Da Kargil a Leh

Giorno 5

Da Kargil a Leh

04/08/2026 1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

L'ingresso in Ladakh: il paesaggio si fa roccioso e aspro, compaiono i primi chorten e monasteri buddhisti. La montagna richiama la spiritualità e viceversa

Al risveglio scopriamo di trovarci su un colle a 2.900 mt di quota, il nuovo giorno ci regala un cielo cobalto e una voglia intensa di esplorare il nostro oggetto di desiderio: il Ladakh. Dopo colazione e aver caricato i bagagli sul tetto del fuoristrada riprendiamo la Highway in saliscendi verso la regione meno verde, più aspra, ma proprio per questo ricca di fascino selvaggio. I villaggi si susseguono, a partire da Mulbekh Chamba, vivono di agricoltura e pastorizia in uno stile d’esistenza senza fronzoli. Da qui in avanti si vedono i volti dei bambini e degli anziani, non che gli adulti non esistano ma le loro espressioni sono già quelle della terza età. Del resto gli inverni rigidi, le asperità del terreno e la carenza di ogni genere che possa lontanamente identificarsi come un servizio di comodità rendono la vita dura, ma non priva di orgoglio, tanto che la gente continua ad abitare questi luoghi in apparenza ingrati, almeno di fronte ai nostri occhi. Fasci di orzo legati vengono esposti ad essiccare sotto il sole sui tetti o lungo la strada, lo stesso vale per lo sterco degli animali quale utile fonte di riscaldamento invernale. Se Drass è il secondo luogo abitato più freddo al mondo, qui non crediamo si scenda di molto in classifica. Una caratteristica interessante è data dal contrasto fra il fondovalle pianeggiante o con terrazzini bagnati dal fiume Wakha e i versanti montagnosi: verde e lussureggiante il primo, grigi e aspri i secondi. Netta distinzione fra l’azione combinata dell’uomo con l’acqua e la natura desertica del luogo. Lo stesso avviene dal punto di vista religioso, con l’alternanza di villaggi musulmani e buddhisti, con maggior prevalenza di questi ultimi man mano che si scende. Le scritte sono ancora in caratteri arabi ma finiscono per lasciare posto al tibetano (la lingua ladakha è simile ma non uguale al tibetano, tuttavia si scrive nello stesso modo); non vi è traccia di hindi pur trovandoci in India. Si vedono anche diverse bandiere iraniane sui cartelloni, simbolo che i kashmiri della zona non solo sono sciiti ma sono politicamente orientati verso la repubblica islamica. In un villaggio la popolazione si sta radunando con bandiere e aria festosa per la celebrazione del primo mese dell’anno, il muharram, ricorrenza particolarmente sentita all’interno del mondo sciita.

0548.26.08.04.Namika-la pass

Il paesaggio passa quindi alla fase lunare, con rocce che variano di tonalità da gialle a rosse, dove sparisce ogni traccia di vegetazione, solo rari cespugli fanno capolino quasi a voler spezzare la monotonia, raggiungendo infine il Namika-la pass (3.700 mt.) dove alcuni turisti sono in estatica ammirazione del panorama, con le bandiere di preghiera in primo piano sventolanti ad alta velocità; facciamo una passeggiata per sgranchirci le gambe e riempire lo spirito: questo è il Ladakh che attendavamo. Scendendo s’incontrano paesini abbarbicati sulle pendici, con strade improbabili ad inerpicarsi per raggiungerli. Anche qui ci rendiamo conto di come l’acqua sia l’elemento discriminante e determinante, la differenza fra la vita e il nulla. Un nuovo posto di controllo sembra più il dehors di un bar: un’occhiata ai passaporti, compiliamo il registro con i nostri dati e si riparte. Il percorso scende lentamente e man mano s’iniziano a trovare con sempre maggior frequenza i chorten e bandiere di preghiera con scritte in lingua tibetana, mentre per tutto il resto si usa ancora l’alfabeto arabo. Camion scendono con estrema attenzione e risalgono ancora più faticosamente lungo la valle; sono stracarichi e gli autisti cercano pazientemente di domare la strada. Uno addirittura è a due piani e trasporta pecore, crediamo per la transumanza.

Un doveroso accenno va a coloro i quali si occupano della manutenzione stradale, vivendo un’esistenza di cui è lecito domandarsi quanto sia tale. Viste le quote elevate, gli operai sono vestiti con giacche consunte e cappellacci a larga falda che li riparano dal sole cocente. Il viso in gran parte coperto da un foulard annotato, hanno l’aria di chi non ne può più di respirare polvere, non hanno altri attrezzi che pale, scope o rastrelli; i mezzi meccanici servono per la costruzione non per la manutenzione. Le loro utili vite oscillano fra il vento e lo spostamento d’aria (oltre agli effluvi di carburante) generato dai mezzi di passaggio; poco distante si osservano teli in plastica tenuti su con dei rami, chiamarle tende appare eccessivo. Ma qui vi trascorrono la notte e qui cercano di dare un minimo di ristoro alle stanche membra. Qualche decina di km prima, lungo la strada avevo visto delle scope costituite da sottili rametti e non capivo a cosa potessero servire. A seguire vediamo dei cantonieri (donne) intente a ramazzare la strada dai detriti che scendono dalla parete: ora tutto è chiaro. In breve attraversiamo un ponte male in arnese dove spicca l’insegna che invita a transitare per un solo veicolo alla volta: quando il pericolo non arriva dall’alto è perché arriva dal basso. Le bandierine di preghiera che lo sovrastano quasi a ricoprirlo infondono (limitata) fiducia.

0579.26.08.04.Namika-la to Fatu-la Pass

L’unica fede diventa il buddhismo tibetano, con i suoi stupa/chorten sempre più frequenti e la simbologia a ricordare esperienze precedenti. Immagini e statue stanno ad invocare la triade divina eretta a protezione del Ladakh: Maitreya, il Buddha del futuro, Avalokiteshvara, il bodhisattva della compassione e protettore, infine Manjushri simbolo di saggezza. Anche dopo il Namika-la pass la vegetazione risulta essere pressoché assente, almeno fino a quando non si raggiunge il fondovalle.

Ancora una salita verso il Fatu-la Pass (o Fotu-la a 4.180 mt) per poi scendere ripidamente nella vallata fino Lamayuru, il primo dei monasteri che andremo a visitare, incastonato su uno sperone roccioso in mezzo a montagne desertiche ma cromaticamente vivaci e cangianti fra il rosso violaceo e il giallo, privo di vegetazione come tutto il resto; Marte non dev’essere molto dissimile. I calanchi scoscesi convergono verso il fondovalle, il quale invece appare verde in virtù di un timido un ruscello che gli scorre in mezzo, in palese contrasto con l’ambiente intorno, sotto l’attenta osservazione del gompa (monastero tibetano). È incredibile come in tempi remoti sia stato possibile costruire l’edificio in una zona tanto arida e remota, sarebbe interessante conoscere le ragioni di tale localizzazione: di certo il luogo facilita l’introspezione, il distacco dal mondo esterno e la meditazione, tenendo conto che nel passato la strada proveniente da Kargil non esisteva o era costituita solo da un sentiero. Anche la geomanzia potrebbe aver avuto un ruolo, mentre come nella maggior parte dei monasteri venne edificato sulla roccia a simboleggiare la forza della fede e la sua stabilità. È uno fra i più antichi del Ladakh ed è la sede dell’ordine monastico dei berretti rossi (Kagyu-pa). Visitiamo l’interno e torniamo ad assaporare la sensazione di pace e semplicità che solo questi luoghi corroboranti dell’anima sanno infondere. Colori fra i quali domina il rosso intenso (sinonimo di disciplina e distacco dalle passioni terrene). Coppe in ottone colme d’acqua a simboleggiare generosità e la rinascita quotidiana, riempite ogni mattina. I sutra, libri nei quali sono inscritti i mantra (formule e testi sacri). Le immagini di Buddha, bodhisattva e divinità guardiane. La luce che trafila diagonalmente, a illuminare i colori e dare risalto ai contenuti. Tutto converge verso l’armonia spirituale, anche per chi come noi non è buddhista o presenti istanze puramente materialiste. All’esterno non mancano bandiere di preghiera, darchen (aste con le stesse bandiere), mani (incisioni sacre su pietre) o ruote di preghiera fatte girare in continuazione: anche dagli anziani, con le loro poche forze ma con tanta fede. Come già osservato in Tibet, anche qui sopra i muri vengono inseriti rametti compattati per consentire la traspirazione e impedire la formazione di umidità all’interno degli edifici. Visitiamo la sala principale delle assemblee (il dukhang). Infine visitiamo il tempio di Avalokiteshvara, all’interno del quale si trova una grotta che quasi nasconde la scultura del bodhisattva.

Oltre il monastero la strada s’infila in una gola ed esce dalla valle innestandosi in quella dell’Indo. Un nuovo posto per il controllo e l’iscrizione sul registro dei documenti con le nostre generalità. Mentre attendiamo l’occhio cade su un camion recante sulla fiancata l’adesivo di un AK-47 (kalashnikov), giocattolo particolarmente congeniale e gradito ai rivoluzionari islamici. Arriva anche l’ora del pranzo quando sono ormai le 14, in un simpatico locale con vista su piante di albicocchi stracarichi di frutti. Ce ne sono ovunque, i frutti sono normalmente piccoli ma molto dolci. Alcuni mettono i noccioli a essiccare per estrarne il seme interno, frantumarlo e usarlo come condimento di altri dolci. In tavola compare il solito pollo con salse diverse, le lenticchie sono sostituite dai fagioli e c’è una sorta di ratatouille di verdure abbastanza piccanti. Altra novità è il tè con aggiunta di latte di yak, non più di mucca: lo percepiamo dal gusto denso e, in fondo, più gradevole e ricco. A differenza di ieri, vediamo qualche turista in più, quasi per la totalità sono indiani e provengono da Leh scendendo per la valle dell’Indo all’interno di un’escursione in giornata: la strada che noi invece percorreremo in senso inverso. Ieri allo Zoji-la pass i turisti erano quasi tutti locali, e l’unica alternativa per arrivare qui è partire dal capoluogo del Ladakh. Molti noleggiano una moto e si godono la gita su due ruote.

0685.26.08.04.Lamayuru to Alchi

Troviamo ancora diversi tratti franati, nei giorni scorsi il maltempo ha fatto scempio e la strada a volte si restringe a una sola corsia mentre solerti addetti stanno cercando di sistemarla rimuovendo pietrisco e fango. Altre risultano ancora interrotte, per fortuna non dove intendiamo transitare. Un camion sulla strada non deve aver considerato bene il peso del carico nel momento in cui voleva ribaltarlo e giace impennato sul bordo della medesima.

Incontriamo finalmente l’Indo, qui nel suo tratto inferiore mentre scorre in direzione nord, opposta alla nostra.La strada è in buone condizioni e si viaggia a velocità discreta (ca. 60 km/h) per arrivare al ponte che conduce al monastero di Alchi, la cui peculiarità è quella di trovarsi in una valle sulle rive dell’Indo che in quel punto fa un'ansa verso destra e su questa si affaccia appunto il complesso, e non su una collina. I templi all'interno, come il Sumtsek e il Dukhang, presentano antichi affreschi che risalgono all’ XI secolo e sono molto stimati dagli intenditori. Alcuni dipinti si stanno scrostando, sarebbe utile un intervento di restauro. L’ambiente è gradevole in quanto i piccoli templi sono collegati da passaggi pedonali in mezzo ad alberi carichi di albicocche; il luogo si presenta come un villaggio riparato all’interno delle mura. Il monastero in sé non ha l'imponenza di Lamayuru o di altri che vedremo, è più semplice ma le decorazioni interne lo rendono assolutamente degno di visita. Prima di entrarvi occorre lasciare in custodia telefoni, fotocamere e zainetti. Il complesso è circondato da una passeggiata esterno molto panoramica dove si affacciano diversi chioschi dove si possono acquistare bandiere di preghiera e campane tibetane.

Da una prima impressione sul buddismo che vediamo in Ladakh, basandoci sull’esperienza dei monasteri visitati, questi risultano più puliti e ordinati rispetto a quanto visto in Tibet; sono forse più raccolti, probabilmente più piccoli e soprattutto va considerato che (non lo si vede ma si sa) qui i Lama e in generale tutto l’ordine monastico è indipendente dal potere temporale, mentre in Tibet si deve soggiacere al volere di Pechino, che cura le ristrutturazioni ma ne ferisce a morte lo spirito relegando i monaci a meri dipendenti statali.

La strada dopo Alchi si separa dal fiume, inizia a riprendere la sua salita in mezzo a montagne scoscese da cui scendono ghiaioni dai colori caleidoscopici verso la strada, con curve e tornanti. Si torna a recuperare quota: il fatto che la vallata sia ampia consente di poter salire senza tornanti particolarmente chiusi e con una pendenza sempre costante e accettabile. Questo lo diciamo noi con un fuoristrada, i conducenti dei rigidi camion sia in salita che in discesa potrebbero pensarla diversamente.

0734.26.08.04.Sangam Point

La giornata riserva ancora due spunti d’interesse: il primo è rappresentato da Sangam point, dove i fiumi Zanskar e Indo confluiscono le loro acque in uno spettacolare scenario in cui quelle chiare del primo si mischiano a quelle caffelatte del secondo. Un effetto della maestosità himalayana, dove i due corsi si fondono in questo perché così ha voluto la natura quando ha deciso di formare la corrugazione di queste montagne. Non c’è da cercare spiegazioni, occorre solo restare silenti e ammirati, lasciando parlare le bandiere mentre sussurrano le loro preghiere al vento. Poco dopo arriva Magnetic Hill, un punto che lasceremo senza averlo capito; sembra ci fosse un’illusione ottica tale per cui gli autisti, togliendo il pedale dall’acceleratore vedevano il veicolo procedere come se fosse in salita. Sta di fatto che questo non accade (dicono a causa della riasfaltatura di cinque anni fa) ma possiamo dirigerci verso Leh anche privi di questa esperienza. La valle si apre creando un ampio varco pianeggiante dove l’Indo la fa da padrone, scodinzolando da un lato all’altro, prima che le gole a valle lo costringano in stretti passaggi forzati. Superiamo una serie d’installazioni militari (retroguardie per la difesa dei confini con la Cina), la zona di stoccaggio carburanti con le autocisterne in attesa di ripartire per il lungo viaggio di ritorno, l’aeroporto e, infine, si schiude ai nostri occhi il capoluogo o meglio, la capitale del Territorio del Ladakh, Leh. Vista dall’alto sembra in posizione defilata rispetto alla valle centrale, all’imbocco da una laterale che sale verso il Khardung-la, il passo che ci aspetta nei prossimi giorni. Probabilmente la sua posizione è da attribuire ai venti che percorrono la valle dell’Indo, particolarmente freddi in inverno; avere la protezione di un’alta cresta può significare qualche importante grado di temperatura in più nella stagione in cui servono. Non oggi, quando il clima è perfetto; la giornata ha alternato momenti di stratificazioni alte che non autorizzavano a pensare alla pioggia, con un cielo assolutamente nitido punteggiato da nuvole bianche. Trovandoci nell'ombra pluviometrica himalayana le precipitazioni sono sempre scarse, fatta eccezione per quando il monsone riesce ad aggirare la catena, scaricando la sua furia

Arriviamo al resort, un po' fuori mano rispetto alla città ma proprio per questo tranquillo, immerso nel verde e ben curato. La sua caratteristica principale va ricercata però nella gentilezza e disponibilità del suo gestore, col quale ci intratteniamo bevendo kawa (tè) allo zafferano. Anche la cena è di assoluto gradimento, con pollo, paneer condito da ottimo sughetto e verdure bollite (cavoli, carote, ecc.). La vera sorpresa arriva al momento del dolce, quando ci viene portata una confettura di albicocche sciroppate, con i noccioli interni delle stesse sminuzzati quale guarnizione e condimento. Sembra che sia anche un valido corroborante per lo stomaco.

Scopriamo che il sistema di riscaldamento è elettrico; ci sono diverse dighe, le quali forniscono energia da fonte locale, senza dover dipendere necessariamente dal carburante proveniente attraverso impervie strade di montagna.

Kuzey resort

Bello il luogo, unica l'accoglienza

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