Da Tso Moriri a Manali

Giorno 12

Da Tso Moriri a Manali

11/08/2026 1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

Da Tso Moriri raggiungiamo la highway NH3 proveniente da Leh e, su una strada fra le più pericolose ma al tempo stesso avvincenti, arriviamo a Manali. Qui il monsone scarica pioggia e i fiumi sono in piena.

Dormire in quota non è mai facile: alla respirazione affannata si aggiunge la mancanza di sonno, con le conseguenti difficoltà di far trascorrere le ore di veglia, parzialmente confortati dal fatto che il fisico non soffre e di solito l’indomani mattina non ci si sente deboli a causa delle poche ore dormite. Il cielo presenta il materasso di nuvole sottili e grigie di ieri sera, concedendo qualche raggio in più a illuminare le colline sul versante opposto. In merito al trasferimento odierno, esiste una strada che conduce direttamente a Manali in poco meno di 265 km ma risulta interrotta, così saranno 400 km ma su un percorso decisamente più interessante ed emozionante. Ritorniamo indietro sulla via di ieri fino a Sumdo, da qui prendiamo a sinistra dove vediamo le paludi di Puga con le sue sorgenti termali; il vapore sale dalle praterie e con esso l’immancabile odore di acido solfidrico. Lungo la strada una mandria di yak bruca la sottile erba disponibile vicino al torrente, il sole prende il sopravvento illuminando splendidi paesaggi, fra i migliori visti finora in tutto il Ladakh. Un gioco di montagne a distanza e colori cangianti disegna lo sfondo di praterie estese sull’altopiano mentre la strada è un nastro diritto; scolliniamo un passo a 4.850 mt per scendere nella valle dello Tso Kar, il Lago Bianco, così denominato per i suoi depositi di sale che scintillano al sole, creando un contrasto affascinante con le acque turchesi: una vera magia della natura. Intorno campeggiano vette imbiancate, sicuramente oltre i 6.000 mt. Ancora qualche km e siamo al bivio di Debring, a 4.267 mt., quando la nostra strada incrocia la NH3 da Leh a Manali, uno dei due collegamenti stradali fra il Ladakh e il resto dell’India.

Ad attenderci c’è un nuovo driver, trasbordiamo i bagagli sul tetto del suo mezzo, salutiamo l’autista che ci ha accompagnati dal giorno in cui abbiamo lasciato Srinagar e ci affidiamo alle mani di un pazzo che prende i dossi ad alta velocità e interpreta la Highway come fosse una pista di Formula 1, con la differenza che le condizioni della strada e i dirupi sottostanti incutono un certo timore reverenziale. Gli rammentiamo la nostra ambizione di voler terminare il viaggio vivi e, seppur parzialmente, riusciamo a fargli moderare la velocità. Pur essendo considerato fra i percorsi stradali più pericolosi al mondo, aggravato da un autista con ispirazioni kamikaze, quanto ci appare di fronte offre il meglio del Ladakh in termini di vedute selvagge: dal fondo di canyon dai quali quasi non si vede il cielo o appiccicati su pendii vertiginosi con baratri sopra e sotto. Gli incidenti non sono un’ipotesi remota, carcasse arrugginite di vetture e camion sono la palese evidenza di come la minima distrazione possa esigere il costo più elevato. Non bisogna tuttavia farsi prendere da eccessivo timore onde godere al massimo del teatro che si presenta intorno a noi, sempre diverso e sempre affascinante.

Iniziamo con qualche saliscendi senza particolari brividi, quindi inizia la salita verso il Nakee-la pass a 4.739 mt, siamo sulla Zanskar range e qui proviamo l’emozione di viaggiare sulle classiche strade himalayane, sempre più strette, dove per incrociarsi occorre rallentare quasi a fermarsi (con brivido aggiunto per chi si trova sul lato esterno); cosa che il nostro uomo non fa, in spregio a ogni forma di riguardo verso gli altri autisti e in aperto contrasto col sistema di viaggiare indiano, “creativo” ma sempre rispettoso. L’apice lo raggiunge quando un mezzo pesante fermo in salita sta per essere trainato da un altro in una piazzola poco distante per non intralciare il traffico; altri autisti lo stanno addirittura spingendo a mano di fatto occludendo momentaneamente il la carreggiata, posizionando pietre dietro le ruote dopo ogni piccolo avanzamento per evitare che scivoli indietro: una scena da girone infernale. Decenza richiederebbe che ci si fermi in attesa del via libera, ma il nostro cerca di passare comunque a rischio d’investire alcune persone e venendo rimandato indietro. Ma nel momento in cui vede uno spiraglio vi s’infila nuovamente sfiorando gli autisti mentre questi stanno cercando di venire a capo della situazione: alcuni si limitano a protestare in forma veemente ma ancora civile, quando l’unica cosa da fare sarebbe stata quella di prendere uno dei tanti massi a bordo strada e frantumargli il parabrezza. Non possiamo fare altro che essere spettatori di tale indecente spettacolo e far presente il fatto a chi di competenza.

Si vedono molti operai intenti ad effettuare lavori di manutenzione piuttosto che costruire massicciate o rinforzi. Il tratto che stiamo percorrendo in futuro verrà sostituito da un tunnel attualmente in costruzione, così da evitare di dover bypassare la stretta gola salendo di centinaia di metri, per poi scendere lungo una serie infinita di tornanti. Se già oggi appare rischiosa – una giornata estiva di sole – non osiamo immaginare cosa significhi in caso di maltempo o a ridosso della stagione invernale, pur tenendo in considerazione che la strada rimane chiusa per quasi sei mesi all’anno; e non facciamo difficoltà a comprenderne le ragioni. Paradiso e inferno sembrano condividere lo stesso luogo.

Incredibilmente si vedono diversi ciclisti, impegnati allo stremo fra salita, quota e polvere. I camion arrancano a passo d’uomo condotti da autisti esperti che tuttavia poco possono di fronte alla drammaticità della montagna e ai limiti della meccanica. Molte sono le autocisterne di medie dimensioni, per assicurare le provviste invernali di carburante a Leh. Lo stesso dicasi per i pullman di militari, che verosimilmente stanno andando a dare il cambio ai colleghi dispiegati nelle basi viste nei giorni scorsi. Da queste parti anche i semplici ristoranti incontrati finora sono una chimera: tendoni gialli sostenuti da pali consentono alla luce di filtrare, al vento di restare fuori e garantire un effetto serra riscaldante fin oltre la necessità. Servono quale giaciglio e stazione di rifornimento per i viaggiatori che intendano mangiare qualcosa, peraltro di buona cucina, soprattutto in considerazione dei limitati mezzi a disposizione: ne risulterà un buon pranzo con finale di tè masala corretto con lo zenzero. Il pasto viene servito su tavolini che si trovano ai piedi dei “letti”, i quali per l’occasione diventano utili divani senza schienale.

Probabilmente di notte gli avventori vi si coricano come se fosse una camerata. Viene da pensare che, vista la mancanza di coibentazione, in certe stagioni le coperte diventino estremamente utili. Il sole continua ad essere un gradito compagno di viaggio a illuminare panorami impressionanti, anche per chi sia avvezzo a frequentare montagne. Raggiungiamo il secondo Baralacha-la pass (a 4.889 mt.), il primo è appena dopo il Nakee-la, sotto il cui cartello in cemento campeggia orgoglioso il motto della BRO (Border Roads Organisation): troveremo una via o ne faremo noi una! Quella che stiamo attraversando è la catena dello Zanskar, ormai l’ultimo bastione himalayano. Inizia la discesa, quella vera, che ci porta fuori dal Ladakh in un contesto più verde: insieme alle prime nuvole iniziano a comparire villaggi con ampie coltivazioni su terrazzamenti. In alto le montagne incombono ancora lasciando scendere generose cascate d’acqua, utili per l’irrigazione, grazie a serbatoi costituiti da ghiacciai pensili tali da mettere in discussione la stessa esistenza della legge di gravità. Ma ormai ci stiamo avvicinando alla meta odierna: due posti di controllo, uno per attestare l’uscita dal Territorio e l’altro per l’entrata nello Stato dell’Himachal Pradesh. Viene effettuato il controllo di passaporti e visto (solo per gli stranieri); non serve più l’ILP in quanto siamo ormai fuori dalla zona di potenziale conflitto. In breve arriva Darcha nella valle di Lahaul, il primo villaggio di una certa dimensione. Siamo a 3.600 mt, spuntano altri paesini simili a quelli delle nostre Alpi circondati da praterie, piantagioni di patate ed estese coltivazioni a cavoli o broccoli; sul fondo un fiume impetuoso porta via tutto quello che trova. Ancora una ventina di km e siamo all’Atal Tunnel, opera d’ingegneria che consente di evitare il complesso Rohtang pass, lungo 9,5 km e il cui limite di velocità di 60 km/h appare come un mero consiglio.

All’uscita ci accoglie una pioggia sottile ma intensa, con nebbia che limita la visibilità sui 100/200 mt. La catena montuosa separa nettamente i quadranti climatici: sul versante nord praticamente sereno, a sud pioggia e scarsa visibilità, con fiumi impetuosi quanto fangosi. Tutto un altro paesaggio, ma sapevamo che Manali – la cui periferia raggiungiamo nel giro di pochi minuti - si trova in una regione ormai interessata dal monsone, il quale non lascia scampo. Gli ultimi km destano qualche apprensione, la terra è madida d’acqua e ci sono ancora dei versanti ripidi che scaricano pietre e fango. Il fiume Beas è impressionante, per fortuna l’alveo si trova in basso di qualche metro. L’hotel è bello, nel classico stile indiano di badare molto alla forma e poco alla sostanza, receptionist pressoché inutile e una bella vista, solo che ci fosse. Non salutiamo l’autista, di mance manco a parlarne e, stanchi ma soddisfatti, ci sistemiamo in camera.

Dopo aver fissato l’appuntamento col driver di domattina per la tratta verso Dharamsala, incuranti che piova usciamo poco dopo a piedi costeggiando il fiume e superandolo su un ponte pedonale senza guardare cosa c’è sotto i nostri piedi. Siamo così nella Old Manali, una zona pedonale a metà fra il classico indiano e l’etnico ladakho/tibetano. Visitare i mercatini è sempre un’attività che riflette la cultura locale, pertanto assai interessante, anche per i profumi attraenti che escono dai negozi. L’offerta di street food è allettante ma preferiamo non rischiare; lo è altrettanto un ristorantino tibetano nel quale possiamo ordinare un sizzler di montone che si rivelerà enorme anche per delle buone forchette; viene servito su una foglia di cavolo, soluzione intelligente per tenere tutto raccolto ed evitare che col contatto si brucino patatine, french fries e un po' di verdura. La trota invece è più delicata e leggera. Nel frattempo ha smesso di piovere e ne approfittiamo ancora per acquistare qualche bandierina di preghiera, ritenuta quanto mai utile se non addirittura doverosa dopo l’esperienza odierna con l’autista. L’occasione è propizia per un masala chai presso un Tea Stall, bevuta nel solito tradizionale bicchiere usa e getta in terracotta. L’ultima emozione della giornata la riserviamo al rientro in hotel col tuk tuk (qui chiamato auto risciò) in mezzo a traffico, pedoni e pozzanghere nel buio, spendendo soli 3 euro in quattro persone. E anche per oggi può bastare.

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