Turtuk: al confine col Pakistan

Giorno 8

Turtuk: al confine col Pakistan

07/08/2026 1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

Un salto nella cultura urdu di religione musulmana a Turtuk, a pochi km dal confine conteso col Pakistan. Un villaggio immerso nel verde dei prati e degli albicocchi, ma con una strada affatto semplice per raggiungerlo

Un’escursione non prevista nella stesura originale del tour e che ci è invece stata proposta dall’amico Khan è quella verso il confine pakistano, seguendo l’impervio e impetuoso corso del fiume Shyok fino al villaggio urdu di Turtuk 261. Bello il paese ma affascinante il viaggio per raggiungerlo. Pur trovandoci in una regione di cultura tibetana e religione buddhista non mancano i musulmani e ce ne accorgiamo già a Hunder quando poco dopo le 4 del mattino l’imam intona la prima invocazione alla preghiera.

Si parte alle 8:30, inizialmente su sterrato accompagnati dal fiume grigio e impetuoso; difficile capire se sia così a causa delle abbondanti piogge o se sia proprio la sua natura. Neanche il sole riesce a schiarirne le acque torbide.

Uscendo da Hunder si ha modo di vedere uno spaccato di quotidianità, fra i bambini nelle loro divise mentre vanno a scuola e gli adulti indaffarati in varie occupazioni e molti stazionano ai lati della strada come se stessero attendendo qualcuno che passerà a prenderli, o più probabilmente è il luogo di raduno dei lavoratori a giornata che aspettano si manifesti un’occasione. La direzione è nord, dove inizialmente incontriamo una distesa di accampamenti militari senza fine: filo spinato, caserme, camion per il trasporto truppe, perfino un campo d’aviazione.

Si susseguono attraversamenti su ponti bailey con struttura metallica e fondo in listelli di legno traballante al momento del passaggio, sui versanti ripidi sabbioni scendono verso il fiume e possiamo ben immaginare cosa succeda quando piove. Più avanti è stato addirittura necessario spostare la strada sul versante opposto a causa delle sponde estremamente franose; dello stesso ponte che attraversava il fiume non rimane traccia.

 All’altezza del paesino di Changmar, il primo interamente abitato da popolazione Balti, una gola rocciosa segna il confine etnico/religioso fra i tibetano-buddhisti e i balti-musulmani. Da qui in avanti da un certo punto di vista non solo si lascia l’India ma perfino il Ladakh. Anche i lineamenti delle persone sono diversi, non si riesce a riscontrare un denominatore comune se non gli accordi politici postcoloniali e le guerre che li hanno fatti ritrovare su questo versante del confine. Probabilmente a loro non dispiace affatto: fra India e Pakistan molti preferiscono la prima. Superato un ennesimo ponte i quattro villaggi che rimangono sono tutti musulmani. Fino al 1971 la linea di confine correva proprio dopo il secondo, all’altezza di un ponte costruito recentemente (del precedente rimane solo il pilone centrale immerso nel fiume) appena oltre il paese di Bodgang, a una ventina di km da Turtuk. La strada è asfaltata, stretta a una sola corsia ma a ben vedere, visto lo scarso traffico, due mezzi rallentano fino al punto dove potersi incrociare senza problemi. A tratti la striscia d’asfalto lambisce le acque dello Shyok ed è curioso notare alcuni ruscelli che scendono scintillanti prima di finire nel fiume e prendere il caratteristico colore grigiastro.

 È difficile immaginare quali sforzi umani ed economici siano necessari per tenere efficienti queste strade. L’abbondanza di mano d’opera a buon mercato può non bastare per garantire la manutenzione di fronte a una natura soverchiante. Uno scavatore sta sbancando sul fianco della strada, carica il pietrame su un camion che a sua volta lo deposita a pochi metri di distanza, in modo che gli operai possano effettuare la cernita separando i massi di maggiori dimensioni a beneficio dei colleghi che nel tornante successivo stanno sistemando la massicciata. Gli addetti spostano i massi con le mani; alcuni hanno inventato un sistema a due, dove il primo solleva la pietra con la pala e il secondo aiuta sollevando la stessa pala con una corda. Anche asfaltare appare operazione al limite del possibile; basti pensare a come si debba far arrivare il catrame in zona. Del resto i confini sono tutt’altro che definiti, il governo indiano deve mantenere tutto in condizioni di massima efficienza per garantire il presidio e il pronto intervento militare in caso di necessità. Va chiarito che, a differenza del Kashmir dove la popolazione si vuole staccare dall’India con l’appoggio del Pakistan per ottenere l’indipendenza, qui nessuno alimenta rivendicazioni: le ragioni belliche sono legate alla linea di confine non ancora concordata a 80 anni dalla partition. Alla fine, poter contare su vie di comunicazione in buono stato va anche a beneficio delle popolazioni locali.

 Visitiamo lo Shyok War Memorial, dedicato ai caduti delle guerre in questa zona, nel cui elenco su una lapide si rilevano nomi iscritti di recente, tanto che alcuni sono di quest’anno e l’ultimo risale addirittura a giugno, appena due mesi fa. Non sappiamo se attribuibili a operazioni di combattimento o ad altre cause. Ci sono alcuni attraversamenti su ponti bailey presidiati dall'esercito con tanto di mitragliatori. La strada alterna tratti di asfalto recenti ad altri dove si è costretti a deviazioni causa le alluvioni che ne hanno trascinato via il manto, non necessariamente nelle settimane scorse. Raggiungiamo così la nostra meta posta a 7 km dal confine; oltre questo punto gli stranieri non possono avventurarsi, c’è ancora il villaggio di Phang ma è off limits.

Per quanto situato in posizione remota e appena rintracciabile sulle cartine, Turtuk conosce un accettabile livello di sviluppo turistico seppure limitatamente all’estate. Intrufolandoci fra i viottoli del paese vediamo le donne impegnate a legare l’orzo essiccato in fascine in modo da poterne disporre durante i lunghi mesi invernali; animali quali capre e galline stazionano in praticelli ricavati vicino alle case. Bambini corrono e giocano felici senza bisogno di aderire al bonus psicologo. Piccole canalizzazioni scorrono sul lato dei camminamenti portando acqua un po' ovunque nel villaggio, grazie a un sapiente sistema di saracinesche; un po' come il sistema dei qanat già visto in altre parti dell’Asia Centrale o alle foggara dell’Algeria sahariana. Agli occhi di un cittadino potrebbe sembrare un ambiente sporco, in realtà si tratta solo di contesto agreste. Alcuni ruscelli scendono scintillanti per immettersi successivamente nel fiume Shyok.

Grazie alla ragazza vestita con eleganti abiti tradizionali e che con un ottimo inglese ci guida e ce lo descrive, il museo è una vetrina perfetta per capire storia e cultura locali, con approfondimenti e curiosità che consentono di ottenere in breve le nozioni necessarie per interpretare questo remoto angolo di Ladakh, di India e di mondo: ma quella che oggi è periferia un tempo era uno dei cardini sulla Via della Seta. L’edificio risale al XVI secolo, era la residenza del regnante locale (la dinastia Yabgo) e presenta rilievi architettonici interessanti. Dal cortile centrale a cielo aperto si accede alle stanze, su due piani. L’edificio è interamente in legno, con fini intagli e decorazioni a confermare l’origine nobile della dimora.

Su una cartina disegnata con semplicità ma efficiente ci vengono fornite le note geopolitiche del luogo, le guerre e reciproche rivendicazioni attuali; cose che in gran parte già conoscevamo, ma giungono quale competente conferma. La Cina che si è presa il vasto Aksai Chin nel 1962, la conquista da parte dell’India di queste aree ai danni del Pakistan nel 1971, fino ai più recenti conflitti con il tentativo pakistano di conquistare Kargil nel 1999 e la breve guerra sino-indiana presso il ghiacciaio di Siachen e quella più recente ancora (2020) nella valle di Galwan. Attualmente l’intero Kashmir viene rivendicato dal Pakistan, il Baltistan pakistano e l’Aksai Chin cinese vengono reclamati dall'India, così come la Cina vorrebbe il Ladakh, considerandolo territorio tibetano, quindi suo. Il confine provvisorio tra India e Pakistan si chiama LAC (Line of Actual Control) mentre quello fra India e Cina viene identificato come LOC (Line of Control). Fra gli stati non esistono frontiere aperte, tutte le strade sono interrotte ormai da decenni; a domanda, la giovane guida non risulta essere a conoscenza del passo Karakorum, ritornato ad essere una mera incisione fisica fra due montagne e non più transitato dalle carovane, punto nevralgico in passato verso Kashgar nello Xinjiang e il Tibet, metteva in comunicazione con l’Afghanistan e il resto della India. Prima dell’arrivo indiano, i militari pakistani hanno abitato qui per qualche tempo, portando degrado, rovinando gli arredi e requisendo diversi oggetti dalla casa; tuttavia il museo resta ricco di reperti, alcuni di essi saranno di uso comune ancora ai nostri tempi. Pur ritenendo che quanto riferitoci sia sostanzialmente corretto, vanno anche tenute in considerazione le condizioni “ambientali” per cui non è ammessa alcuna concessione compiacente nei confronti del Paese vicino.

In inverno le temperature scendono a oltre -30 gradi; vediamo una finestra dove ci sono gli scuri ma non c'è il vetro; ci viene risposto che si trattava di materiale prezioso e sovente non era disponibile. Per contrastare il freddo si chiudevano le ante e si accendevano lumi, anche se nella fattispecie la stanza non era adibita ad abitazione. Il riscaldamento era fornito dal braciere oppure dal camino, in virtù della buona disponibilità di legname presente in zona. La luce proveniva dalle candele; per incrementarne l’effetto luminoso i mobili venivano trattati con un misto d’argilla e di succo di albicocca: sembra che lo stratagemma favorisca il riflesso e le stanze potessero godere di maggiore luce. Ci viene spiegato l’uso del samovar, il tradizionale bollitore utilizzato riscaldare l’acqua e preparare il tè, di chiara derivazione centro asiatica sotto influenza culturale russa. All'interno si metteva del carbone mentre nella parte esterna si versava il tè già pronto; si apriva il solo coperchio sul carbone, l’aria entrando lo faceva riscaldare e in poco tempo il tè era pronto per essere servito. È curioso vedere anche una caraffa per il vino, sebbene ora siano musulmani; ci viene spiegato che nel passato vi regnarono i tibetani per i quali il frutto di Bacco non è proibito. Ci viene segnalato infine come il buddhismo praticato in quest’area fosse diverso da quello osservato in Tibet, tanto da non vedere il Dalai Lama quale guida suprema. In seguito, l’arrivo dell’islam ha portato con sé nuovi riti e regole di comportamento. La lingua parlata è il balti (come in tutto il Baltistan), più simile al ladakhi parlato poche decine di km a sud, mentre l’urdu parlato in Pakistan è molto diverso e presenta maggiori affinità con l’hindi. La guida infatti sottolinea come la lingua, la cultura, la cucina e - aggiungiamo - la religione, siano tutte di origine balti, regione attualmente in larga parte integrata nel Pakistan.

Uscendo vediamo poco distante la moschea; con rispetto chiediamo se possiamo entrare per visitarla e un simpatico signore con barba bianca e zucchetto ci fa cenno con la mano che siamo i benvenuti. Semplice ma ben tenuto, il luogo di culto è frequentato da fedeli in preghiera: sostiamo qualche attimo in silenzio e in silenzio usciamo verso l’ingresso dove altri uomini stanno facendo le abluzioni. Per noi è ora di pranzo in un’osteria dove gustare qualche specialità locale, come una sorta di formaggio (simile al gorgonzola!) spalmato su piadine fatte con il grano saraceno, non lievitate e morbide al palato. Il tutto verrà suggellato sul finale con un tè allo zafferano. Turtuk in realtà è un villaggio abbastanza grande; nel pomeriggio ci incamminiamo lungo i sentieri sul lato destro orografico del fiume. Un dedalo di vicoli nel quale solo i locali sapranno districarsi offre una vista sulla quotidianità, con case inframmezzate da verdi giardini ricchi di colture a terra e albicocchi stracarichi di frutti. Il tutto appare ordinato e pulito. Con una passeggiata di mezz’oretta raggiungiamo il monastero buddhista in posizione dominante sulla valle, con la vista che spazia a vedere oltreconfine. Potessimo solo alzarci di qualche centinaio di metri forse avremmo l’occasione di vedere anche i mitici ottomila del Karakorum, in fondo il K2 dista solo un centinaio di km in linea d’aria. Sorprende la presenza di tale edificio religioso in zona interamente musulmana e non crediamo sia antecedente all’arrivo della fede in Allah in questo territorio. Poco oltre, più in basso, si trova un cimitero dove degli uomini stanno seduti (forse in commemorazione di un defunto) all’interno di una piazzola. Palese è il contrasto fra il colore dei campi coltivati e gli aridi quanto ripidi pendii declinanti verso il fiume. Rientrando osserviamo distese di albicocchi disposti sulle terrazze ad essiccare mentre i contadini raccolgono le messi d’orzo; l’inverno arriva presto e se ne va tardi da queste parti. Alcuni negozi espongono confetture, marmellate, frutta disidratata e sacchetti contenenti i noccioli che si trovano all’interno dei gusci, che a loro volta vengono sminuzzati nel tè.

Non resta che intraprendere il lungo tragitto di rientro verso Hunder (sono due ore e mezza), mai monotono e mai privo di brividi nel percorrere le instabili sponde del fiume o attraversarlo su improbabili ponti scricchiolanti. Raggiunta la meta, abbiamo ancora il tempo per fare un giro nel paese e vedere come i contadini “annodano” l’erba appena tagliata per poterla ritirare. Arriva l’ora di cena e il nostro amico nepalese stasera ha deciso di rallegrarci con la musica natale del suo paese ad alto volume. Anche se gli ambienti di montagna favorirebbero la pratica del silenzio, in questo caso l’eccezione arriva gradita. È venerdì sera e in qualche modo vogliamo sentirci giovani anche noi.

Sha Cho guest house

Location tranquilla e un simpatico cameriere nepalese

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