Tso Moriri

Giorno 11

Tso Moriri

10/08/2026 1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

Da Pangong Tso allo Tso Moriri attraversando altipiani ed ex campi di battaglia fra indiani e cinesi.

Nottata tranquilla ma il mattino presto ci trova già svegli, tanto per la quota quanto per la luce che penetra fin da subito nella stanzetta poco dopo le 5 bucando le esili tende. Il sonno è in parte disturbato dalla difficoltà di respirare, con un’antipatica sensazione di asfissia o almeno di fame d’ossigeno; mettendo un asciugamano piegato sotto il cuscino la situazione migliora e ci si addormenta senza problemi. Il generatore è spento, ma ci pensa un solerte inserviente a portare in camera un secchio di acqua bollente da mischiare con quella fredda al fine di ottenere una quantità sufficiente per le basiche esigenze personali: in realtà basta consumarne qualche mestolo, di più sarebbe uno spreco; e sono proprio questi i momenti in cui ci rendiamo conto di quanta poca acqua possa essere sufficiente e (alla giusta temperatura) quanto possa essere importante. Colazione senza grande appetito ma con buone omelette, una sorta di muesli, marmellata e tè (questa volta senza zenzero); il tutto viene somministrato in un quadro di cortesia e attenzione, addirittura nel cercare di prevenire le esigenze del cliente. Per quanto sia una sistemazione semplice (non potrebbe e non dovrebbe essere diversamente) la gestione è veramente encomiabile.

 Alle 7:50 siamo pronti per partire. Il lago è una tavolozza azzurra, la giornata si presenta serena con il sole che da levante (verso la Cina) inizia la sua fase crescente. La nostra direzione (anche se la meta è lontana) presenta invece un fronte di nuvoloni bianchi. Superiamo alcuni guadi che ormai fanno parte dell’arredo urbano, oltre a frane recenti dov’è stato rimosso il minimo indispensabile per consentire flusso del traffico. Ripercorriamo la strada di ieri costeggiando alcuni villaggi (Spangmik, Man, Merak) con paesaggi da sogno e viste mozzafiato su lago e montagne, in particolare quando la strada si solleva. Tratti asfaltati si alternano ad altri senza apparente ragione, ma si viaggia a velocità decenti. Ad un certo punto si vira decisamente in direzione sud staccandosi dal lago, andando dritto si finirebbe in Tibet e dopo pochi km ci troveremmo di fronte a qualche militare che con cortese fermezza ci rimanderebbe indietro. I fondivalle sono ampi e rivestiti di prati, le montagne incombenti sono ormai distanti e l’altopiano appare perfino rilassante. Chushul è il primo vero centro abitato degno di questo nome che s’incontra: si trova a non più di 5 km dalla Line of Control, ed è stato oggetto di contesa fra forze armate cinesi e indiane.

1495.26.08.10.Pangong Lake to Chushul

Nelle sue vicinanze sorge il Rezang La War Memorial, Ahir Dham, una spianata con museo, monumenti celebrativi e una piccola sala dove viene proiettata una pellicola di 13 minuti. All’ingresso vengono controllati i passaporti, permesso per soggiornare nell’area e numero di targa della macchina. Un soldato ci prende in consegna e ci conduce a visitare il sito, dove con una narrativa marcatamente nazionalista vengono ricordate le gesta dello scontro di confine avvenuto nel 1962, nel difficile tentativo di far passare quella che in realtà è stata una sconfitta in un’eroica rinascita dell’orgoglio indiano. Era il mese di novembre (siamo oltre 4.000 mt) quando i cinesi attaccarono l’avamposto sotto il controllo degli indiani al fine di conquistare Chushul. Come giustamente riconosce il filmato – pur all’interno di un commento con voce roboante e dai toni bellicosi – all’epoca il Paese era dibattuto da una serie infinita di problemi e non era in grado di sostenere il confronto con l’EPL (Esercito Popolare di Liberazione), pertanto l’assalto subìto sulle vette appena sopra di noi fu micidiale, nonostante il presunto e probabile eroismo dei soldati indiani, ai quali va il merito di non aver lasciato conquistare la città di Chushul. In questo sito furono cremati i 114 soldati periti a seguito dello scontro che vide fronteggiarsi 125 indiani e 3.000 cinesi durante la battaglia avvenuta sul colle, dove si vedono ancora tre bunker; i morti cinesi si narra fossero circa 1.400, una cifra che meriterebbe conferma da fonti indipendenti. I corpi vennero recuperati solo nella primavera successiva al primo scioglimento delle nevi.  Il confine attuale fa parte della cosiddetta LOC (Line of Control), ovvero la linea del cessate il fuoco non riconosciuta da alcuna delle parti quale demarcazione definitiva fra i due Paesi.

Attualmente le relazioni sul posto sono distese ma possono cambiare da un momento all’altro in funzione di voleri e ordini in arrivo da Delhi e Pechino. Ci vengono mostrati alcuni container in lontananza, posti alla base dei rilievi di confine ma ancora in territorio indiano dove con regolarità, per evitare malintesi e coordinarsi fra loro, un paio di volte al mese avvengono incontri fra ufficiali indiani e cinesi in un ambiente cordiale e di collaborazione.  All’epoca della guerra vennero usate anche armi da fuoco, attualmente vige invece il gentlemen agreement tale per cui eventuali scontri fra eserciti devono avvenire all’arma bianca (non spade), come accaduto in tempi recenti (2020) nella valle di Galwan; un dettaglio che tuttavia non impedisce ci siano vittime. La guerra si concluse con la Cina che riuscì ad acquisire posizioni strategiche, le quali potrebbero favorirla nel caso di nuovi conflitti. Il filmato – e con lui la nostra visita - si conclude evocando la frase: che Dio abbia pietà dei nostri nemici perché noi non ce l’avremo!

1496.26.08.10.Rezang La War Memorial

Ripartiamo con una serie di nozioni che andranno filtrate in quanto udite da una sola delle parti belligeranti, ma utili per coglierne almeno gli aspetti generali. La strada prosegue in buone condizioni in virtù delle ragioni strategiche (siamo fra i 5 e i 10 km dal confine) e ad un certo punto sul Changthang plateau, l’altopiano sul quale stiamo guidando da un paio d’ore, s’iniziano a vedere delle lagune, acqua ferma di cui non si riesce a cogliere la provenienza. La risposta giunge dopo rapida consultazione su Maps: siamo tornati a correre in parallelo al fiume Indo, già con una considerevole portata, che qui crea delle risacche e non si vede nemmeno l’acqua fluire. Asini servatici (i kiang) brucano erba sui bordi o si immergono per alcune decine di centimetri nelle lagune, forse a cercare refrigerio. Compare anche qualche mucca o sparuti gruppi di pecore, stranamente non si vedono yak nonostante siamo ben sopra i 4.000 mt. Un nuovo stop per il controllo dei permessi al posto di Polizia di Loma (una baracca) e, su strada ben asfaltata, continuiamo in salita fra montagne a tinte cangianti. Sulla sinistra la strada porta a un enorme accampamento a ridosso della montagna, proseguendo dritto scortiamo il corso del fiume.

Nonostante la quota fa caldo, la veranda esterna di una semplice osteria a Nyoma ci offre riparo per il pranzo, gustando ancora una volta squisiti momo, Shahi paneer e Kadai paneer. La tratta è percorsa anche da motociclisti e abbiamo occasione di scambiare qualche impressione con un gruppo di rider italiani che vengono a sedersi al tavolo di fianco. Un’agenzia italiana si occupa di tutto e ha fatto trovare loro le moto a Leh, pronte per la partenza con tanto di guida e van portabagagli/servizio meccanico al seguito. Condividiamo lo stesso percorso dell’Indo che ha ripreso il suo lento cammino, quasi limaccioso, per lasciarlo nel momento in cui lo attraversiamo sul ponte di Mahe e dirigerci verso sud; lui invece continuerà in direzione nord ovest per arrivare a Leh. Il cielo rimane sereno, solo con qualche nuvola innocua a striarlo, scollinando fra un altopiano e l’altro all’interno di un paesaggio notevolmente diverso da quanto visto fino a ieri mattina: niente più montagne incombenti e fiumi che scendono impetuosi, qui la natura sembra aver offerto un momento di relax al Ladakh, alla nostra visuale e – perché no – alle nostre coronarie. Superiamo il Kyagar-la, colle dal quale si ha una prima, bella vista sul lago omonimo, appena sottostante. A questo punto la strada s’inerpica stretta ma bella, con l’unico piccolo problema d’incontrare il traffico automobilistico proveniente da Korzok, la nostra prossima destinazione, dov’è appena terminata la due giorni del Changtang Nomadic Festival, con performance culturali, musica tradizionale, cucina locale, sport indigeni e storie tramandate di generazione in generazione. La gente sta rientrando e si può parlare di un controesodo in forma ladakha.

1532.26.08.10.Kyagar Tso

Lo Tso Moriri è un lago alpino a 4.522 mt. incastonato tra montagne maestose, con acque turchesi e cristalline, che oggi uno strato di nuvole sottili quanto persistenti tende a scurire. È il più grande fra i laghi d'alta quota interamente situati in India e tutto all'interno del Ladakh, in questa regione biogeografica trans-himalayana. Ci facciamo portare dall’autista in un punto panoramico e da qui iniziamo il rientro a piedi conteggiandone la riva; per la verità non è attraente come il Pangong, probabilmente per via del cielo non limpido. Siamo pur sempre a 4.500 mt. e conviene camminare lentamente senza affaticarci, pena il cuore che inizia a battere all’impazzata.

Korzokè un villaggio che ha poco da raccontare: antico al limite del vecchio, una via di mezzo fra postumo da bombardamento e terremoto di lieve entità, poche macchine ma tutte concentrate a formare un ingorgo nella stretta via centrale, polvere e cani un po' ovunque nella trasandatezza generale. La vita non dev’essere facile da queste parti, con inverni gelidi e la quota che li prolunga per buona parte dell’anno. C’è anche un piccolo monastero buddhista, in apparenza senza pretese e più semplice rispetto a quanto ammirato nei giorni scorsi. La differenza in questo caso proviene dal monaco seduto su un cuscino nella sala di preghiera; intona dei mantra sfogliando sutra con una mano e alternando con l’altra il suono del tamburo piuttosto che due piatti metallici posti in orizzontale. L’atmosfera assume un tono più raccolto, tanto che stiamo almeno un quarto d’ora in piedi immobili ad ascoltarlo, osservando la sua gestualità, le parole che escono in canto dalla gola (prima ancora che dalla bocca) in una ripetizione serafica, sempre sulla stessa tonalità, sempre uguali ma mai monotone o noiose.

È tempo di uscire, scendere i ripidi scalini saliti con qualche respiro profondo dovuto alla quota e vedere un po' di quotidianità preserale, mentre qualche turista indiano sta arrivando. A livello di ospitalità siamo distanti dal più visitato Pangong Tso: la nostra guest house è semplice, alle 19 arrivano luce e acqua, per usare la quale occorre essere rapidi nel fare subito la doccia: un minimo indugio e il boiler si svuota lasciando solo più quella fredda. Il generatore è un motore a gasolio che si trova a pochi metri dall’ingresso, in prossimità del parcheggio. Cena semplice ma buona a buffet e si cerca di dormire: in questi casi converrebbe essere di pasto leggero, operazione non particolarmente semplice a fronte dell’appetito e del menù.

Lake View hotel

Semplice e spartano, ma a 4.500 mt non si può pretendere; nemmeno di dormire.

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