Passaggio a Nubra

Giorno 7

Passaggio a Nubra

1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

Lasciamo Leh per la valle di Nubra attraverso il passo Khardung-la a 5.359 mt. Diskit, il suo monastero e un'altra vallata incantevole.

Colazione e saluti in un clima di amicizia conviviale con il personale del resort, alle 8:30 siamo pronti per il balzo che ci porterà a toccare il punto più alto del nostro viaggio (la cima Coppi se fossimo al giro d’Italia): il Khardung La , uno dei passi carrozzabili più alti del mondo situato a 5.359 mt. di quota lungo un percorso di 37 km, per scollinare nella valle di Nubra, parallela a quella dell’Indo e separata dalla catena del Ladakh dove si trova il suddetto passo. Sembra sia obbligatorio per le vetture che trasportano turisti avere al seguito la bombola di ossigeno con tanto di mascherina e regolatore, che nel nostro caso rimarranno inutilizzate.

La giornata si presenta bella e questo non è un dettaglio trascurabile, visto il programma. Dopo aver fatto scorta di acqua e il pieno di gasolio (il carburante costa sulle 109 Rs/lt, pari a un euro; caro per gli standard indiani), attraversiamo Leh per l’ultima volta in prossimità dello Shanti Stupa per ricongiungerci sulla strada principale dopo pochi km. Sulle prime questa non è asfaltata e presenta dei cantieri, ma in breve migliora e l’asfalto compare. Percorreremo quasi duemila metri di dislivello, ma l’inclinazione è sempre costante, raramente ci sono tornanti a gomito, quasi a salire senza accorgersene. Questo è grazie alla conformazione del terreno e all’ampiezza della valle che consente lunghi tratti diritti con morbide curve, assecondando la morfologia dei rilievi. Prima di prendere quota vediamo le ultime mucche ciondolare sul bordo della strada e superiamo un ennesimo accampamento militare con annesso aeroporto. Ci fermiamo per una breve tappa fotografica a vedere Leh verdeggiante allontanarsi e divenire sempre più piccola; le ultime case con prati, alberi sempre più bassi e sporadiche coltivazioni segnano il confine con il regno dell’alta montagna. A seguire il paesaggio diventa brullo, puntellato solo da qualche cespuglio. I frequenti motociclisti si sentono in paradiso mentre alcuni stoici ciclisti danno fondo all’ossigeno presente nei polmoni per imprimere forza sui pedali. Loro, il paradiso, lo vedono come un miraggio che si realizzerà nel momento in cui scollineranno. Di tanto in tanto la carreggiata si restringe a causa delle frane cadute in tempi recenti; operatori cercano di liberare la strada mentre altri massi incombono minacciosi e sembrano attendere la prima occasione utile per lanciarsi. La nostra via pare un taglio orizzontale con rari zig-zag che tuttavia non lacerano la montagna, troppo imponente per farsi ferire da una carrareccia.

Prima del colle vediamo degli operai intenti a erigere tralicci per il passaggio della corrente elettrica, hanno dovuto costruire stradine per arrivare alle piazzole dov’è stato gettato il cemento necessario per le fondamenta e quindi iniziato a montare i piloni: lavorare in bilico su un traliccio a 5.000 mt dev’essere già un’esperienza. Raggiungiamo infine l’agognata meta: non fa particolarmente freddo, ci sono diversi turisti (quasi solo indiani) e c’è molta emozione per trovarci in questo luogo, che non abbiamo raggiunto a piedi ma al quale attribuiamo grande significato. Bandiere di preghiera sventolano ovunque, il buddhismo tibetano rivela qui il suo sincretismo con la preesistente religione bön, la quale attribuisce ai luoghi chiave della natura (come colli, vette o ponti sui fiumi) un significato mistico a cui dedicare i simboli di devozione. La nostra gratitudine per essere qui e ora non necessita di bandiere per potersi esprimere; forse il silenzio, un attimo di isolamento, uno sguardo verso i ghiacciai ancora più alti di noi richiamano come ci sia sempre una montagna più alta, magari non da conquistare, di certo da ammirare. Un misto di quota ed emozione fanno palpitare il cuore, come fosse una bandiera al vento.

Appena sopra il colle una scalinata conduce in un’area appartata dove si trova un piccolo gompa; è raccolto, sembra di trovarsi in un’altra dimensione. Salire gli scalini richiede un minimo di calma per impedire l’accelerazione cardiaca, ormai siamo abituati ai 3.500 mt ma qui siamo duemila metri più in alto e per giunta ci siamo arrivati in breve tempo con un mezzo motorizzato. Occorre fare attenzione a non calpestare il mare di bandiere presenti ovunque, in un tripudio di colori che sa di festival della vita: il paradiso sembra a portata di mano, o forse è già qui. Quando ci affacciamo nuovamente sul colle sotto di noi stanno transitando alcuni mezzi militari, il ritorno alla realtà terrena. E con questo pensiero legato all’”immanenza” iniziamo la discesa nella Valle di Nubra. Anche qui il solito spettacolare scenario con ampi spazi, il torrente impetuoso accanto e i primi yak che pascolano pacificamente sopra la strada. Una baracca senza pretese con box wc in lamiera e senza copertura sarà il luogo designato per il pranzo, che si rivelerà di ottima qualità, assaggiamo i primi momo al vapore suggellati dal khava quale titolo di coda. L’acqua scende impetuosa generando il sottofondo musicale, come la filodiffusione nei ristoranti di lusso.

La strada, addirittura in pavé all’inizio per garantire la presa degli pneumatici nelle stagioni fredde, si snoda poco inclinata per il lungo vallone, quando ad un certo punto la valle di Nubra inizia a delinearsi con la sua superficie pianeggiante e sabbiosa. Per la verità il fiume Nubra scende da nord est, dalle pendici del ghiacciaio Siachen, si congiungerà con lo Shyok all’altezza di Hunder (divenendo un affluente di quest’ultimo) che a sua volta proviene dalla zona del Pangong lake a sud est e finisce in Pakistan nell’estremo nord, pertanto sembrerebbe più appropriato chiamarla Shyok Valley, ma tant’è. Arriviamo all’incrocio dove a destra si va al Pangong (ma la strada è chiusa e dopodomani ne percorreremo una alternativa) mentre a sinistra si raggiungono Diskit e Hunder. Per il momento ci godiamo il panorama che si estende sotto di noi da questa terrazza naturale.

In breve raggiungiamo Diskit a visitare l’imponente monastero, il più grande e antico della valle, risalente al XIV secolo; uno dei più belli, anch’esso in posizione dominante. Sembra una cittadella, con passaggi che mettono in comunicazione sale e luoghi sacri, fra i quali si trova la camera da letto riservata al Dalai Lama durante le sue visite. Due monaci osservano dalla terrazza, sembrano guardare l’infinito e pensare all’eternità. Sotto di loro vigila l’enorme statua del Buddha che visiteremo a breve. All’interno delle sale di preghiera il burro di yak si scioglie al calore di una fiamma, il suo colore dorato risplende con delicatezza quasi a non voler infrangere equilibri mistici. I sutra ordinati negli scaffali attendono i monaci che liberino sotto forma di mantra le parole inscritte, intervallate dal suono dei gong. Togliendoci ancora una volta le scarpe entriamo in un refettorio dove viene offerto tè o tsampa, l’alimento tibetano a base di farina di orzo da mischiarsi con acqua e burro di yak. Al palato non è esattamente il piatto ideale ma è nutriente, facile da trasportare anche in una bisaccia e reperibile pressoché ovunque.

Il cielo si tinge sempre più di azzurro quando andiamo a vedere la statua del Buddha Maitreya, alta 32 metri, che domina la valle e offre un’altra vista panoramica incomparabile sul fondo di questa, sulle catene circostanti e sul monastero di Diskit abbarbicato su una dorsale. Compiendo il kora si fanno girare le ruote di preghiera: mentre la mano aziona la ruota, gli occhi ammirano l’orizzonte e la mente va oltre. Un cartello augura buon compleanno al Dalai Lama avvenuto il 6 luglio scorso (91 anni), non possiamo non unirci idealmente alle felicitazioni. Un momento più leggero ci attende presso le dune di Hunder: è l’occasione per una passeggiata fra collinette di sabbia, praterie e i rigagnoli d’acqua che le intersecano. I cammelli bactriani rappresentano un “residuato storico” di quando la valle era una tappa fondamente sulla via della seta, punto di congiunzione fra i segmenti che collegavano l’Asia centrale, orientale e meridionale. Ora sono parte integrante di un parco giochi, cavalcati da corpulenti individui della neoborghesia indiana; consola il fatto di vederli ben trattati. Ci dilettiamo con qualche freccia nel tiro con l’arco, godendoci l’atmosfera e rilassata e festosa del luogo. Le ombre iniziano ad allungarsi aumentando ulteriormente la tridimensionalità delle montagne di fronte a noi, tra poco andremo a scoprire il resort di Hunder dover pernotteremo tre notti.

Il villaggio non possiede un centro vero e proprio: si può distinguere il nucleo storico con le abitazioni locali dalla zona esterna dove si trovano diverse guest house e resort, difficile da comprendere visto il limitato afflusso turistico. Molti indiani sbarcano all’aeroporto di Leh e completano un soggiorno breve cavalcando cammelli o visitando qualche monastero, ma soprattutto per fuggire dal calore continentale. La prima buona impressione della nostra dimora è offerta dall’orto curato nei dettagli da una signora ormai in età. Terra fertile, acqua corrente e dedizione danno buoni frutti anche a queste latitudini e altitudini (siamo a 3.200 mt). Le camere sono pulite e accoglienti, la cena è servita da un ragazzo nepalese di poche parole ma affabile e disponibile in caso di bisogno. Non serve di più.

Sha Cho guest house

Location tranquilla e un simpatico cameriere nepalese

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