Amritsar, la città dei sikh

Giorno 14

Amritsar, la città dei sikh

13/08/2026 1 gallerie 0 Mappe Asia LU Luigi

Attraverso il Punjab raggiungere Amritsar, la città simbolo per i sikh con l'incredibile Tempio d'Oro e la Wagah Border Ceremony, la parata militare al confine con il Pakistan.

Come prima notizia della giornata scopro che siamo scampati per pochi giorni a un terremoto d’intensità 5,5 gradi nella zona di Leh, ma non risultano danni o feriti. Il giorno prima si sono avute frane fra Nubra e Pangong, oltre alla zona di Sonamarg sulla NH1 prima di Kargil, da cui siamo passati una decina di giorni prima.

Dormire una notte nel paese in cui vive il Dalai Lama è suggestivo, svegliarsi nel silenzio con il cielo sgombro da foschia aggiunge ulteriore fascino. Anche se dal balcone dell’hotel si stagliano altri alberghi e palazzi per ospitare visitatori e corte, l’atmosfera è pacifica, con verdi colline in attesa della luce del sole. Anche oggi la giornata si presenta lunga, con il viaggio verso Amritsar e la visita della città stessa.

Partiamo alle 7:30 lasciando la sede dell’esilio tibetano, con un sentimento di tristezza per la sorte di un popolo che sta soffrendo e perdendo sempre più la sua identità, fagocitato da un regime che nessuno nel mondo osa contrastare, pena gravi conseguenze economiche e politiche. Con esso – stessa situazione nello Xinjiang - sta venendo meno un insieme che va oltre la religione o la filosofia, una visione che fa della ricerca interiore un pilastro fondamentale per reggere il concetto della pacifica convivenza; forse proprio per questa ragione considerato superfluo. A breve distanza si trova la St. John in the Wilderness Church; una chiesetta che, come richiama il nome stesso, sorge su un lato della strada in mezzo al bosco. È la prima che vediamo, in questa parte di India, caleidoscopio di religioni.

Lasciamo le colline per immergerci nell’umidità della pianura sugli 800 mt di quota, in quell’India appiccicosa lasciata ieri mattina ma che ormai ci accompagnerà fino a Delhi, un percorso quello di oggi interessante dal punto di vista antropologico (moto in contromano in autostrada), meno da quello turistico: ci sono molti lavori in corso, alcuni attivi altri meno, attraversando ponti temporanei e deviazioni dove si sprofonda nel fango. Si susseguono coltivazioni di riso, orzo e tè. Bambine in divisa si stanno recando a scuola, gente che sta andando a lavorare fra le mucche che pascolano sull’asfalto, in uno spaccato di società che inizia a mettersi in moto. A metà strada facciamo una breve tappa presso un hotel con ampio e moderno centro convegni. Ordiniamo il solito squisito masala chai e socializziamo col simpatico barista il quale, una volta saputo che siamo italiani, ci racconta di suo fratello che risiede a Venezia da tre anni. Ci mostra con orgoglio la copia del suo permesso di soggiorno in scadenza nel 2028, è felice di vivere nel nostro Paese e trova gli italiani simpatici: anche in questo angolo del subcontinente indiano vige il concetto di Italiani brava gente: il che ci rende orgogliosi al pensiero che non sia solo il titolo di un film.  Il trasferimento termina ad Amritsar, nel Punjab, la città santa dei sikh. Fa caldo ma è l’umidità a complicare le cose; il corpo cerca invano di difendersi espellendo sudore, bisognerebbe avere le branchie prima dei polmoni per sopravvivere alla calura. La città va famosa sostanzialmente per due ragioni: il Sacro Tempio d’Oro o Sri Harmandir Sahib, simbolo dei sikh, e il Attari-Wagah Border Ceremony, una parata militare che si tiene ogni giorno al confine con il Pakistan.

Il sikhismo è una religione monoteista relativamente giovane: sorse alla fine del XV secolo riprendendo alcuni fondamenti dell’induismo ma distinguendosi da esso soprattutto sull’argomento delle caste (tutti gli uomini sono uguali). Professa una forte coesione sociale fra i membri con regole comportamentali e morali contraddistintive, ad esempio non tagliarsi i capelli legandoli sotto il turbante. Abbiamo già visitato un gurdwara il primo giorno a Delhi e altri templi nella precedente esperienza in India, rispettando le loro regole circa le abluzioni, copertura del capo, ecc., venendone ripagati sempre con accoglienza cordiale e attenzione. Negli ultimi decenni sono stati osteggiati dai governi indiani a causa delle istanze avanzate per costituire uno stato indipendente nel Punjab, il Khalistan. Il conflitto culminò nel 1984 con il l’assalto da parte dell’esercito indiano proprio del Tempio d’Oro e costò la morte di centinaia di persone; a soli quattro mesi di distanza l’attacco ebbe quale ritorsione l’assassinio dell’allora primo ministro, Indira Gandhi, per opera di un attivista sikh; cui fece seguito l’uccisione di oltre 17.000 sikh nelle rivolte scatenatesi contro i membri di questa religione

Entrando in città appare subito un grande arco/porta di accesso che a prima vista potrebbe apparire kitsch, ma ben figura a rappresentare la dimensione religiosa di Amritsar. Una superstrada sopraelevata evita il traffico urbano e conduce direttamente al parcheggio in centro da dove ci incammineremo a piedi verso zona pedonale. L’umidità è asfissiante, ma la smania di vedere il tempio ci restituisce forze che altrimenti non avremmo; riflettendo il calore il marmo peggiora la situazione. L’autista ci accompagna all’ingresso e fornendo utili istruzioni su cosa bisogna fare: togliersi scarpe e calze lasciandole presso un deposito dal quale si ottiene un token che andrà restituito al momento del ritiro, indossare un velo a coprire la testa (anche gli uomini) prelevandolo da un apposito contenitore, nella speranza che gli utenti precedenti non avessero i pidocchi, e lavarsi i piedi attraversando una vasca con qualche centimetro d’acqua. A questo punto si entra in un androne e subito compare la figura inequivocabile del Golden Temple, una meraviglia da ogni punto di vista. Da quello della fede, con uomini e donne estasiati dal fatto di essere qui e in questo momento, da quello architettonico con guglie e decorazioni (anche dei palazzi circostanti), da quello estetico con il tempio dorato nel centro a specchiarsi nel bacino d’acqua che lo contorna e gli edifici bianchi quale ulteriore cintura, infine da quello economico con i 750 kg d’oro che lo rivestono. Da rimanere a bocca aperta, che risulterebbe peraltro utile anche per respirare in tale contesto di elevata umidità. Gli altoparlanti diffondono ad alta voce i versi del Guru Granth Sahib, il testo sacro del sikhismo che viene letto in continuazione dal mattino presto fino alle 22:30. Compiamo il periplo camminando sul marmo, rovente quando si calpesta quello nero, accettabile invece mettendo i piedi sulla pietra bianca. Andiamo a vedere la mensa, dove un’organizzazione efficiente (servirebbe coniare un neologismo per designarla esattamente) serve centomila pasti al giorno; qui sono tutti uguali, i ricchi siedono accanto ai poveri, le religioni non rappresentano elemento di distinzione, caste e ceti sociali vengono lasciati fuori. Ma è impressionante vedere la macchina organizzativa che sta dietro: all’ingresso vieneconsegnato un piatto in metallo, quindi ci si siede per terra a gambe incrociate in attesa degli inservienti che arrivano subito a porgere dal(lenticchie) con riso, mangiato rigorosamente con le mani come da tradizione. Un altro passa con una curiosa macchinetta che lascia scendere acqua nei bicchieri. Non c’è rumore, ognuno sta al suo posto e fa la sua parte. Non è il merito di una religione, è la civiltà di un popolo.

Andiamo a curiosare dietro le quinte della cucina, dove volontari stanno ripulendo lo zenzero da offrire nel tè, altri raccolgono i piatti usati convogliandoli verso una catena di lavaggio dove una fila di uomini provvede a pulire e igienizzare le stoviglie per accatastarle su carrelli, pronte per essere riutilizzate. Il tutto è reso possibile grazie a persone che dedicano il loro tempo libero a questa attività, tutti rigorosamente cordiali e con il sorriso sulle labbra. I fondamentali del paradiso si possono cogliere non solo attraverso la natura o artistici edifici di culto, ma anche attraverso l’uomo: esperienza rara ma edificante. Scene da restare allibiti per una lezione da imparare e farne tesoro. Completiamo il giro sotto l’osservazione di guardiani armati di bastone, piazzati a controllare che tutto avvenga nel massimo rispetto verso la religione e verso gli altri pellegrini. Sia all’interno che all’esterno degli edifici possono essere scattate fotografie, mentre i filmati sarebbero vietati. Vorremmo entrare all’interno del tempio d’oro ma l’attesa è lunga e abbiamo un altro impegno di cui dare conto: riproveremo stasera. Resta però il tempo per visitare il Jallianwala Bagh, il giardino dove nel 1919 un ufficiale inglese fece sparare sulla folla che manifestava disarmata, uccidendo 379 persone e ferendone altre 1200. In mezzo alla pace dell’erba e delle piante ben curate si vedono ancora i fori dei proiettili contro il muro; segno di un colonialismo ormai al tramonto che non voleva arrendersi all’evidenza dei tempi, anche se ci vollero ancora 28 anni di proteste e sangue prima di vedere l’indipendenza dell’India.

Riprendiamo l’automobile dirigendoci verso il confine pakistano, distante 30 km. La pausa in un ristorante (haveli, di memoria persiana) lungo la strada permette di riprendere fiato dalla calura recuperando energie dissipate.

Quando sono ormai le 16 raggiungiamo il punto dove i due Paesi s’incontrano (e a volte si scontrano) sotto un cielo quasi invisibile, velato dal vapore acqueo, a lasciare trasparire un sole opalescente.

Ci troviamo innanzi a una curiosa stravaganza politica del mondo attuale: dopo la Partition post-coloniale del 1947, India e Pakistan iniziarono un percorso storico fatto di guerre intervallate a periodi di cessate il fuoco. La prima fu proprio nel 1947, l’ultima risale solo a maggio dello scorso anno. Non ultimo, sono due potenze atomiche che possono contare complessivamente su 350 testate nucleari. Nonostante i pessimi rapporti generali (ancora oggi agli aerei delle rispettive compagnie viene interdetto di sorvolare i cieli del Paese confinante) in questo luogo avviene regolarmente e quotidianamente una parata militare su entrambi i fronti. Per ospitarla è stata costruita una sorta di stadio, ovviamente diviso a metà da cancelli e barriere, dove il lato indiano rispecchia l’architettura locale, mentre quello pakistano evidenzia forme arabeggianti. Sul “nostro” lato la manifestazione è più sentita, tanto che gli spalti si riempiono interamente e lo spettacolo non ha paragoni rispetto a quanto rappresentato dall’altra parte; il Pakistan evidentemente non” sente” l’evento con altrettanta enfasi e solo sul tardi arrivano spettatori a prendere posto, alcuni gruppi sembrano costituiti da scolaresche. Oltre il confine, a pochi km si trova Lahore, una metropoli che conta 14 milioni di abitanti ma evidentemente non raccoglie molti turisti.

Gli altoparlanti diffondono musiche militari e gli speaker urlano a squarciagola, il tutto serve a impedire che si senta cosa dicono i pakistani e, ritengo, a prevenire manifestazioni spontanee da parte del pubblico; così storditi, agli spettatori viene inibita ogni possibilità d’espressione in un contesto quantomeno delicato. Lo spettacolo inizia con l’ingresso di majorettes, prosegue con esibizioni in costume e acrobazie ginniche di grande interesse (come una decina di militari in posizioni plastiche sulla stessa moto) che richiedono una preparazione estrema. Lo speaker aizza gli astanti in un ambiente teso ad esaltare il nazionalismo, la gente risponde a tono ma c’è moderazione; in nessun caso si rilevano acclamazioni che richiamino il fanatismo. Dopo tre ore la manifestazione inizia a diventare pesante (l’umidità contribuisce non poco ad accentuare il sentimento), dopo aver atteso invano l’apertura dei cancelli decidiamo che può bastare e alle 19 lasciamo lo “stadio”. Un’esperienza davvero interessante e unica, forse solo troppo lunga in relazione al caldo e altri impegni in programma, perché la giornata è tutt’altro che finita. Ormai disidratati poiché neppure una botte d’acqua sarebbe bastata per farci recuperare il sudore perduto, andiamo in hotel per il check-in. Un rapido salto in camera e subito via su un tuk tuk verso il centro per vedere il Golden Temple by night: un’attrattiva che da sola vale il viaggio e per quanto si viaggi resterà sempre nella memoria. Ripetiamo l’iter per l’ingresso, ormai padroni delle procedure e torniamo in vista del monumento religioso, ora scintillante sotto i fari che lo illuminano. Ogni grammo dei suoi 750 kg d’oro risplende e riflette la luce sulla superficie dell’acqua, raddoppiando l’immagine. Stavolta ci mettiamo in coda per visitare l’interno del tempio e vista l’ora tarda ce la caviamo con poco più di mezz’ora di attesa, ma ne vale veramente la pena. All’interno tutto scintilla di pietre preziose, mentre i guru recitano i salmi accompagnati da strumenti musicali. Fedeli sikh e non solo sono letteralmente estasiati; saliamo al piano superiore per vedere la sala dall’alto in tutta la sua magnificenza.

Nonostante l’ora continua a esserci umidità, alla quale ora si aggiunge la stanchezza. Ma gli occhi sanno trasmettere impulsi ed emozioni alla mente che restituisce al fisico le forze necessarie per terminare il giro al cospetto di tanta bellezza e splendore. Sono le 22:30 e non abbiamo ancora avuto il tempo di cenare; consoliamo lo stomaco con qualche bontà punjabi, riprendiamo il tuk tuk e facciamo rientro in hotel. Oggi è stata dura, ma ogni istante della giornata è valso l’impegno.

 

Commenti

Nessun commento al momento.