Giorno 4
La valle del Kashmir
Nonostante le incognite legate ad un'area a rischio, la Svizzera dell'India si apre con i suoi colori e i suoi paesaggi. Le strade si arrampicano lungo ripidi pendii, in un'immagine di drammatica bellezza
Oggi sveglia di buon’ora per andare al mercato! Per la verità una mezz’ora prima il muezzin tramite altoparlanti posizionati un po' in tutta la laguna aveva chiamato i fedeli alla preghiera, recitando anche una lunga orazione. Alle 5 in punto troviamo il “gondoliere” ad attenderci sulla soglia acquatica di casa; in un’abbondante mezz’ora ci porterà nel luogo in cui si tiene quotidianamente il mercato galleggiante di frutta, verdura e fiori freschi. All’inizio la shikara - così vengono chiamate le caratteristiche barche che solcano il lago Dal - scorre su una superficie resa color petrolio dall’oscurità. Il cielo si annuncia sereno, le montagne si specchiano nel bacino: il sonno breve è già stato ripagato solo da questa vista. Procedendo nella laguna dove si sente unicamente il rumore dei remi al contatto con l’acqua e qualche uccello muoversi fra le giunche, iniziamo a vedere luci accendersi all’interno delle case. Anche la luce del giorno inizia ad illuminare i contorni trasformandoli da forme oniriche a edifici galleggianti, orti, barche e segnali di presenza umana. Fra le acque limacciose ogni tanto si vede spuntare un fiore di loto, mentre dalle rive campeggiano cartelli coi volti degli ayatollah sciiti iraniani (Khamenei, Khomeini, ecc.) e qualche frase inneggiante al loro martirio. Scopriamo così di essere in una piccola enclave dello sciismo all’interno della maggioranza sunnita di Srinagar. Non avvertiamo tuttavia alcun astio nei confronti degli occidentali o dei turisti in generale: la gente locale professa la sua fede e ricorda il sacrificio dei suoi leader spirituali, al cospetto di un certo stupore da parte nostra. Raggiungiamo infine il mercato dove convergono coltivatori e commercianti: si assiste a qualche trattativa fra signori con il kurta e lo zucchetto, da una shikara allestita a bar viene offerto il tè, un’altra vende fiori, all’interno di questo spaccato di società rurale che supera in interesse la visita di qualsiasi museo. Le contrattazioni si susseguono, ogni tanto i prodotti finiscono sulla bilancia e l’acquirente paga il corrispettivo; senza vociare, quasi rispettosi dell’ambiente ovattato che li circonda, mentre il sole annunzia il suo arrivo. Sembra l’immagine di un quadro impressionista, su ispirazione di qualche famoso pittore fiammingo: anche per questo oggi non è necessario recarsi in un museo. Iniziamo il ritorno ripercorrendo la stessa via acquatica ma con illuminazione diversa: ora i colori prevalgono sulle sensazioni, dagli orti si vedono i raccolti, le attività umane stanno iniziando e il nuovo giorno diventa realtà. Il nostro traghettatore si concede un tiro di narghilè e scopriamo che parla discretamente l’inglese, così ne approfittiamo per qualche domanda alla quale risponde con competenza, mentre leggere nuvole sembrano galleggiare sull’acqua.
È giunto il momento di lasciare Srinagar per dirigerci verso Kargil, quindi il Ladakh. In città l’atmosfera è tranquilla ma l’impressione è di essere in un Paese arabo, lo si percepisce dai volti degli uomini e dai veli delle donne; i minareti che si stagliano contro il cielo servono a fugare ogni dubbio. Uscendo dal centro abitato, capita di vedere molte postazioni militari sulla via che percorreremo, ancora per decine di chilometri. Lungo la strada campeggiano frequenti i cartelli inneggianti la Rivoluzione Islamica a ricordo degli ayatollah iraniani, chiari segni di villaggi a maggioranza sciita. Viaggiare Sicuri – oltre a Srinagar – sconsiglia anche la strada che stiamo percorrendo, dove invece troveremo solo paesini tranquilli e paesaggi incantati; ciò non significa che debba sempre essere così, ma il momento è propizio. Il meteo è stabilmente volto al bello per far scintillare i campi di orzo; più avanti il progetto di allargare la strada ha costretto i proprietari delle case adiacenti ad abbatterne un pezzo per arretrare l’edificio e consentire l’ampliamento; è così che si vedono mattoni accatastati per essere riutilizzati e stanze sventrate. Una scena già vista due anni fa a Varanasi: quando lo Stato decide di procedere in nome del progresso e dello sviluppo non ci sono ma o se a contrastarlo.
L’autista viene fermato da quelli che si potrebbero chiamare vigili urbani e si ritrova con una multa di 2.000 rupie (ca. 20€) in quanto non aveva i documenti in regola: per viaggiare nel Kashmir con targa del Ladakh occorre un’autorizzazione che richiede alcuni giorni per ottenerla e lui ne era sprovvisto. Si susseguono posti di blocco ai quali dobbiamo fermarci per ripartire subito dopo senza essere controllati. Finalmente entriamo in aperta campagna e sullo sfondo si stagliano montagne dalle linee morbide. Visitiamo una moschea sufi, allo stesso tempo mausoleo di qualche imam del passato, semplice ma ben tenuta. Siamo pronti a ripartire affrontando il traffico intenso, dove il sorpassarsi strombazzando sembra stato eletto a sport nazionale; per fortuna gli autisti sono attenti e coscienti, favorendo chi cerca di passare, con occhio rivolto a chi può spuntare improvvisamente da dietro la curva in senso opposto. Ormai viaggiamo su strade di montagna e il percorso deve seguirne la conformazione mentre s’innalza verso il Zoji-la pass a 3.528 mt.; in basso il fiume scorre impetuoso in senso contrario al nostro. Fra due anni entrerà in funzione un tunnel attualmente in costruzione che dovrebbe rendere obsoleto il passo, forse in futuro resterà solo appannaggio dei turisti. Per il momento ci si gode un ambiente verdeggiante, in perfetta ottemperanza con l’iconografia del Kashmir.
La BRO (Border Road Organisation) gestisce la rete viaria nelle zone prossime ai confini col Pakistan e la Cina, con le evidenti ragioni di mantenere una buona viabilità per la maggior parte dell’anno e favorire l’ingresso di mezzi pesanti, ove necessario, in caso di conflitto; compito non semplice vista l’asperità del territorio, ma evidentemente l’organizzazione dispone di buone risorse e ottimi ingegneri che negli ultimi decenni hanno saputo ultimare opere di grande valore. Se poi ci passano i turisti al posto dei carri armati, meglio per tutti; ma rimane il monito (o la minaccia) per dire ai vicini che in caso di necessità l’India può arrivare praticamente ovunque per difendere i propri confini. Per rendersi più simpatica e lanciare avvertimenti a una condotta di guida prudente, la BRO ha posizionato sui bordi della strada scritte e rime ad effetto, come “senti le curve, ma non abbracciarle” oppure “la vita è corta non renderla più breve” e via scrivendo con creatività a fini didattici. Il tutto talvolta condito da sapiente spirito nazionalista come quando citano “troveremo una via o ne creeremo una” a sottintendere le indubbie capacità ingegneristiche dell’organizzazione.
Ora il paesaggio si fa tipicamente montano con viste paragonabili al meglio delle nostre Alpi. Curiosamente ad un certo punto dobbiamo uscire dalla superstrada per aggirare un tunnel che ci farebbe risparmiare venti km, ma sta scritto e ci sono dei poliziotti a confermarlo che in questo mese è riservato ai pellegrini di Armanath, i quali ottengono un permesso preventivo per potervi transitare; lo prendiamo come un nuovo mistero senza spiegazione, anche se ci possono essere ragioni riconducibili alla sicurezza. Al valico di Sonamarg ci fermiamo per fare due passi sull’erba che sembra rasata a filo dalla natura, montagne boscose sui pendii e qualche residuo ghiacciaio più in alto completano lo splendido quadro. I cavalli al pascolo offrono una tonalità cromatica e di movimento. Pranzo in locale tipico (non ve ne sono di altro genere) situato sull’ampio colle e ripartiamo lungo la strada che in breve torna a salire anche in tono deciso, con curve e controcurve su superficie non sempre asfaltata ma quasi sempre a strapiombo. I camion stracarichi arrancano a passo d’uomo e non è difficile superarli. Il fondovalle appare sempre più lontano e lugubre, un ripido costone scende per centinaia di metri senza interruzione; ad un certo punto sul fondo si vede un villaggio contornato da una miriade di tende: sono i pellegrini indù di Armanath, a costituire un vero e proprio accampamento, prima di mettersi in marcia lungo un sentiero di venti km che consentirà loro di raggiungere la grotta oggetto di devozione. La maggioranza di loro compie il percorso in due giorni, alcuni in un giorno solo, ma c’è chi va su a cavallo o addirittura su improvvisate portantine se impediti a camminare. Evidentemente l’esperienza è molto sentita pur non mancando i pericoli legati alle faziosità etnico religiose, trovandoci in un’area musulmana che fa leva sulla religione per fomentare rivendicazioni indipendentiste. Di per sé, dei pellegrini indù in territorio islamico non sarebbero un problema, lo diventano quando esistono conflitti politici o li si vuole creare ad arte per altre finalità.
Ci fermiamo allo Zoji-la pass per un tè e qualche scatto da questo pulpito privilegiato, da dove si vede la valle del pellegrinaggio con la strada di salita appena percorsa: diciamo che le preghiere del primo possono diventare propedeutiche per la seconda. Trovo anche il tempo per uno scatto con alcuni ragazzi sciiti “armati” di bandiere e buonumore mentre si stanno recando a una festa religiosa per commemorare un imam qualche decina di km più avanti. Non resta che scendere in una nuova vallata, ampia e brulla ma meno aspra per il percorso automobilistico; un’ultima sosta al punto di controllo dei documenti, dove sostano molti camion: scopriremo che allo Zoji-la pass vige il senso alternato, pertanto i mezzi pesanti devono attendere il via libera, che arriverà alle 20. Del resto è inimmaginabile pensare come possano incrociarsi su una strada tanto pericolosa, soprattutto in caso di maltempo.
Le nuvole iniziano a intensificarsi regalando prima contrasti magici poi la pioggia quando arriviamo al Kargil War Memorial di Drass, villaggio considerato essere il secondo luogo abitato più freddo al mondo; si parla di temperature che raggiungono i -50°C, più realisticamente pensiamo che -40°C siano sufficienti in ogni senso. Qui, dopo attento controllo passaporti e visti, veniamo presi in consegna da un solerte militare che ci conduce a visitare questo sito dedicato al ricordo storico unito a una comprensibile dose di narrativa nazionalistica. Ci spiega come dopo alcune scaramucce avvenute nell’estate precedente, in vista dell’inverno 1999, pakistani e indiani concordarono un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe dalle postazioni di alta montagna, visti i pericoli oggettivi legati alla stagione invernale su quote che raggiungono i 5.000 mt. Sembra che i pakistani non abbiano rispettato l’accordo e si siano posizionati sulle creste conquistando la fondamentale cittadina di Kargil, che la veemente reazione indiana ha poi respinto riportando il confine dove si trovava in precedenza, forse anche qualcosa oltre la cresta che ci sovrasta, seppure a caro prezzo di vite umane, combattendo corpo a corpo su terreni estremamente impervi. Vi si trovano 546 lapidi (di cui 406 solo nella guerra del 1999) a ricordo di chi lasciò la vita su queste montagne nei due conflitti combattuti da queste parti; quest’ultimo è durato tre mesi, da inizio maggio al 29 luglio. In occasione dell’anniversario, proprio la settimana scorsa il ministro della Difesa indiano è venuto a rendere omaggio, con grande dispiegamento di personalità. Attualmente fra gli schieramenti dei due eserciti ci sono solo 15/20 mt ma fra i soldati delle opposte fazioni c’è anche modo di ridere e scherzare. Dei modelli in 3D descrivono con dovizia le operazioni militari sui vari fronti e le foto dei caduti (molti sono sikh del Punjab, combattenti in unità separate ma di indubbio valore), la cui sala è stata inaugurata nei giorni scorsi in occasione della visita da parte delle autorità. Sono inoltre state raccolte delle boccette d’acqua dei principali fiumi indiani, tra i quali spiccano il Gange e il Brahmaputra (conosciuto come Yarlung Tsangpo in Tibet), a significare la sacrale unità del Paese. Spicca infine una sala dove sono esposte le armi, banconote e documenti sequestrati ai pakistani sul campo di battaglia, nonché la bandiera appesa al contrario in segno di dileggio e vittoria indiana.
Va considerato che il passaggio da Kargil è uno dei due ingressi verso il Ladakh (per quanto difficile dirsi, il meno ostico) e pertanto viene considerato strategico da parte indiana. La regione in passato – e ancora oggi etnicamente – si chiamava Baltistan, con una propria cultura e vie di comunicazione verso Skardu, oggi interrotte causa separazione e conflitto col Pakistan. Sul versante sinistro della strada vediamo dei riquadri con numeri bianchi in campo blu: sono le vie di arrampicata per i militari, i quali devono essere in grado di effettuare salite su roccia come la guerra di Kargil ha potuto dimostrare; nelle vicinanze si trovano anche sentieri di allenamento per compiere salite in alta quota: il conflitto sul ghiacciaio di Siachen con fra Ladakh e Cina è un altro palese esempio di come le forze “alpine” indiane debbano essere pronte per ogni evenienza e terreno di combattimento.
È tardo pomeriggio (sono le 18:30), la pioggia diventa insistente, il fiume Drass ci scorre sul fianco scuro e impetuoso; in un contesto grigio diverse pietre sull’asfalto lasciano presagire che le centinaia di metri di roccia sopra di noi non siano poi così stabili, sotto è meglio non guardare. I fragili tergicristalli del fuoristrada hanno il loro da fare a spazzare l’acqua sul parabrezza che tende ad appannarsi dall’interno. Dobbiamo solo sperare non accada (o meglio, che non cada) nulla. Alla confluenza con il fiume Suru svoltiamo a destra seguendo il suo percorso fino a Kargil: è oltremodo impetuoso con ampi vortici creati dal fondo roccioso, segno di abbondanti piogge, e ne avremo conferma leggendo sui social di frequenti frane e smottamenti in zona. È l’imbrunire, attraversando la cittadina si sente il fragore del fiume che scorre parallelo alla via centrale, stretto fra la parete rocciosa e il paese. Le uniche luci arrivano dai chioschi lungo la strada, dove fruttivendoli espongono i loro prodotti con un ordine quantomeno contrastante con l’irruenza della natura in questo momento e l’anonimità della cittadina. Il nostro resort, composto da una decina di casette in legno più che decorose, si trova una decina di km oltre, lungo la NH1 che domani ci porterà a Leh. Siamo ormai entrati in Ladakh e Kargil segna anche il confine religioso fra mondo islamico e buddhista, seppure con l’eccezione di alcuni villaggi che vedremo domani, al centro dei quali spicca ancora la vista dei minareti. Cena consumata a buffet nella sala da pranzo del resort (dal, paneer, pollo masala e cavolfiori con un ottimo sugo, dolce simile a capelli d’angelo con latte e zucchero); doccia rimandata a domattina, nell’orario in cui sarà disponibile l’acqua calda. Nel frattempo ha anche smesso di piovere. Sono stati giorni intensi, domani il programma è più leggero e si può cercare di riprendere un ritmo di sonno compatibile con un viaggio relativamente normale. Nel giardino del resort un albero decorato con luce colorate conferisce all’ambiente un’atmosfera natalizia: ancora un paio di foto per fissare il momento prima di ritirarci nelle comode dimore per la notte che si rivelerà molto ristoratrice.
Fuori da Kargil, su un ampio colle che immette nel Ladakh

































