Giorno 15
Old Delhi
Passeggiata fra templi induisti, sikh, giainisti e la moschea: il caleidoscopio religioso. Quello umano invece lo si riscontra nel grande bazar del Chandi Chowk
Dopo una giornata campale, niente di meglio che far seguire una notte corta: alle 5 suona la sveglia per recarci nell’aeroporto di Amritsar con destinazione Delhi
Fa già caldo ma nelle prime ore del mattino si riesce a respirare anche senza le branchie; c’è poco da stare allegri, nella capitale la situazione non sarà certo migliore. Dopo tanti anni e tanti viaggi, oggi in aeroporto ci capita un’esperienza nuova quanto stravagante e simpatica: dopo aver consegnato i bagagli (il check-in l’avevamo fatto online) e ringraziato l’efficiente operatrice al desk questa, vedendoci soddisfatti, ci chiede di fare una foto tutti assieme. Non sappiamo se sia per mostrare clienti felici del suo operato al capo o se per archivio personale: resta la bella scenetta e un altrettanto piacevole ricordo.
Partenza e arrivo puntuali; ci riuniamo nuovamente e con Khan e con lui ci avviamo verso la sua casa/guesthouse dove abbiamo modo di fare una doccia e prendere un masala chai, consolazione di ogni stanchezza in terra indiana.

Avevamo lasciato un paio di giorni per la visita di Delhi, pur non essendo quello monsonico il periodo ideale per scoprire la città, lasciando implicitamente un polmone temporale nel caso si fossero verificati degli inconvenienti in un viaggio tanto ricco d’incognite. Invece tutto è filato liscio e siamo pronti a “goderci” l’afa della capitale indiana. Con il nostro amico/guida andiamo in tuk tuk alla fermata della metro più vicina (linea blu, Subhash Nagar) con destinazione Old Delhi; capiremo così come funziona questo mezzo di trasporto nella capitale, per essere in grado di muoverci autonomamente il giorno successivo. Iniziamo dal tempio giainista Sri Digambar jain Temple proprio di fronte al Red Fort. Dopo esserci levati scarpe e calze, entriamo – peraltro in un ambiente assai sporco - a vedere le ritualità di questo credo fra i più antichi dell’India, le cui origini vanno datate al VI secolo a.C. Alcuni uomini di mezza età passano da un altare all’altro lasciando offerte simboliche, quali riso, semi o frutta secca; si inchinano, recitano preghiere e ritornano all’altare precedente; un iter per noi incomprensibile così come per loro lo sarebbero le celebrazioni che si tengono in una chiesa.
La volta scorsa non eravamo riusciti a visitare il Red Fort per mancanza di tempo, questa volta non ci riusciamo a causa dell’imminente festa dell’indipendenza che domani vedrà proprio il forte quale fulcro nazionale delle manifestazioni. I monumenti sono normalmente sotto stretto controllo: oggi c’è una presenza militare di tale imponenza che l’edificio probabilmente non vedeva dai tempi in cui veniva assaltato da orde di nemici; non mancano nemmeno le postazioni protette da sacchi di sabbia per difendersi da vere e proprie azioni di attacco. Riusciamo a scattare alcune foto da distante, finendo per inquadrare soprattutto decorazioni e festoni celebrativi. I preparativi fervono, domani sembra assicurata la presenza del presidente Modi.

Ci spostiamo sul Chandni Chowk, la via dove si trova il bazar, e la prossima tappa sarà il tempio sikh Gurudwara Sisganj Sahib: agli stranieri viene richiesto di entrare prima in una sala situata a fianco in modo da poter fornire loro alcune informazioni, quali i fondamenti della fede, dotarli del relativo copricapo e dare alcune raccomandazioni di comportamento. La spiegazione è molto interessante e conferma quanto avevamo letto e udito in precedenza, integrato da nozioni utili e fornendo risposte esaustive a qualche nostro perché. Ad esempio, scopriamo che i capelli non vanno tagliati perché se Dio ce li ha dati li dobbiamo lasciar crescere; vengono poi raccolti sotto il turbante costituito da una prima fascia bianca da appoggiare sulla testa, della quale s’intravede un triangolo al centro della fronte, quindi si avvolge la testa con una banda lunga 4 metri: operazione da effettuarsi tutte le mattine. Le donne sono esentate in quanto devono badare alla famiglia e solite a compiere lavori per i quali il turbante potrebbe recare fastidio. Lo stesso vale per i militari (esistono perfino delle divisioni di sikh del Punjab) quando devono indossare il casco; altrimenti quando sono in servizio calzano regolarmente il turbante che sarà della stessa tonalità della divisa. Lo stesso vale per il casco dei motociclisti. Un'altra delle cinque regole da rispettare (iniziano tutte con la k) consiste nell’indossare il kachera, particolare maglieria intima simbolo di autocontrollo dei desideri sessuali, corredato di un cordino che, dovendo essere prima slacciato, impedisce al fedele di compiere azioni impulsive. Si tratta probabilmente una religione molto osservante, dove ai fedeli viene richiesto di attenersi scrupolosamente alle regole impartite dai dieci guru storici, più l’undicesimo rappresentato dal testo sacro. A questo punto siamo pronti per entrare nel tempio: facciamo il giro intorno al fulcro centrale dove ci sono i guru che stanno predicando davanti a fedeli seduti compostamente per terra a gambe incrociate. La loro voce diffusa dagli altoparlanti risuona fra le sacre mura, in tono quasi assordante; proseguono suonando una sorta di armonica e strumenti a mano. Mentre ci soffermiamo un attimo prima di uscire, un attempato signore ci invita a tenere le mani giunte come si fa con le nostre preghiere; assecondiamo volentieri il suo suggerimento e poco dopo usciamo rientrando nella sala dove abbiamo lasciato le scarpe e ci congediamo. Rispetto ai templi induisti e giainisti si apprezza una maggior pulizia e ordine. Peccato che anche qui non si possano fare foto, perché gli interni sono veramente splendidi.

Delhi è uno dei pochi posti dove all’interno dello stesso quartiere si possono visitare siti appartenenti a religioni diverse che hanno un seguito importante, sia nella città che nel paese. La Jama Majid (l’ingresso costa 400Rs – ben lontani dai monasteri tibetani, ma qui c’è più turismo) è la moschea più importante nella capitale di un Paese in cui vivono 200 milioni di musulmani, la seconda presenza islamica nel mondo, pur essendo minoritaria e rappresentando poco più del 10% della popolazione indiana. A differenza di altre, questa è “aperta”: su un lato si trova l’ex residenza del governatore, sull’altro lato della piazza c’è un colonnato con fini decorazioni e il mihrab (nicchia ad indicare la direzione della Mecca). Intorno si estende un colonnato a delimitare la piazza, sulla quale inizia a scendere una pioggia fine che ci convince a sostare qualche minuto al riparo; è anche l’occasione per vedere dei particolari che altrimenti sarebbero sfuggiti. Non appena smette torniamo a passeggiare senza meta nel bazar della Old Delhi in mezzo a negozi e bancarelle di ogni genere, con un traffico umano non frenetico ma in continuo movimento. Vi si può trovare di tutto, i negozi sono piccoli ma non ci si rende conto di quante mercanzie possano contenere questi empori, uno ha addirittura creato una scala in mezzo immagazzinando merce anche fra uno scalino e l’altro. Come già appurato in altri Paesi asiatici, i negozi dello stesso settore merceologico si trovano tutti nella stessa area. C’è la zona dove si vedono solo cartolerie: il business delle partecipazioni di nozze è molto sentito, la gente spende parecchio e gli inviti da qui vengono recapitati da e per tutta l’India. Il “quartiere” degli idraulici e delle ceramiche comprende invece un’esposizione sterminata di lavandini, wc e ogni genere di raccorderia. Altra zona interessante è quella delle moto. Il tutto è intervallato da chioschetti privi di autorizzazione che vendono cibarie e bevande; ogni tanto arrivano retate dell’autorità municipale, questi caricano tutto su un camioncino e spariscono facendo ritorno qualche giorno dopo, oppure allungano una mancia agli addetti e non devono nemmeno muoversi. Il tutto avviene all’interno di un regime circolare dove l’unica regola è che non ne esistono, ma la convivenza viene in qualche modo garantita da esigenze di necessità. Ovviamente nel campo visivo non mancano le mucche sulla strada e qualche scimmia che saltella sui cavi elettrici, arrotolati alla rinfusa, a costituire quasi discutibile decorazione agli edifici.

Esplorare una città non significa solo vederne i monumenti principali, solitamente eretti allo scopo di esaltare l’ego di regnanti e autorità religiose; ostentazione di potenza idonea a sottomettere le folle, sia con la retorica, con la spada o con l’inferno. È invece utile avere un quadro completo di come vive la gente comune, della quotidianità nei meandri dei quartieri popolari, dove i viaggi precostituiti tendono a non organizzare tour. La cucina è un altro marcatore universale per conoscere un Paese; non tanto quella dei ristoranti quanto il cosiddetto street food, felice definizione che ben rappresenta il gesto di acquistare cibo e bevande per strada o in negozietti senza pretese, a restituire i gusti veri godendosi peraltro la preparazione effettuata da mani esperte. Prenderemo l’ennesimo masala chai (tè con latte e spezie) proprio in uno di questi banchetti dove oltre al gusto della bevanda c’è da restare ammirati dall’abilità del “barista” nel mischiare gli ingredienti; un’attività che compie tutto il giorno, tutti i giorni da chissà quanti anni. Possiede la maestria di un giocoliere versando il liquido da un contenitore all’altro senza far uscire una sola goccia. E dire che non ha nemmeno l’autorizzazione: ogni tanto deve spostare lo “shop” da un’altra parte, salvo tornare qualche giorno dopo al medesimo posto: le stesse autorità che devono far rispettare la legge tendono a chiudere un occhio nei confronti di chi almeno si guadagna il pane lavorando onestamente. Al limite richiedono un “contributo” per tenere l’occhio chiuso.
La capitale è divisa per quartieri, dove la maggioranza è ovviamente indù, ma nella Old Delhi vivono più musulmani, in particolare nella zona del bazar, all’interno del quale le loro caratteristiche doti di mercanti possono emergere. Vediamo anche un funerale dove i convenuti trasportano il cadavere su una sorta di barella rivestita da un lenzuolo bianco, tenuta ad altezza delle spalle, e si dirigono di buon passo verso il cimitero. Fra induisti e musulmani non esiste una reale conflittualità, al massimo un sentimento di reciproca diffidenza, ma religione e aspetti politici connessi possono essere elevati a pretesto o conseguenza per litigi di altra origine.
Riprendiamo la via per rientrare nella nostra dimora, dove gusteremo una preziosa cena. La metro di Delhi è sopraelevata (non abbiamo visto tratti sotterranei) e anche da questo punto di osservazione mobile non manchiamo di vedere le mucche in mezzo alla strada e la quotidianità dei quartieri che attraversiamo. Ultimo tratto in tuk tuk, il mezzo ideale anche se si ha l’impressione di correre “nudi” in mezzo al traffico, senza particolari protezioni, districandoci tra le lamiere degli altri veicoli; ma garantisce un’esperienza vera e viste privilegiate, oltre a qualche brivido che, dato il clima in questo periodo, non guasta!
Molto più di un hotel: a casa di un amico









