo in nostro passaggio mattutino. Qualche agenzia l’ha attrezzato per un gruppo di giovani indiani che incontriamo in auto mentre siamo ormai al termine della gita. Da un paio d’ore ha smesso di piovere, al netto del nuvolame persistente gli sfondi devono essere magnifici, perennemente bianchi in virtù dei ghiacciai che (per quanto tempo ancora?) scendono dalle vette più elevate.

Alle 18 siamo alla guest house per un attimo di riposo e un sorso di coca cola, brindisi analcolico per aver fatto un 4.000 in terra himalayana. Non resta che fare cena, anche stasera accompagnati dalle casse che sparano fuori musica nepalese.

Sha Cho guest house

Location tranquilla e un simpatico cameriere nepalese

Commenti

Nessun commento al momento.