Giorno 13
Nella residenza del XIV Dalai Lama
Attraverso i disastri causati dalle piogge monsoniche arriviamo a Dharamsala, la residenza dell'attuale Dalai Lama. Pace, tristezza e nostalgia sono i sentimenti che convergono presso la diaspora tibetana.
Colazione in un contesto di lusso (se parametrato all’impostazione del viaggio) con curioso epilogo di camerieri che ci pregano di rilasciare subito una buona relazione su Tripadvisor, asserendo che è molto importante per loro. Probabilmente hanno il mandato preciso di portare in tavola delle omelette e tornare con una buona recensione per l’hotel.
Secondo Maps oggi ci sono 8 ore e mezza teoriche di trasferimento, ma potrebbero diventare anche qualcosa in meno se riaprono una strada. Partiamo alle 7:30 e nel frattempo ha smesso di piovere. La strada è ormai asciutta, si vedono solo più alcuni, grossi, massi caduti sull’asfalto, oltre alle sacre mucche: essendo zona a maggioranza induista (anche il nostro autista lo è) non potevano mancare. Il fiume rimane sempre impetuoso dopo le copiose precipitazioni dei giorni scorsi. Va rilevato come in zona le piogge monsoniche rovescino enormi quantità d’acqua in questo periodo, creando talvolta disastri; l’alluvione che ha colpito l’India del nord lo scorso ha mietuto oltre cento vittime, mentre distruzioni e danni costituiscono una regola inevitabile. Il paesaggio è lussureggiante e non facciamo difficoltà a capirne le ragioni, mentre il cielo inizia a tingersi d’azzurro fino a diventarlo interamente nel giro di un paio d’ore. Durante l’attraversamento di una cittadina ad un certo punto la corsia di marcia è interamente inondata, tale da costringerci a un guado urbano a bassa velocità, fortunatamente senza conseguenze. Poco prima, all’altezza di un casello per il pedaggio il fiume si è addirittura portato via la parte sinistra del medesimo, la porta riservata al passaggio dei bus.

Nei villaggi che si snodano lungo la strada compaiono grossi cartelli con dei numeri in prossimità di negozi e chioschi: servono per identificare gli esercizi commerciali e tutto sembrerebbe normale se non avessero dimensioni davvero grandi. Le attività stanno per iniziare, dai camion vengono scaricate cassette di mele (sembra essere il periodo di punta) e frutta in genere, ma non mancano i sacchetti di frutta essiccata in esposizione. Cani e mucche vagano senza padrone e senza un perché fra i banchi e la strada.
Per raggiungere Dharamsala esisterebbe una via più diretta ma risulta interrotta dalle solite frane: rispetto però alle previsioni di Maps prima della partenza sembra ci risparmieremo un giro ben più lungo. L’autista ci racconta del suo viaggio per venirci a prendere a Manali: è partito ieri pomeriggio dalla sua abitazione a qualche km da Dharamsala, rimanendo bloccato causa chiusura della strada. Si è riposato forzatamente fino alle 4 di notte, quando finalmente è stata riaperta e alle 7:30 era puntuale da noi. Ci sono stati danni consistenti: ripercorriamo la via in senso contrario e ci rendiamo conto di persona della situazione. La sede stradale è ancora invasa dall’acqua che gronda da tutte le parti, con gli addetti intenti a cercare di spalare fango e pietre con i mezzi a disposizione; solo qualche scimmietta se ne sta sui jersey e osserva la scena con espressione interessata. Se il programma avesse previsto di passare da qui solo 24 ore prima, nella migliore delle ipotesi saremmo stati bloccati. C’è molto traffico, i sorpassi avvengono confidando nella tolleranza altrui e il rischio di fare dei frontali non è mera ipotesi. Il fiume, il Beas, è lo stesso che bagna Manali; qui ha più spazio a disposizione ma colore e impeto sono sempre gli stessi, fino ad allargarsi in prossimità di una diga a sbarrargli la strada. Attraversiamo la cittadina di Mandi, già caotica come ogni vera città indiana; le montagne sono ormai alle nostre spalle, colline non meno franose e traboccanti di vegetazione e acqua sono ormai la costante del paesaggio. Si procede lentamente (20/30 km/h) lungo strade strette e tortuose piene di buche e fango, le cui condizioni richiedono attenzione, e l’attraversamento di villaggi dove s’incontra un po' di tutto. Si viaggia prima in direzione sud, quindi ovest e finalmente verso nord; la giornata continua ad essere serena con morbidi panorami intorno a noi e senza più rischi di frane, la temperatura è sui 22° nella parte più alta e 30° con elevato tasso di umidità in basso. Nei paesini si vedono donne vestire sari di un rosso molto intenso e stiloso, quasi da cerimonia; viene da pensare che stiano convenendo a qualche celebrazione religiosa.

Pranzo in quello che potremmo paragonare a un autogrill, con servizio e qualità di soddisfazione: prendiamo due tipi differenti di paneer, soluzione ideale quando non si conoscono gli altri piatti e non si ha troppo tempo a disposizione. Fuori si cuoce al vapore, dentro è un frigo che riusciamo a mitigare leggermente spegnendo il condizionatore che irradiava gelo proprio sulle nostre teste e indumenti sudati. Notiamo come le indicazioni stradali e le pubblicità presenti sui cartelloni pubblicitari lungo la strada siano scritte in hindi (raramente anche in inglese), a fornire una nuova connotazione etnico culturale di dove ci troviamo, ovvero nell’India indiana. Da una quota minima di 600 mt della pianura risaliamo e a metà pomeriggio siamo a Dharamsala (1.500 mt.). Dal 1855 è la capitale invernale dello Stato e sede amministrativa del distretto. La ragione principale per essere qui è rappresentata dalla residenza del XIV Dalai Lama e del governo tibetano in esilio, ospitati in questa cittadina dopo una rocambolesca fuga dal Tibet nel 1959. Prima però vediamo una piantagione di tè indiano, con i cespugli dalle cui foglie si ricava la comune bevanda curati ad arte, a sembrare un giardino botanico. In realtà a Dharamsala non c’è tanto da vedere fatta eccezione per il traffico; ogni genere di mezzo e pedoni, con negozi che si distendono su entrambi i lati della via principale.

La sede del Dalai Lama e templi annessi si trova pochi km più in alto, dove la strada si avvinghia lungo i pendii di conifere fino a raggiungere McLeod Ganj a 2.100 mt di quota, con nuvole vaporose che vi stazionano sopra, in quello che potremmo definire un eremo vero e proprio. La notorietà e sensibilità politico-religiosa del personaggio che vi abita impone una folta presenza di militari all’ingresso della cittadina; non ne vedremo nella zona del sancta sanctorum ma possiamo essere sicuri che in caso di pericolo si materializzi qualcuno armato in abiti civili. In realtà ci attendevamo una località più mondana, con qualche sfarzo e logisticamente più comoda e raggiungibile, visto il blasone di sua Santità, non solo presso i buddhisti tibetani. Si tratta di una serie di villaggi che hanno visto un certo sviluppo per le ben intuibili ragioni, in una zona identificabile come la propaggine estrema della catena himalayana, qui espressa solo più da aree collinose. Interpretiamo la scelta del luogo come incontro e sintesi fra semplicità dello stile di vita buddhista e l’equilibrio politico indiano, il cui governo accettò di ospitare la somma guida spirituale e la sua corte in una forma e a condizioni che non urtassero troppo la suscettibilità della Cina, la quale tratta lui e i suoi seguaci alla stregua di terroristi. Una location più comoda e in vista avrebbe attirato il turismo spirituale e dato una rinomanza difficili da gestire. Il messaggio sembra essere quello di accettarne la sua presenza senza diventare uno stato nello stato o una sorta di Vaticano buddhista. Va peraltro rilevato come la missione del Dalai Lama richieda frequenti viaggi in tutto il mondo, soprattutto quello buddhista ma non solo, e riesce difficile comprendere come possa muoversi agevolmente abitando in un angolo tanto remoto e con collegamenti stradali che richiedono tempo, pazienza e rischi. A 91 anni compiuti il mese scorso viene da pensare che abbia ridotto i viaggi, ma tanto adesso quanto in passato non dev’essere stato facile organizzarne la logistica; la zona si presenta umida con frequenti nebbie, le quali complicano anche gli spostamenti in elicottero.

Una volta arrivati scopriamo di trovarci in una tobacco free zone, divieto che non ci pone alcun problema; visitiamo il Namgyal Monastery e il Dalai Lama Temple, semplice e relativamente recente rispetto a quanto visto fino a pochi giorni fa in Ladakh. Il primo è il monastero dedicato al XIV Dalai Lama, costruito nel 1959 dalla comunità tibetana in esilio, mentre con il secondo viene designato il complesso che include il monastero. Il sito non rappresenta solo il nucleo spirituale di una religione, è anche la sede del governo tibetano in esilio, con quanto ne consegue in materia di rivendicazioni e propaganda per tenere viva una causa che negli ultimi anni ha perso vigore in favore del politically correct verso il dragone cinese. Un gruppo di persone è impegnato in una catena permanente di sciopero della fame per richiamare il mondo a una maggiore sensibilità verso il problema tibetano contro l’occupazione cinese, la sparizione del legittimo Panchen Lama nel 1995 e chiedere luce e verità su assassinii di monaci in Tibet. Un tempo se ne parlava molto, oggi è un argomento passato di moda; resta viva solo la simpatia per un anziano e pacifico signore che di nome fa Tenzin Gyatso. Lungo la via principale, percorsa da diverse monache che indossano lo stesso abito color granata, anch’esse interamente rasate, si snoda il mercato dove si possono trovare bandiere di preghiera, oggettistica sacra, ma anche le bandiere del Tibet che se introdotte in Cina sarebbero ragione sufficiente per spalancare le porte del carcere. Mentre le nebbie iniziano ad alzarsi per lasciare spazio a spicchi di cielo, a noi non resta che recarci nell’hotel situato in un altro borgo situato sulla cresta di una collina poco distante, per uscirne e cercare il ristorante dove cenare nella tranquillità e silenzio più assoluti. Ancora una passeggiata, poca gente in giro, un’atmosfera reale e surreale allo stesso tempo: un ossimoro indiano.
La giornata trascorsa fra le verdi colline dell’Himachal Pradesh ci ha mostrato un’India diversa, più vera nel senso indiano del termine, più ricca (o meno povera) del Ladakh, ma anche meno pulita e più densamente abitata. Era una giornata iniziata all’insegna delle incognite legate alle conseguenze del maltempo e termina nella pace della capitale del buddhismo tibetano (con la c minuscola per non indispettire i potenti vicini di casa).
In collina, fra le nebbie della città del Dalai Lama



























