India - Ladakh e Kashmir
Con licenza da parte di Lev Tolstoj, si potrebbe intestare l’estrema sintesi di questo viaggio prendendo a prestito il titolo di un suo libro, Guerra e Pace. Non ci era mai capitato di rilevare la presenza di tante installazioni militari come ai confini dell’India con il Pakistan e la Cina, contemporaneamente ci siamo confrontati con ben quattro religioni: il buddhismo tibetano in Ladakh, l'islam in Kashmir, il Sikhismo ad Amritsar (Punjab) e l'induismo a Delhi e nell’Himachal Pradesh. Pacifica devozione popolare in netta antitesi con la forza muscolare di mezzi e uomini in mimetica. Argomenti sui quali potrebbero dilettarsi sociologi e antropologi: noi, dopo aver doverosamente lasciato i nostri occhi occidentali a casa, abbiamo cercato di osservare, di leggere negli sguardi della gente, una realtà così diversa e talvolta così difficile da comprendere.
La premessa (o la promessa) prima della partenza: non ci acconteremo di montagne incantate e incantevoli, cercheremo di esplorare meglio il caleidoscopio indiano nella sua appendice più settentrionale, laddove s’insinua fra terre di nessuno che tanti invece vorrebbero. Oltre all’arido Ladakh visiteremo anche il verde Kashmir con le sue tensioni sociopolitiche e sfideremo il monsone estivo in Punjab (ad Amritsar) e in Himachal Pradesh (a Dharamsala, residenza del Dalai Lama), per finire a Delhi dove siamo già stati ma esiste ancora un’immensità da scoprire.
Di solito molti partono per le vacanze con l’obiettivo di tornare rilassati, questa volta l’obiettivo era invece quello di tornare sani e salvi: la guerra nel Golfo porta con sé le incognite di uno scalo a Muscat, in Oman. Dieci giorni prima della partenza scopriamo che il volo è stato posticipato di 48 ore: la Oman Air li ha accorpati per non far viaggiare gli aerei a vuoto e in sostanza ne parte uno ogni tre giorni; dettaglio che farebbe saltare il volo interno da Delhi su Srinagar prenotato a parte. Percorso quindi da riprogrammare, e anche in fretta: neanche il tempo di elaborare lo sconcerto e ci mettiamo all’opera per valutare alternative, trovando un numero della compagnia operativo 24/7 al quale aggrapparci; andrebbe utilizzato per i reclami ma la ragione della nostra chiamata non ha finalità tanto diverse in quanto l’esito dell’intero viaggio rischierebbe di essere compromesso. Una gentile operatrice ci riprotegge su Londra con la British Airways: tocca partire nel cuore della notte del 31 luglio ma arriveremo a Delhi con quasi un giorno di anticipo, evitando così il fumo della polvere da sparo intorno al Golfo Persico, almeno all’andata.
Geograficamente e idealmente il Ladakh rappresenta l’anello di giunzione fra l’Himalaya e il Karakorum, con vette che superano appena i 6.500 mt. contro gli 8.000 delle catene vicine; dal punto di vista orografico si può definire come la propaggine occidentale dell’Himalaya. Le quote relativamente più basse hanno storicamente favorito occasioni di accesso e passaggio, di scambi fra Paesi confinanti altrimenti separati da alte montagne che proprio qui offrivano uno spiraglio, almeno quando la stagione lo consentiva. Una sorta di meeting point fra India, Cina, mondo turcomanno e iranico dell’Asia Centrale. Fa riflettere come vi fossero più passaggi aperti al transito nell’epoca di Marco Polo rispetto a quanti ve ne siano adesso, stante i confini contesi e le tensioni permanenti con Pakistan e Cina. Per cercare di colmare una mia lacuna storico geografica ho voluto vedere dove si trovasse il Karakorum Pass: per rintracciarlo ho dovuto seguire su Maps l’esile traccia fisica di un sentiero fino al punto in cui scollina nell’attuale Xinjiang, ovviamente risulta chiuso a ogni passaggio nonostante trabocchi di storia.
Uno degli aspetti più interessanti di questo viaggio è stata proprio la varietà paesaggistica e culturale incontrata:
il Ladakh, noto e tradotto come "Terra dei Passi Alti", è stata la ragione principale che ci ha spinti ad organizzarlo. In gran parte arido, incastonato tra maestose montagne attraversate da passi che raggiungono quasi i 5.400 mt. è un’estensione del Tibet, tanto dal punto di vista storico culturale che paesaggistico. Il buddhismo tibetano e i suoi monasteri costituiscono l’essenza del Ladakh, emanando un’atmosfera di pace. Il periodo migliore per la visita è l’estate; ci dicono agosto perché piove meno, ma di questi tempi la perfezione in materia non esiste.
Il Kashmir viene giustamente definito come la Svizzera dell’India e le sue verdi vallate ne sono la conferma. Srinagar è un vero diamante con il Lago Dal sul quale galleggiano le famose boat houses di memoria coloniale. Intorno è tutto un pullulare di giardini botanici risplendenti sotto il sole. Senza dimenticare di trovarsi nella la patria dei tessuti ricavati dal sottovello delle capre kashmire, con i quali si ricavano tappeti annodati, scialli e sciarpe di ogni genere.
Al netto dei monasteri tibetani del Ladakh, la spiritualità raggiunge i suoi apici ad Amritsar (Punjab), sede della religione sikh con il gioello del Golden Temple, e a Dharamsala, residenza in esilio del Dalai Lama.
Delhi dev’essere interpretata e non vista meramente con gli occhi del turista. Conviene immergersi per cogliere al meglio la sua essenza, che non sta solo nei palazzi o nelle opere d’arte, che pure sono tante. È la quotidianità, è l’interazione fra gli abitanti, sono gli indicatori quali il traffico, il bazar o i banchetti del tè a rivelarla e a rendere attraente una città altrimenti caotica e sporca.
Le linee che uniscono i punti sopra elencati sono strade dove “pascolano” le mucche oppure carrarecce di montagna che percorrendole inducono a ritrarre lo sguardo, tanto verso l’alto che verso il basso. Villaggi dove la vita scorre lenta ma costante come se la storia non fosse mai passata da lì. Invece è passata e in grande misura, ma gli indiani hanno saputo relativizzarla senza incorrere negli errori offerti dalla modernità.
Quando: il compromesso non esiste. Per poter spaziare un po' ovunque il Ladakh va visitato in estate, ma in quel periodo c’è il monsone estivo da sud-ovest che investe tutto quanto non sia Kashmir o Ladakh. Pur trovandosi nella zona d’ombra pluviometrica dell’Himalaya, nella Terra dei Passi Alti anche in questa stagione non mancano le piogge, rare quanto intense a provocare frane, smottamenti o erosione delle strade da parte dei fiumi in piena, con conseguenti blocchi delle vie di comunicazione e limitate possibilità di aggiramento. Senza contare il rischio, talvolta fatale, di esserne investiti direttamente. Oltre queste due regioni bisogna fare i conti con elevati tassi di umidità che non lasciano respiro e a maggiori probabilità di precipitazioni, talvolta anche di carattere intenso a provocare inondazioni; ma non bisogna pensare che in epoca monsonica piova tutto il giorno o tutti i giorni. Per aggirare i potenziali problemi molti turisti evitano la visita di Delhi volando subito su Leh per risparmiare tempo e riducendo quindi i tratti stradali. La nostra scelta è stata quella d’includere opzioni che non fossero solo di montagna, plasmando un viaggio diversificato come mai in precedenza. Ma al tempo stesso abbiamo voluto abbracciare le alte terre, percorrendole lungo tortuosi pendii e ammirarle da angolature diverse, incontrando popolazioni differenti (dal punto di vista etnico, spirituale e culturale) in spazi relativamente ridotti.
Visti e permessi: ottenere il visto online dall’Italia è relativamente facile, basta avere l’accortezza di non lasciare spazi nell’intestazione della foto da allegare! Se le domande a cui rispondere non richiedono particolare impegno e la procedura sul https://indianvisaonline.gov.in/evisa/tvoa.html non desta problemi di compilazione, occorre stare attenti a che la descrizione della foto .jpg non contenga spazi; ad esempio Mario_Rossi.jpg va bene mentre Mario Rossi.jpg viene rifiutata. In prima battuta si cerca di caricarne una senza occhiali, con sorriso senza mostrare i denti, cambiando pettinatura o sfondo per creare contrasto col soggetto. Niente di tutto ciò: l’inghippo sta nella descrizione della foto. Basta saperlo ed è un attimo, poi l’e-mail di conferma del visto “granted” arriva entro una dozzina di ore. Il tutto è molto più facile se non si hanno parenti o rapporti di qualunque genere con il Pakistan. In tal caso possono insorgere complicanze che non abbiamo sperimentato. Stranamente il costo del visto entro il 30 giugno era di 10$, dal primo luglio di 25$. Un vantaggio per gli early bird.
Altro documento necessario è e-arrival da compilare nei cinque giorni precedenti la partenza sul sito https://indianvisaonline.gov.in/earrival/ , una formalità che non richiede particolare impegno a patto di ricordarsi di farlo nei termini stabiliti. È decisamente consigliabile avere copie cartacee di entrambi da presentare al momento dell’ingresso nel Paese. Passeggeri che li avevano salvati solo sullo smartphone hanno subìto rallentamenti e forse avranno dovuto cercare un modo per stamparli sul momento in aeroporto.
Per accedere alle zone militarizzate del Ladakh occorre avere l’ILP (Inner Line Permit), ottenibile senza problemi il giorno antecedente la partenza da Leh tramite il proprio accompagnatore. Anche qui bisogno compilare un lungo modulo, ottenendo una copia da tenere con sé e tante altre quanti sono i siti da visitare (normalmente li tiene l’autista e li consegna nei punti di controllo). Serve per accedere alla Valle di Nubra, Pangong Tso, Tso Moriri e altre aree al confine con la Cina. Risulta pertanto essere un documento fondamentale salvo che non si voglia restare a Leh visitando solo i monasteri nelle sue vicinanze.
Rischi e pericoli: quelli non mancano. La visita del Kashmir viene sconsigliata da Viaggiare Sicuri del Ministero degli Esteri e non viene contemplata da gran parte delle agenzie proprio per il rischio di attentati e agitazioni sociopolitiche; misura comprensibile in quanto l’organizzazione di un gruppo è meno snella di quanto abbiamo fatto noi in autonomia. Nel caso di situazioni critiche avremmo rinunciato al volo per Srinagar e visitato qualcos’altro. Ovviamente quando si è sul posto occorre tenere gli occhi aperti, come evidenziato nel corpo del report.
Quando ci si trova a Srinagar si ha l’impressione che qualcosa stia per accadere. La guida locale ci fornisce la sua versione di comodo per spiegare che l’enorme dispiegamento di militari serve per proteggere i pellegrini indù che si recano ad Armanath, ma ciò non basta per convincerci. Comprendiamo i suoi sforzi intesi a relativizzare per non esportare delle tensioni che inevitabilmente nuocciono al turismo, ma vedere tante divise in città e il loro atteggiamento guardingo non lascia intuire si tratti di routine, deve avere un'altra ragione e la scopriremo presto: appena un paio di giorni prima sono stati uccisi due lavoratori a Kulgam, a soli 70 km da Srinagar, in un attentato terroristico.
Dove invece non basta tenere gli occhi aperti è nei confronti delle frequenti frane e smottamenti che interessano le vorticose strade himalayane: qui bisogna confidare nella buona sorte e in poco altro. Prima di partire i social mostravano con profusione colate di roccia e fango a cancellare ogni traccia di carreggiata dove passavano e i torrenti che erodevano le strade. In effetti, in diverse occasioni abbiamo constatato le conseguenze di tali disastri con deviazioni locali, corsie chiuse e massi ancora presenti sulla carreggiata; ci è stato detto che la prima parte dell’estate è più a rischio piogge, mentre agosto normalmente è più tranquillo. Occorrerebbe fare chiarezza su cosa significhi tale concetto in montagna e in un’epoca di cambiamenti climatici: quanto successo in Nepal solo una settimana dopo il nostro rientro è l’evidenza di come le catastrofi siano sempre meno prevedibili e sempre più fatali. Una decina di giorni dopo il nostro transito nella zona di Kargil l’unica strada (NH1) è stata bloccata e abbiamo saputo che dei viaggiatori hanno dovuto modificare una parte significativa del viaggio.
Gli allagamenti nell’Himachal Pradesh sono purtroppo all’ordine del giorno, solo lo scorso anno se ne sono registrati parecchi e con effetti devastanti. Quanto visto a Manali e dintorni poteva rappresentarne il seguito se non avesse smesso di piovere proprio la sera in cui siamo arrivati.
Quale degno finale va segnalata la sismicità del territorio; pochi giorni dopo il nostro passaggio a Leh si è registrata una scossa d’intensità 5,5 gradi della scala Richter, senza peraltro recare danni o feriti.
A parte questo, tutto bene.
Aspetti sociali: quello che non piace dell’India e convince molti a non visitarla è l’apparenza sporca e povera, più di altri paesi che se la passano ben peggio in termini di lotta alla sopravvivenza. Lungo i viali di Delhi vivono (non si sa come) ombre umane; risultano essere lavoratori stagionali provenienti dalle campagne, dove adesso c’è poco da fare, ma li avevamo già visti altre volte e sembrano essere molto più stanziali di quanto non li si voglia far apparire. Dormono sdraiati per terra nello spartitraffico, approfittando della ventilazione creata dalle vetture di passaggio in entrambe le direzioni e stendendo i miseri panni sulle recinzioni fra una corsia e l’altra. A volte sui marciapiedi stendono dei teli di plastica tenuti su da rami quali tende improvvisate, per ripararsi dalle piogge monsoniche. Probabilmente non sono a rischio di morire di fame, per quanto le loro scarne figure lo lascino pensare. Uomini, donne, bambini, rari anziani: ma alla terza età in pochi arrivano. A volte si vedono adulti radunati in una piazza, non manifestano, attendono solo la chiamata per un lavoro di qualche ora in cambio di poche rupie con le quali tirare stentatamente avanti. Questa India è per stomaci duri, ma adattarsi impotenti alla vista della misera sarebbe oltraggioso; non è l’indigenza che si vede in Africa o in altre parti del mondo, è un sistema di vivere favorito anche dalle caste, proprio per questo ancora più crudo e sconcertante.
Nell’estremo nord dell’India la situazione igienica è migliore rispetto a Delhi o quanto visto nel viaggio precedente. Pur con i limiti di una regione povera se confrontata al mondo occidentale, il concetto di pulizia sembra più insito nella cultura locale. In Ladakh addirittura compaiono cartelli ad invitare (gli indiani?) verso un comportamento rispettoso nei confronti della natura, non buttare cartacce, ecc.
Sistema di guidare/traffico: osservato da questa parte del mondo, il sistema di guida indiano va interpretato secondo in un’esegesi folkloristica prima ancora dell’ottemperanza al codice della strada. Nelle città il traffico sembra privo di regole ed egoistico, in realtà esistono norme comportamentali non scritte ben definite ma avulse dalla nostra identità. Talvolta diametralmente opposte, come l’uso del clacson che in India serve a segnalare la propria presenza e pertanto viene letto dagli altri autisti come un gesto di riguardo nell’ambito della sicurezza stradale. Resterebbe poi da domandarsi a cosa serva tale strumento quando tutti contemporaneamente lo utilizzano: qui verrebbe declinato col nome d’inquinamento acustico, là è semplicemente un sottofondo a cui sono tutti abituati.
La duttilità a muoversi nel traffico con ogni genere di mezzi rivela aspetti miracolosi: lamiere che si sfiorano a pochi centimetri, precedenze che vengono date a chi dimostra più irruenza o fretta, la capacità di frenare o accelerare in un instante, frammento di tempo essenziale per evitare il contatto. In questo contesto i numi tutelari e le divinità varie penzolanti sotto lo specchietto retrovisore avranno il loro da fare per proteggere gli autisti, ma evidentemente ci riescono abbastanza visto che gli incidenti con danni sono relativamente rari.
Ai semafori un groviglio di auto, tuktuk e motociclette sembra gareggiare per riempire ogni spazio disponibile, insinuandosi fra gli altri veicoli e trascurando ogni concetto di corsia o precedenza. Pure così intricati nel fiume veicolare dei grandi viali della capitale dove tutti cercano d’infilarsi, non si arriva mai allo scontro verbale ad alta voce. Tutti si spiegano mantenendo un tono pacato e civile, l’unico che alzano è quello dei clacson una volta ripartiti. La regola non scritta sembra essere: provo a passare, se tu sei più determinato passi e accetto sportivamente il verdetto. Sperimentiamo la tolleranza in prima persona quando su una strada a doppia corsia uno dei nostri autisti aveva la passione di viaggiare in quella di sorpasso e gli altri lo superavano a sinistra come se fosse corretto.
Cucina: la maggior abbondanza d’ingredienti locali fa sì che i piatti assaggiati nel precedente viaggio in Rajasthan e Uttar Pradesh fossero più delicati e in definitiva più gustosi dell’esperienza in Ladakh, sempre squisiti ma più monotoni. Si pasteggia con pollo nelle varianti masala (con spezie) o sughetti deliziosi, ratatouille di verdure, lenticchie (dal) con salse e, soprattutto il paneer, un formaggio fresco a pasta morbida che non fonde durante la cottura e viene immerso in succulente quanto variopinte salse speziate.
Nostro malgrado in tutto il tempo non siamo riusciti ad assaggiar una birra, ma abbiamo compensato bevendo il tè con aggiunta di latte e zenzero (e forse qualche altra spezia). Gustoso ed energetico, fuori dal Ladakh si beve in bicchieri d’argilla usa e getta: sembra uno spreco ma è una tradizione alla quale non ci sottraiamo. A seconda dei posti può essere chiamato khava o masala chai.
Un’altra bevanda, fra le ragioni che giustificano il viaggio per il palato, è il lassi. Uno yogurt cremoso, a metà fra il liquido e il solido, dal gusto dolce quanto equilibrato. Una passione già sperimentata in precedenza e che ripetiamo con grande piacere nei locali dove sappiamo poterci fidare.
Kashmir: pur appartenendo obtorto collo all’India la regione ha poco da spartire con il subcontinente. Storia, religione e cultura stanno ad indicare che si tratta di altra gente, anche dal punto di vista etnico o somatico. La stessa lingua è molto diversa e pochi parlano hindi, mentre gli “indiani” non intendono una sola frase della lingua kashmiri. In alcuni casi si deve arrivare all’inglese per avere un denominatore comune fra loro. I cartelli e le insegne, quando non sono in inglese presentano caratteri arabi che esprimono la lingua urdu e non si vede alcuna scritta in hindi. Quando parlano inglese con noi a pari livello di cultura grammaticale la loro lingua orale risulta molto più comprensibile rispetto a quella degli indiani “continentali” grazie a una migliore pronuncia.
Mentre il nord (Kargil e dintorni) professa l’islam di matrice sciita, il resto della regione è sunnita. Sorprendentemente anche a Srinagar e dintorni abbiamo visto cartelloni inneggianti la Repubblica Islamica Iraniana e i volti degli ayatollah più famosi, segno che esistono enclave anche altrove. Parlando con la gente sembra che i sunniti non abbiano problemi se i confratelli di religione vanno a pregare nelle loro moschee, allo stesso tempo raramente succede il contrario in virtù di una visione più integrale (non vogliamo usare il termine integralista) e attitudinale dell’altra corrente. Tale mescolanza è in parte dovuta a residui culturali lasciati da invasioni persiane ormai plurisecolari, ma anche da migrazioni di gruppi che hanno cercato di stabilirsi in villaggi o quartieri dove si professava la stessa fede. Essendo una regione a maggioranza musulmana, a Srinagar si vedono molte meno mucche per strada, anche se abbondano i cani.
Quale ulteriore ragione di astio nei confronti dell’India, sono le buone relazioni diplomatiche e la collaborazione militare con Israele, soprattutto negli ultimi tempi. Fin dalla sua indipendenza Delhi è sempre stata refrattaria ad alleanze strette, ma anche questa forma elastica di amicizia interessata risulta invisa alla popolazione musulmana in un’ottica filopalestinese.
I kashmiri non sono propensi all’unificazione con il Pakistan, ritengono che il loro Paese debba essere libero e indipendente come lo è stato fino alla fine della Seconda guerra mondiale; alla domanda se ci credono veramente, l’affermazione lascia spiragli di rassegnazione. Il supporto del Pakistan va pertanto letto in un più ampio gioco di destabilizzazione indiana, con la quale esistono molte ragioni di ostilità irrisolte, soprattutto territoriali. Diversi interlocutori asseriscono che essere unificati al Pakistan non rappresenti un’opzione; se da un lato condividono la fede religiosa, sarebbe perfino peggio dal punto di vista dell’organizzazione statale e delle libertà individuali.
A prescindere dalle diatribe di ordine religioso, gran parte della popolazione si ritiene ormai logora da questa situazione che perdura da oltre tre quarti di secolo e chiedono una stabilità che consenta al turismo di tornare per garantire un minimo di benessere economico, poiché esistono ampi presupposti in questa sorta di paradiso terrestre. I visitatori stranieri sono pressoché assenti, durante la nostra permanenza avremo forse visto un paio di persone con lineamenti occidentali, non è da escludere si tratti di residenti in India e venuti a prendere “una boccata d’aria fresca” fra queste verdi montagne; s’incontrano invece parecchi indiani del sud, che vengono qui per la stessa ragione.
Anche i lineamenti delle persone divergono in forma sostanziale. Gli uomini sono più alti, quasi tutti presentano una folta barba scura sul mento e indossano i tipici berrettini bianchi a scodella, sembrano fatti all’uncinetto. Quale termine di paragone basti pensare che i militari provenienti dal resto del Paese portano solo i baffi, talvolta con risvolte artistiche quanto curate.
Ai fini della prevenzione contro il terrorismo di matrice nazionale è stato creato l’NRC (National Register of Citizen) è il registro tramite il quale vengono identificati i cittadini indiani, operazione anagrafica non semplice trattandosi del Paese più popoloso al mondo e dell’elevato livello di povertà e ruralità di gran parte di loro. Ma viene considerato uno strumento utile per prevenire intrusioni a fini terroristici, soprattutto via Pakistan, e a identificare immigrati irregolari.
Situazione simile per quanto non altrettanto conflittuale si ha nel Punjab, dove i sikh ambiscono ad avere uno stato indipendente del quale esiste perfino il nome: Khalistan. In questo caso sembra che l’irredentismo sia sopito anche in virtù del pugno di ferro proveniente dal governo di Delhi
L’Indo è uno dei fiumi più famosi del globo e nella sua valle possiamo dire che si è sviluppata gran parte della civiltà umana, quella che definiamo indoeuropea. Anche l’India deve il suo nome al grande corso d’acqua, ma pochi sanno che scorre in questo Paese per soli 400 km, poco più di un decimo della sua intera lunghezza. Il tragitto è molto peculiare: nasce come da narrazione epico religiosa alle pendici del monte Kailash in Tibet e raggiunge il Ladakh con incedere impetuoso, quasi avesse fretta di scrollarsi di dosso queste bellissime montagne alle quali deve l'origine; un po' come quei giovani che vogliono staccarsi dalla famiglia in fretta per farsi una vita propria. Quindi indugia verso nord per passare in Pakistan, quasi a perdere tempo andando in direzione opposta del mare ma come se ci tenesse a portare le sue benefiche acque per irrigare i magri campi sotto le più alte catene del mondo; da qui virerà verso ovest per spianare in direzione sud, maestoso come un monarca e sfociare nel Mar Arabico all’altezza di Karachi. I suoi affluenti occidentali invece bagnano l’India nordoccidentale e sono frequente ragione di scontro fra i due Paesi dell’ex impero britannico.
Le strade che portano in Ladakh non sono infinite: al momento sono due e non sono nemmeno sempre aperte. Fatta eccezione per le frequenti interruzioni causa frane nella stagione estiva, la NH1 via Kargil chiude per circa due mesi in inverno, intorno a febbraio, mentre la NH3 da Leh a Manali rimane chiusa per circa sei mesi. Di fatto in inverno le comunicazioni via terra s’interrompono e il capoluogo resta solo raggiungibile via aereo. È d’obbligo pertanto portare le scorte necessarie in tempo; nella periferia di Leh vediamo distese di silos per lo stoccaggio del carburante, necessario anche a fini militari. In effetti il traffico di autocisterne di medie dimensioni è assai intenso. Nei mesi invernali i turisti sono scarsi e i lavoratori stagionali (soprattutto kashmiri) ritornano nei luoghi d’origine. Trovandoci nella zona d’ombra pluviometrica himalayana le precipitazioni non sono intense, di conseguenza anche le nevicate non accumulano strati significativi sulle strade, ma il freddo non manca e scivolare lungo le strade ghiacciate non lascerebbe scampo.
Curiosità: in India normalmente si usa il sistema metrico, mentre sia in Ladakh che in Kashmir vige sistema imperiale, omaggio all’impero coloniale che fu.
Le mucche di solito hanno un proprietario e portano i cartellini plastificati attaccati alle orecchie, ma nelle città vivono in strada nutrendosi di quanto capita, di solito immondizia.
All’ingresso delle caserme campeggiano scritte inneggianti al nazionalismo, quali Nation First o Fire and Fury piuttosto che Sentinels of Ladakh
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