Giorno 6
Leh e dintorni
Il fascino di Leh, capoluogo del Ladakh a 3.700 mt, i monasteri buddhisti adagiati sul culmine di promontori rocciosi e la valle dell'Indo, le cui acque portano via con sé storie millenarie.
La giornata odierna è interamente dedicata alla visita di Leh e dintorni, con i suoi splendidi monasteri buddhisti. Dopo colazione (ottima omelette) devo compilare i tre moduli per poter ottenere l’Inner Line Permit (ILP) che da domani ci consentirà di accedere nelle zone limitrofe al confine cinese, a partire dalla valle di Nubra. La formalità richiede circa un quarto d’ora, poi penseranno gli addetti del resort a farci avere la documentazione rilasciata dalla sede di governo locale e da presentare nei posti di controllo. Per avere il tutto basta presentare la modulistica il giorno antecedente la partenza da Leh e non è possibile farlo online in precedenza. Partiamo quindi poco dopo le 9 per il monastero di Shey sotto un cielo inizialmente un po' velato. Situato in posizione dominante sulla valle (come accade per molti monasteri della regione), ci offre una prima vista sull’ampia valle dell’Indo superiore. Fu la prima capitale del Ladakh e vi si trovano ancora i resti del Palazzo Reale, del monastero, la più grande statua del Buddha Maitreya e i suoi stupa dorati.
Sopra il tetto si erge una statua del Buddha in rame dorato alta 12 metri, dominante su tutta la zona. Non c’è ancora nessun visitatore ed è interessante curiosare fra queste antiche mura, cercando spunti d’interesse fra fede e quotidianità. Aggirato uno stupa, ci addentriamo nella sala delle assemblee, nella sua decorosa semplicità, all’interno della quale si trova la statua del Buddha alto 4 metri su tre piani. Quando usciamo il cielo inizia a presentare ampi squarci, il che lascia ben sperare per la giornata che inizia.

La tappa successiva è il Thiksey gompa, uno dei monasteri più grandi del Ladakh. Il complesso appare simile al Potala di Lhasa, per quanto molto meno imponente. Fu fondato nel XIV secolo ed è forse quello che ci ha lasciato l’impressione migliore. Pur essendo turisticamente rilevante, la presenza umana è discreta e non turba minimamente la spiritualità del luogo. Nella sala principale non si possono fare foto, ma è il complesso a suscitare l’elevato gradimento, a partire dalla vista che si ha sulle ordinate coltivazioni della pianura, protette da una cintura di alberi e cespugli ad impedire al vento di passare, attenuando pertanto gli effetti del freddo. Gli interni presentano le classiche varietà cromatiche con serie di lumini accesi a effondere una luce fioca, oltre al tipico profumo di burro di yak. In un’altra sala di preghiera si trova un’enorme statua del Buddha del futuro (Maitreya), rinomato per la sua straordinaria bellezza architettonica e la tranquillità che infonde. Quando compare il sole tutto sembra illuminarsi, a un certo momento il suono dei corni fornisce la colonna sonora ideale per quanto gli occhi stanno già ammirando: sembra un film, è la realtà. Andirivieni di monaci, ruote di preghiera, darchen sventolanti; tutto è mistico, tutto è magia. Intorno al monastero ci sono estesi campi coltivati a verdure, ordinati e curati. Mantra si intersecano a suoni di trombe e tamburi. L’atmosfera è surreale, come sovente accade da queste parti. Ascolto e osservo; non c’è altro da fare che lasciarsi trasportare da riti che si susseguono da secoli, descrivendo il trascorrere delle ore e dei giorni. La mia comprensione è superficiale, ovviamente, nonostante le reiterate letture. Ma l’effetto è spiazzante. Quasi estatico.
Una trentina di chilometri più a sud (ormai a 40 km da Leh) si trova il Naropa Stupa, al cui interno si può ammirare un bel mandala. Poco più addentrato, nella stessa valle laterale sul versante sinistro idrografico dell’Indo, in posizione nettamente defilata si trova Hemis, probabilmente il monastero più importante del Ladakh, reso noto anche dal festival religioso che si svolge ogni anno nel mese di giugno. Nella sala delle assemblee (dukhang) alcuni monaci stanno recitando dei mantra, restituendo ulteriore atmosfera al luogo, che in sé avrebbe già molto da dire. Intorno al cortile ci sono altri locali di preghiera con le tipiche iconografie, mentre una passeggiata sulle terrazze consente belle vedute sul monastero stesso e sulle montagne che gli fanno da cornice.

Proseguendo oltre sulla strada NH3 si arriverebbe a Manali in circa 370 km, e fra una settimana ci innesteremo più avanti proprio per raggiungere la cittadina situata nell’Himachal Pradesh. Ma ora si fa ritorno verso Leh, fermandoci a metà strada per la pausa pranzo; sul nostro fianco sinistro l’Indo scorre limaccioso quasi a volersi riposare dopo le rapide a monte e prima delle strettoie che lo attendono verso del confine pakistano. Lungo la strada si vedono a distanza altri monasteri: Stok, Spituk, Stakna, Matho, ecc. Poco a nord di Leh si trovano invece quelli di Likir, Rizong, Basgo e Phyang. Nel frattempo viene giù uno scroscio per lasciare subito spazio al sereno. A seguire entriamo in città dirigendoci allo Shanti Stupa (a 3.700 mt), un monumento recente al cui interno sono state depositate reliquie del Buddha e inaugurato dal presente Daila Lama nel 1991. È stato progettato da un architetto giapponese e intende celebrare i 2.500 anni di buddhismo, col proposito di diffondere un messaggio di pace nel mondo (shanti in sanscrito significa appunto pace). Il suo candore non può richiamare altri sentimenti, la posizione elevata rispetto alla città e alla sua pianura evoca il monito, l’importanza suprema di relazioni quantomeno non conflittuali. Percorriamo il kora, superiore e inferiore, intorno al monumento, a piedi scalzi su un pavimento scottato dal sole, ma senza sofferenza. Quella si trova in altri luoghi: laddove manca lo shanti. Ma la pace non è solo assenza di guerre fra le nazioni, dovrebbe altresì combinarsi a circostanze in cui i ragazzini siano perlomeno in grado di lavorare in condizioni di sicurezza decenti: la foto scattata dal parcheggio sotto lo stupa evidenzia non solo l’incongruenza, quanto l’evidente ipocrisia che pervade tutte le latitudini del mondo: sotto lo stesso sguardo un occhio vede un ammirevole invito alla pace, l’altro osserva un ragazzo sul lavoro che al primo errore ha terminato la sua vita, almeno quella terrena.

Dallo stupa si staglia in lontananza, quale appendice superiore e suprema di una rocca sopra Leh, il piccolo monastero di Namgyal Tsemo. Un vero nido d’aquila che attira e attiva la nostra attenzione. Arriviamo con la macchina nel parcheggio, dove il vento innalza con velocità espressa una serie di bandiere di preghiera; iniziamo con la dovuta calma imposta dalla quota l’ascesa verso il gompa: una ripida scalinata consente d’innalzarsi rapidamente, così anche il nostro battito cardiaco. Una volta in “vetta” si apre la vista sulla città da nuova angolatura; versanti scoscesi proteggono Leh come un bambino nella culla, oltre c’è l’Indo con la sua piana, infine la catena dello Zanskar a chiudere l’immagine. Decidiamo di scendere a piedi fino al Leh Palace, dove gli stranieri pagano 300Rs e gli indiani solo 25Rs; curioso rilevare come i Paesi vicini paghino lo stesso importo ridotto, incluso il Pakistan del quale l’India è nemico acerrimo. Dal gompa individuiamo un sentiero che scende fino alla residenza dei sovrani del Ladakh (o tale fino al 1846), mentre il cielo verso sud diventa plumbeo, regalando immagini di contrasti spettacolari con Leh sotto il sole. Qui vediamo finalmente qualche turista occidentale; entriamo visitando gli appartamenti in un dedalo di scale e passaggi sbucando su terrazzi con vista sulla città. Le condizioni in cui versa non hanno più nulla di reale e probabilmente meriterebbe un restauro che lo renda degno del suo antico blasone, e del biglietto d’ingresso per gli stranieri.
Ultima tappa della giornata è il quartiere storico della città, iniziando con una passeggiata sulla via pedonale che ci porterà alla moschea Jamia Majid. L’ora della preghiera sta per finire e ci viene consentito d’entrare per ammirare le fini decorazioni che pendono dal soffitto, in un ambiente semplice ma raccolto. I fedeli stanno uscendo, alcuni anziani con lo zucchetto si ritrovano in un angolo a provare i canti; istanti di vita quotidiana a 3.500 mt di quota. La passeggiata prosegue lungo le vie centrali, dove si estende il bazar con le sue molteplici attività, non tanto volte allo scopo turistico quanto a servizio della popolazione locale. Siamo nel tardo pomeriggio e il traffico umano in mezzo ai vicoli è ormai scemato. In un chiosco del vecchio mercato ordiniamo un paio di kebab e tikka (uno spiedino di carne) cotti sulla brace. In città è piovuto poco ma nei dintorni le nuvole nere viste in precedenza devono aver lasciato cadere acqua in abbondanza. Quasi a voler conciliare il tutto e chiudere la giornata ecco apparire l’arcobaleno, suggello ideale di una giornata dominata dalle visite a soggetto spirituale. Ancora una buona cena e altrettanto buon ristoro nel resort. Domani si torna a salire.
Bello il luogo, unica l'accoglienza


































