Pangong Tso (lake)

Giorno 10

Pangong Tso (lake)

09/08/2026 1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

Per aspera ad astra: una strada difficile e pericolosa conduce al paradiso di un lago che sembra trovarsi ai tropici. Ma è a 4.200 mt di quota, in prossimità del confine cinese

Nella notte abbiamo avvertito scrosci di pioggia scendere ma non abbiamo contezza della sua intensità. Quando ci svegliamo tutto sembra nella norma e alle 8:00 possiamo dare inizio a un’altra giornata da brividi e vedute da sogno. Lasciamo Hunder/Diskit e la Nubra Valley per salire di mille metri al Pangong Tso. A differenza di ieri quando una giornata di sole si è trasformata in nuvole e perfino pioggia, oggi assistiamo a un crescente miglioramento dal grigio di Hunder fino al sole pieno del Pangong lake, azzurro cobalto in alto e in basso.

Le vie per raggiungere il lago teoricamente sono tre, nessuna di esse si presenta facile. La prima a essere scartata è quella che tiene il lato sinistro orografico del fiume Shyok, della quale abbiamo visto la deviazione scendendo dal Khardung-la tre giorni fa e scoperto fin dall’inizio essere chiusa per crolli e frane. Un’altra prevede la risalita lunga e ostica al passo Wari-la attraversando praticamente la catena del Ladakh per rientrare attraverso quello del Chang-la, un percorso sicuramente valido dal punto di vista panoramico ma estenuante e richiedente molto tempo, che non avremmo più a disposizione per visitare il lago. La terza opzione è uno slalom intorno al fiume Shyok che può rappresentare una sorta di backup della prima e da un certo punto in avanti vi si sovrappone.

Uscendo da Hunder vediamo il paese che si anima nel suo quotidiano andirivieni, con gli asini a rappresentare un umile quanto efficace mezzo di trasporto per le derrate. Poco dopo la partenza – dalle parti di Diskit – incontriamo il primo tratto sterrato, seguito da un bel manto asfaltato. La pioggia scende fine ma intensa, diverse pietre sulla strada stanno a indicare i pericoli che possono arrivare dall’alto, tutt’altro che remoti: non possiamo farci nulla se non sperare che la roulette russa non ci colpisca e confidando sul fatto che la scarsa pioggia scesa recentemente non dovrebbe causare distacchi. Ben sapendo che questi possono avvenire a prescindere dalle precipitazioni. In alcuni casi incontriamo frane che restringono la carreggiata a una sola corsia, oppure ci si passa sopra dopo il sommario intervento di una macchina operatrice.

Sull’altra sponda del fiume vediamo la strada che s’inerpica verso il Khardung-la pass, perdendosi fra le nuvole che avvolgono le creste. Alcune sono innevate, evidenza che siamo stati fortunati ad attraversarlo in condizioni di bel tempo. Un ponte traballante ci porta sul versante destro orografico su asfalto stretto ma scorrevole; piacere effimero visto che il prosieguo è nuovamente su sterrato, in mezzo a una frana aperta dagli scavatori e tagliata in due, il cui livello arriva ben oltre il fuoristrada. Guardando verso monte c’è una distesa di massi e una colata di fango solidificata: chiedo all’autista e mi dice che sarà scesa 10/20 giorni fa. Ad un certo punto mi accorgo che lui non ha allacciato la cintura di sicurezza e realizzo come sia più sicuro essere slacciati per fuggire rapidamente in caso d’emergenza.

Nel tentativo di cercare un suo cammino, la strada salta da un lato all’altro del fiume, tanto che ci abituiamo alla presunta precarietà dei ponti. Quando non ci sono le frane, occorre guadare torrenti e ruscelli, alcuni dei quali di discreta portata e assai decisi nell’impeto; partire abbastanza presto e non fermarsi lungo la strada aiuta ad arrivare qui prima che il livello dell’acqua salga nelle ore centrali della giornata. Ma non mancano nemmeno i momenti privi di emozioni che consentono di goderci la maestosità dell’ampia vallata, contemplando verso sudest (la nostra direzione) l’azzurro del cielo che viene a squarciare le nuvole, nonostante sul momento sopra di noi sia ancora grigio. Ancora una frana la cui ampiezza raggiunge i 500 metri, l’hanno liberata ma senza un fuoristrada non sarebbe possibile il transito; sopra incombe un’instabile parete rocciosa, sotto scorre impetuoso il fiume.

Nei pressi del villaggio di Shyok abbandoniamo il fiume omonimo: lui va verso nord, virando praticamente indietro a cercare le sue origini presso l’enorme ghiacciaio di Siachen, noi continuiamo a sudest lungo un suo affluente in una valle stretta costellata da rocce incombenti ma apparentemente meno fragili. Una breve pausa per un paio di foto alle sue brillanti acque, prima che s’intorbidiscano confluendo nel grande fiume. Arrivati a Durbuk sono solo le 11:30 ma pranziamo lo stesso con momo, sia al vapore che fritti in un sughetto leggermente piccante di peperoni, il solito squisito paneer con ciapati o roti (come qui chiamano i dischi di pane non lievitato). Sembra di essere nel far west: la strada principale sulla quale si affacciano le case divide in due il paese, manca solo lo sceriffo con la stella poi paragone è completo, non fosse per le cime innevate sullo sfondo. Camion militari vanno e vengono, uomini in divisa entrano nei negozi e il tutto lascia pensare che la presenza di soldati significhi un buon introito durante tutto l’arco dell’anno per la scarna economia locale; a fianco del nostro ristorantino c’è addirittura un negozio che vende divise e abbigliamento militare.

Poco dopo sorgono gli accampamenti, segno che il conteso confine con la Cina non è più distante. In generale le infrastrutture superano di gran lunga la presenza di personale presente: è verosimile che tale sovradimensionamento venga creato in previsione di possibili stati di tensione con la Cina, quando gli eserciti mostrano i muscoli e si attrezzano riempiendo di uomini e mezzi le retrovie. Attualmente si coglie l’impressione di una forza minima a presidiare e gestire il campo. Ancora un breve stop a Tangtse per il rifornimento di carburante, occasione di sbirciare quanto accade in “città” e si riparte alla volta di una prateria/palude di un verde scintillante, dove fanno capolino simpatiche marmotte himalayane, al cospetto dei versanti sui quali non cresce un arbusto. In prossimità di un rustico casello, ci vengono chieste 10 Rs (0,10€) a persona quale pedaggio per entrare nell’area del Pangong: non contrattiamo, paghiamo e proseguiamo. 

La strada continua a salire moderatamente all’interno di un paesaggio marziano fino a lasciar trasparire in lontananza una macchia di colore blu: è il tanto agognato Pangong Lake, uno specchio d’acqua salata a 4.200 mt., lungo 150 km, ma largo solo quattro km nel punto più ampio; si tratta di un lago endoreico, quindi senza emissari se non per evaporazione. Si estende quasi in linea retta verso il Tibet tanto che solo un quarto del lago si trova in India, mentre una parte è contesa con la Cina. La salinità è maggiore sull’estremità cinese, ma tanto la flora che la fauna non vi dimorano all’interno. Per ragioni militari non è nemmeno consentita la navigazione; gli unici natanti presenti sono le vedette militari ancorate all’inizio del lago stesso. Pensiamo ce ne siano altrettante sulla sponda cinese, con la domanda senza risposta su come siano riusciti a far arrivare fin qui le imbarcazioni attraverso strade di montagna. Pur essendoci una carrareccia che proviene direttamente da Leh (su quella che abbiamo fatto noi sarebbe semplicemente impensabile) non dev’essere stato facile, ma le esigenze militari possono fare miracoli.

Un cartello recita: Ladakh is not a destination, is a feeling of freedom. Non possiamo che sottoscrivere interamente e senza condizioni il senso di questa frase e farlo nostro.

L'ultimo tratto è letteralmente spettacolare, sia per la strada che per il paesaggio, con montagne di colore rossiccio che si stagliano sui due lati, non più ripide e incombenti come le precedenti ma a disegnare architetture di grande pregio. Ancora qualche accampamento militare e arriviamo finalmente nel punto in cui si vede il lago luccicare sotto il sole. Il Pangong Tso (lago) è esattamente come da foto pubblicitarie su internet: acqua cristallina da sembrare ai tropici, non 4.200 mt più in alto, le montagne che contrastano per rendere l’immagine più nitida. Il cielo è sapientemente punteggiato da nuvole bianche per spezzarne la monotonia. Non c’è presenza umana fatta eccezione per i resort/cabine disposti in fila e qualche indiano che si fotografa sul bordo dell’acqua. Facciamo il check-in, prendiamo posto nelle nostre “casette” e ci incamminiamo a piedi lungo il lago, senza meta e senza pensieri sotto sole caldo che riesce a irradiare il suo tepore perfino nelle zone in ombra, a dispetto della quota. Le gambe si muovono ma sono gli occhi a camminare: estasi del momento, immaginare come dev’essere in inverno a temperature siderali o come doveva apparire alle carovane provenienti dal Tibet in epoche remote. L’unico colore assente è il verde, fatta eccezione per qualche cespuglio, ma per oggi ce ne faremo una ragione contemplando le varie gradazioni di azzurro, in ragione della profondità dell’acqua che va da 40 a 100 mt a seconda delle fonti. Le immancabili bandiere di preghiera innalzano lodi verso l’Alto; e noi con esse, oscillanti sotto la medesima brezza che le fa muovere increspando le acque.

Alle 16 ci ritroviamo con l’autista per un giro in fuoristrada ad esplorare la parte mediana del lago, seguendo la strada che percorreremo domani in direzione di Tso Moriri. Proseguendo dritti, in poco meno di 200 km si arriva in Tibet (tenendo già in considerazione la zona contesa, terra di nessuno oggetto di disputa). Ci fermiamo nel paesino di Spangmik, abitato da locali che campano con la pastorizia, qualche ortaggio (il lago non fornisce pesci) e sparute guest house. Qui le sponde del lago sono ammantate da un sottile strato erboso e da qualche cespuglio, nel silenzio totale.

Incontriamo una coppia con la quale accenniamo una breve chiacchierata: lui lavora presso un’ambasciata occidentale a Delhi e stanno trascorrendo qualche giorno di vacanza. Siamo in prossimità di un confine conteso e il discorso scivola sui sistemi di sorveglianza e controllo: ci assicura che, essendo l’India legata a Israele in materia di collaborazione militare, possiede un sistema d’intelligence molto avanzato. Negli hotel di Delhi, e non solo in quelli, non è raro captare qualche segnale indicatore di come i cellulari “mettano le orecchie”. La sua sede diplomatica ha sconsigliato di andare in Kashmir, in quanto la situazione non appare particolarmente tranquilla; avvertimento che avevamo letto anche su Viaggiare Sicuri del nostro Ministero degli Esteri, il quale tuttavia sovente eccede in zelo prudenziale, peraltro comprensibile non potendo aggiornare la situazione in tempo reale e in base ad ogni avvenimento. Si sa come il mondo stia diventando sempre più un luogo insicuro e come occorra tenere gli occhi ben aperti, quando basta. Anche lui conferma che gli attentati nella regione potrebbero avere ispirazioni diverse dal teoricamente verosimile terrorismo di matrice islamista interna/pakistana. I mandanti andrebbero invece ricercati fra chi ha interesse a dividere imperando, creando coesione fra gli indù e alimentando fratture verso le altre etnie/religioni. Nel futuro, a medio termine, si prevedono ulteriori fasi critiche in vista di prossime elezioni.

Ci congediamo riprendendo la nostra passeggiata che ci porterà al fuoristrada e con esso, attraversando un paio di guadi, al resort. Ma abbiamo ancora un po' di tempo e lo impieghiamo camminando nell’altra direzione, dove l’ultimo sole sta illuminando un grande stupa; l’astro trova uno spiraglio fendendo in mezzo alle alte cime e lancia i suoi ultimi raggi della giornata proprio in questa direzione. A poco a poco anche le acque del lago si tingono di blu scuro e le luci della nostra dimora odierna si accendono.

La fornitura di energia elettrica avviene per tramite di un generatore diesel, dalle 19 alle 22:30. Di conseguenza solo a partire da quell’ora si disporrà del wi-fi, si possono caricare i telefoni e… fare la barba; prima ci si deve aggiustare con le sim locali che prendono benissimo. È interessante rilevare come sia il gestore stesso a venirci ad inserire la password per il collegamento wifi, non capiamo se per riservatezza o per offrire un ulteriore servizio. Cena pochi minuti prima delle 20.00, squisita: zuppa di verdure, uovo intero con sughetto da abbinare al riso o raccogliere fra tre dita con il ciapati, patate e verdure miste con spezie e dal con i ceci. La digestione sarà più lenta a causa della quota ma non si osservano particolari problemi. La temperatura esterna è sui 12 gradi, con il vento a spirare con decisione. A quest’ora solo i ghiacciai restano illuminati sotto la luna piena, scintillanti lenzuola nelle altezze himalayane dei 6.725 mt del Kangju Kangri. Chissà che lassù, insieme a sparuti leopardi delle nevi non viva ancora lo yeti? E con questo ultimo pensiero abbiamo anche prenotato i sogni di stanotte.

Una nota interessante è che diverse strade non risultano nemmeno su maps, tanto che in sede di organizzazione del viaggio abbiamo fatto affidamento unicamente ai trasferimenti suggeritici dall’agenzia, all’interno del tragitto che avevamo studiato e proposto: è possibile vengano “oscurate” per ragioni militari?

Commenti

Nessun commento al momento.