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Sentiero Arturo Genre

04/11/2003

Percorri il Sentiero Arturo Genre: natura incontaminata, panorami alpini e una fuga spirituale nel cuore delle Alpi italiane.

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Sentiero Arturo Genre

Presentazione

L’itinerario è denominato Sentiero Arturo Genre  in ricordo del linguista tanto affezionato a questi luoghi, propone di ripercorrere antiche vie di collegamento fra il vallone di Massello e il versante di Maniglia. In particolare l’itinerario si svolge su un percorso ad anello fra un livello altimetrico più basso (1.013 mt.) e quote più elevate (1.743 mt.), congiungendo appunto Massello con Maniglia (Perrero). L’itinerario presenta molti aspetti storici, toponomastici, ambientali, culturali e antropici: dai suggestivi tratti panoramici agli attraversamenti del sottobosco; dalle tracce quasi impercettibili di vicende umane del passato, ai siti minerari della storia più recente: e dalle attività e stili di vita di un tempo, alle attuali forme attive che si riscontrano tutt’ora sul percorso. Quale motivo di completezza la toponomastica è stata segnalata con riferimento al dialetto occitano locale, nel rispetto di una cultura linguistica ancora attuale che però ha permeato nel tempo i luoghi dove c’era presenza umana. La lingua occitana conservatasi nelle valli del Piemonte occidentale è originaria della lingua d’Oc, i cui primi documenti risalgono al X secolo. Negli ultimi quarant’anni c’è stato un lavoro costante e prezioso di molti per creare le condizioni di una presa di coscienza di dignità della lingua occitana. Espressione di questa ricerca è anche il “Dizionario del Dialetto Occitano della Val Germanasca” redatto a cura di Teofilo G. Pons e Arturo Genre (Ed. 1973 e 1997). Dall’ultima edizione è tratta la grafia della cartellonistica dell’itinerario.

Arturo Genre

Nato a Marsiglia nel 1937, si è laureato in Lingue e Letterature straniere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, dove ha insegnato fonetica sperimentale. Ha lavorato per venticinque anni all’Atlante Linguistico italiano, come redattore, caporedattore e poi direttore fino al 1990 ed è stato responsabile scientifico dell’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano. Dopo la tesi dedicata alla fonologia della parlata di Prali, il suo interesse per l’occitano della Val Germanasca è proseguito attraverso l’analisi, in particolare dei fenomeni che maggiormente lo caratterizzavan: dittongazione, quantità vocalica e consonantica, nasalità. Ha pubblicato, nella varietà occitana di Rodoretto, il testo dell’Evangelo di marco. Si è inoltre occupato, in diversi lavori, della parlata e dell’origine dei Calabro-Valdesi. Ha pubblicato nel 1997 il Dizionario del dialetto Occitano della Val Germanasca. E’ deceduto a Torino nello stesso anno

Accesso stradale

Da Pinerolo seguire la strada statale n. 23 del colle del Sestriere sino a Perosa Argentina. Dopo aver attraversato il centro abitato, svoltare a sinistra ed imboccare la strada provinciale della Valle Germanasca (indicazioni stradali per Pomaretto, Perrero, Prali). Circa un km. Dopo Perrero si raggiunge il ponte che attraversa il torrente Germanasca di Massello. Per raggiungere l’inizio dell’itinerario da Maniglia, imboccare subito prima del ponte, la strada che sale sulla destra (indicazioni stradali per San Martino, Bovile, Chiabrano e Maniglia). Superato il bivio per San Martino e attraversato Chiabrano e Baissa, raggiungere la borgata del Serre di Maniglia dove è posizionata una bacheca.
Per raggiungere l’inizio dell’itinerario da Massello bisogna, invece, attraversare il ponte e, subito dopo, svoltare a destra imboccando la strada provinciale per Salza e Massello Dopo circa 5 km, si raggiunge una piazzuola, in località “Lâ Laramuza”, dove pure lì è posta una bacheca.
Un’ulteriore possibilità è quella della partenza dalla località “Caire” di Massello.

Periodo di effettuazione

L’esposizione a sud consente l’effettuazione del percorso base dalla primavera all’autunno inoltrato. Con scarsità di neve è possibile effettuare il percorso anche in inverno escludendo, per la variante di Bâ Jouann.

REALTA’ ANTROPICA ATTUALE

Il territorio interessato dal progetto riflette la situazione tipica della maggior parte delle zone montane non raggiunte dalla speculazione edilizia e turistica di massa. Dimostra la preoccupazione degli abitanti per la conservazione delle abitazioni e per la manutenzione delle stesse, senza però particolare attenzione in anni recenti a criteri di continuità nell’architettura e nell’uso dei materiali tradizionali (legname e pietra). Oggi invece si riscontra maggior sensibilità, anche culturale, per un recupero regolato secondo finalità estetiche di adeguamento all’ambiente naturale circostante nel rispetto della linea architettonica originaria delle borgate, con l’uso di materiali tipici. Questo per quanto riguarda i villaggi raggiungibili con mezzi motorizzati, cove comunque è evidente lo spopolamento e la gente ritorna solo per il fine settimana o le ferie.
Le “miande”, nominate più avanti tra le testimonianze storiche di un’usanza di vita sempre più lontana nel tempo, situate in località in genere raggiunte solo da mulattiere, sono state in gran parte dimenticate e abbandonate a sé stesse.
Lo spopolamento è avvenuto, come si sa, per la diminuita redditività dell’agricoltura montana e l’aumento di possibilità economiche più a valle; inoltre è andato gradualmente riducendosi il lavoro in miniera, prima con la chiusura delle miniere del Vallone di Maniglia (1968) e dopo con il calo del lavoro alla Gianna di Prali, con conseguente pensionamento degli anziani ed estrema riduzione di nuove assunzioni.
Rimangono residenti effettive per tutto l’arco dell’anno alcune persone anziane (pochissimi i giovani), alcune dedicate appassionatamente a un’agricoltura residua di un antico modello di sopravvivenza (Porte di Massello), che utilizza l’ambiente rispettandolo e mantenendone il caratteristico terrazzamento.

E’ degna di nota infine, tra le attività umane ancora presenti nel nostro contesto, la pastorizia nell’alpeggio di Trounchéo-Coulmian condotta nei mesi estivi da una famiglia di origine locale, con molti capi bovini e ovicaprini. Il pascolo avviene sui prati delle suddette zone dove un tempo i montanari praticavano la fienagione di alta quota.

Aspetti Naturalistici

Lo spazio geografico compreso tra Maniglia e Massello attraversa ambienti diversi permettendo di fare belle osservazioni naturalistiche.
Dal punto di vista geologico, il percorso si snoda sul collegamento tra le due maggiori unità tettoniche che costituiscono le vallate del pinerolese: il massiccio cristallino del Dora Maira (nella zona di Maniglia fino allo spartiacque di Massello) e il complesso di calcescisti e pietre verdi (nella parte che va dallo spartiacque sino a Troncea e a Porte di Massello).
La zona di Maniglia si situa in un orizzonte molto frammentato formato da quarziti, calcari, cristallini, anfoliti, prasinti e talcoscisti.
Per quanto riguarda il complesso di calcescisti va ricordato che una delle lenti di pietre verdi che affiorano nel complesso è quella che costituisce la punta del Raccias (2.205 mt.).
Nell’ambito della flora e della fauna non ci sono particolarità di rilievo. Ciò nonostante il percorso presenta notevoli qualità dal punto di vista sia faunistico, sia floristico.

La flora: lungo il percorso si attraversano diversi tipi di bosco (ove sono presenti esemplari di notevoli dimensioni); a quote più basse la splendida pineta di pino silvestre (Pinus silvestris) sotto sui abbondano rododendri (Rhododendron ferrugineum) e mirtillo nero (Vaccinium mirtillus); questo tipo di bosco copre la maggior parte del tratto di percorso del “Bâ Jouann”, in cui si trovano miste ad esso degli esemplari di rovere (Quercus petræa): da pineta, verso altri versanti e quote più elevate, il bosco diventa gradualmente bosco di faggio (Fagus sylvatica) e da questo si trasforma in lariceta (Larix decidua), sopra la quale hanno inizio i pascoli d’alta quota.
Negli ambienti di transizione e nei coltivi abbandonati troveremo il nocciolo (Corylus avellana), il maggiociondolo (Laburnum anagyroides), il frassino (Fraxinus excelsior), il prugnolo (Prunus spinosa), il sambuco rosso (Sambucus racemosa).
Tra le piante erbacee i generi tra i più diffusi e ripartiti tra i vari ambienti sono il mirtillo rosso (vaccinum vitis idæa), le genziane (Gentiana – varie specie), i colchici (Colchium – varie specie), lo zafferano selvatico (Crocus – varie specie), le viole (Viola – varie specie), gli anemoni (Anemone – varie specie) e le pulsatille (Pulsatilla – varie specie), i ranuncoli (Ranunculus – varie specie), i denti di cane (Erythronium dens canis), la fegatella (Hepatica nobilis), le orchidee (Orchis sambuchina) e tante altre.
Per godere al meglio dello spettacolo offerto dalla fioritura l’ideale è percorrere l’itinerario nel periodo giugno-luglio. Nei boschi è possibile osservare diverse specie di funghi, di cui molte sono commestibili.

La fauna: gli animali “visibili” sono essenzialmente ungulati; capriolo (Capreolus capreolus) e camoscio (Rupicapra rupicapra) sono osservabili lungo tutto il percorso.
Il camoscio in particolare è abbondante soprattutto nella pineta del “Bâ Jouann” (zona molto selvatica) e nel periodo di maggio-giugno non è difficile osservare madri e piccoli dell’anno che si muovono sulle bancate rocciose che separano Massello da Maniglia.
Di tutti gli altri animali vi sono comunque sempre tracce e segni di presenza, l’incontro è dovuto a fortuna o a lunghi appostamenti. Il cinghiale (Sus scrofa) le cui tracce si trovano un po’ dappertutto, il ghiro (Glis glis) il topo selvatico (Apodemus sylvaticus) lo scoiattolo (Sciurus vulgaris) i cui resti di pasti si trovano soprattutto nelle pinete e nei noccioleti. I cadaveri dei piccoli toporagno (Sorex – varie specie) e delle arvicole (Clethrionomys – varie specie) possono talvolta essere rinvenuti sul sentiero.
Dalle fatte invece si può individuare la presenza della lepre sia comune sia variabile (Lepus capensis o europæus e timidus); della volpe (Vulpes vulpes), di alcuni mustelidi quali faina (Martes faina) e donnola (Mustela nivalis) e del tasso (Meles meles) riconoscibile dalle latrine.
Nei pascoli d‘alta quota non è poi infrequente udire il fischio della marmotta (Marmota marmota).
Un discorso a parte merita il lupo, presenza stabile ormai da più di un decennio e del quale capita di vedere le tracce del suo passaggio, nonché resti di animali sbranati. Un branco aveva preso residenza non distante da La Frâcho e durante le serate estive era possibile udirne chiaramente gli ululati.
Per quanto riguarda l’avifauna sono numerose le specie presenti in zona e tra tutte si citano solamente quelle più facilmente osservabili: la ghiandaia (Garrulus glandarius), i picchi (Dendrocops – varie specie), le cince (Parus – varie specie), il crociere (Loxia curvirostra). Non è infrequente, anche se specie rara, la presenza del gallo forcello (Lyrurus tetrix).
Nel cielo si scorgono sempre il corvo imperiale (Corvus corax), il gracchio alpino e corallino (Pyrrocorax graculus e pyrrocorax), il gheppio (Falco tinniculus), ma soprattutto le più maestose poiana (Buteo buteo) e aquila (Aquila chrysætos). Tra i rapaci notturni vanno nominati solo l’allocco (Strix aluco) e la civetta (Athene noctua).
Nelle pozze d’acqua stagnante possono essere rinvenute larve di salamandra pezzata (Salamandra salamandra) mentre nei pascoli in quota si sospetta la presenza della vivipara salamandra di Lanza (Salamandra lanzai).
Tra i rettili si trova la vipera (Vipera aspis), pericolosa per il suo morso velenoso, ma generalmente non aggressiva, il ramarro (Lacerta viridis), il fragile orbettino (Anguis fragilis) e il biacco (Coluber viridiflarus).
Per quanto riguarda gli insetti i più facilmente riscontrabili sono sicuramente la formica rossa (Formica rufa) e lo scarabeo stercorario (Geotrupes stercorarius), che è rinvenibile in grandi concentrazioni soprattutto nel periodo primaverile. Sotto i sassi o nell’erba alta sarà facile individuare dei carabidi (Carabus – varie specie) senza parlare delle molteplici specie di farfalle.

Il sentiero Arturo Genre è identificato come itinerario VS1: “LA FRACHO/BÂ JOUANN

Il percorso è segnalato con tacche giallorosse disposte lungo il senso di marcia alternate a segnavia, sempre giallorossi con riportato il simbolo VS1 per l’itinerario principale e VS1a per la variante del Bâ Jouann.
La cartellonistica in legno indica i luoghi più interessanti e la toponomastica dei villaggi o di particolari zone che si attraversano.
L’area interessata dal percorso si trova nell’alta Val Germanasca e comprende i due versanti della linea di displuvio che scende dalla punta Raccias fino alla Gardëtto e alla strada provinciale.
L’itinerario ad anello per essere percorso interamente prevede alcuni principali punti di partenza e arrivo: il Serre di Maniglia, oppure il Caire/Ciaberso di Massello, oppure ancora la località Lâ Laramusa che si trova lungo la strada provinciale nr. 170. Km 4,3 fra Perrero e Massello.
Il percorso si svolge lungo sentieri, mulattiere, piste forestali ed alcuni tratti di strada carrozzabile. Non presenta alcuna difficoltà e può essere percorso da chiunque abbia un minimo di allenamento alla marcia in montagna. Solo il tratto della variante del Bâ Jouann è riservato ad escursionisti più esperti poiché il sentiero supera una bastionata rocciosa e presenta alcuni tratti esposti verso il vuoto. Inoltre, in seguito all’incendio del 2003, durante l’inverno il carico della neve fa cadere alcuni alberi che ancora erano bruciati ma in piedi. Il fatto che non venga percorso molto regolarmente richiede la massima attenzione a non perdere di vista le frequenti tacche che tracciano il sentiero.
Per comodità d’analisi viene ipotizzata la partenza/arrivo nella borgata del Serre di Maniglia, procedendo verso le quote più alte fino a raggiungere la zona panoramica del “La Fracho”, per poi scendere nel territorio del Vallone di Massello e tornare appunto al Serre di Maniglia.

Il Percorso

L’inizio del percorso partendo da Maniglia è nella borgata dl Serre (Lou Sère – 1132 m.), luogo d’origine di Arturo Genre.

Lasciata l’auto in questa località si prosegue per un centinaio di metri su una strada sterrata con percorso pianeggiante sino a incontrare la mulattiera su cui si svolge l’itinerario. Svoltare a destra (cartello indicatore La Fracho) e risalire per un breve tratto attraversando la strada carrozzabile asfaltata che sale da Serre a Lorenzo e Saretto. Dopo un altro breve tratto di mulattiera si raggiunge una strada carrozzabile sterrata.

Svoltare a sinistra e percorrerla per ca. un km. Poco prima della borgata Bocetto (Lou Boûchét – 1219 m.) abbandonare la strada ed imboccare la mulattiera che sale sulla destra.
Proseguire sino a raggiungere il piccolo villaggio Lou Couins (1 ora – 1334 m.) dove si ritrova la strada carrozzabile chiusa al traffico. Giunti sotto le case, svoltare a destra e risalire in centro dell’abitato (fontana).

Segnavia durante il viaggio Sentiero Arturo Genre.

Seguire la mulattiera che, al termine delle case, si inoltra in un bosco di conifere e faggi e, con tracciato piuttosto ripido, raggiunge la località Malzet (Lou Malzé) (1 ora – 1643 m.).
Attraversando il bosco di conifere e faggi si possono notare delle piazzole che testimoniano l’esistenza di antiche carbonaie (lâ chërbouniëra). Bacheca

Poco prima di arrivare alle case della località Malzet (Lou MalzéBacheca, si incontra una sorgente d’acqua. Case come quelle del Malzet, poste in luoghi piuttosto estremi come altitudine e per lontananza da centri più vivibili, nacquero un tempo con uno scopo ben preciso, riferito alla vita prevalentemente agricola che si conduceva in queste valli di montagna: erano “lâ mianda”, comunemente dette “miande” o “baite”. Questa “mianda” in particolare, fino ad alcuni anni fa è stata di proprietà di una famiglia di “Porte” di Massello che vi si trasferiva con le vacche solo per il mese di agosto.

Seguire la mulattiera che, al termine delle case, si inoltra in un bosco di conifere e faggi e, con tracciato piuttosto ripido, raggiunge la località Malzet (Lou Malzé) (1 ora – 1643 m.).
Attraversando il bosco di conifere e faggi si possono notare delle piazzole che testimoniano l’esistenza di antiche carbonaie (lâ chërbouniëra). Bacheca

Poco prima di arrivare alle case della località Malzet (Lou MalzéBacheca, si incontra una sorgente d’acqua. Case come quelle del Malzet, poste in luoghi piuttosto estremi come altitudine e per lontananza da centri più vivibili, nacquero un tempo con uno scopo ben preciso, riferito alla vita prevalentemente agricola che si conduceva in queste valli di montagna: erano “lâ mianda”, comunemente dette “miande” o “baite”. Questa “mianda” in particolare, fino ad alcuni anni fa è stata di proprietà di una famiglia di “Porte” di Massello che vi si trasferiva con le vacche solo per il mese di agosto.

Dal “Lou Malzé” il sentiero continua la salita e incrocia un luogo piano ora inerbito, anche questo rimanenza di un’antica carbonaia.

In breve tempo (20’) si esce dal bosco di pini silvestri e si raggiunge la quota più alta dell’itinerario: “La Fracho” (1743 m.), corrispondente alla linea di displuvio che divide grosso modo il territorio di Maniglia (Perrero) dal comune di Massello. Qui pini e larici ormai radi e di taglia più piccola, lasciano il posto a estesi spazi di prateria, che caratterizzano i pascoli d’altitudine in modo molto suggestivo. Tutt’ora nella stagione estiva costituiscono territorio di alpeggio e sono pascolati da vacche, pecore e capre.

Sentiero Arturo con alberi e segnaletica nel bosco.

A pochi metri, sempre nella zona de La Fracho, da un punto estremo del crestone di displuvio si può osservare in modo ancora più suggestivo un affascinante panorama piuttosto vasto che da esta a ovest permette di osservare il fondovalle e molte località del Comune di Perrero: Riclaretto, Faetto, Bessé sulla destra orografica del torrente Germanasca, poi San Martino, Maniglia, l’alpe del Muret sulla sinistra; di fronte, il costone di “Bô la Vaccho”, bosco esteso di pini, abeti e larici, che ospita alcune grotte tra cui la “Tuno dî Vôdouà” (la caverna dei Valdesi) che ospitò anche alcuni gruppi di partigiani durante il secondo conflitto Mondiale. A destra del Bô la Vaccho, il Colle delle Fontane e il vallone di Salza e, sullo sfondo, le montagne di Rodoretto e Prali (Rocca Bianca, ecc.). Verso ovest l’intero vallone di Massello con il Bric Ghinivert (3037 m.), il monte Pelvo (2803 m.) e la cascata del Pis.
Come precedentemente accennato, il contrafforte su cui si trova La Fracho delinea, dalla punta soprastante del Raccias (quota 2205), il limite geografico tra Maniglia e Massello (quello amministrativo segue il canalone del “Bâ dâ Pons”) e lungo il sottostante bosco del “Bô Lonc” scende fino al Germanasca di Massello.

LH’ËNTRANCHAMËNT (Le trincee)

Riprendendo il cammino ci si trova in pochi minuti nelle vicinanze delle miande di Pic: un antico tracciato, “La vìo dî Savouiart”, da sinistra taglia il nostro percorso e prosegue verso le radure di Coulmian fino al contrafforte del Valoun (alpe di Balmetta); in passato veniva mantenuto e usato per il trasporto di fieno e legname con la slitta, di qui la denominazione pi recente di “Vio d’ la lèo” (via della slitta). In questa zona affiorano alcune sorgenti d’acqua. Le miande di Pic sono abbandonate ma ancora in discreto stato
In breve da qui si giunge al Pra la Granjo (1700 m.) altro pianoro alla base della vasta prateria dell’alpe di Coulmian, dove in primavera fioriscono viole di montagna, anemoni e genzianelle.
A questo punto inizia la pista forestale che scende nel bosco di larici e faggi del “Vachìe”. Si giunge (25’) alle miande di Troncea (La Trounchéo – 1609 m.), attuale dimora estiva del margaro (lou bërgìe) dell’alpe di CoulmianBacheca

LH’ALP D’MASÈEL (Gli alpeggi di Massello)

Da Troncea si scende fino alle miande del Praiet (Lou Praiét – 1489 m.) passando per “La Trounchéo d’aval” (gruppo di vecchie miande in disuso). Panorama

Panorama del sentiero Arturo con montagne innevate sullo sfondo.

Il Praiét è un complesso di baite pittoresco e semplice sulla sporgenza del versante che il percorso segue in discesa verso il fondovalle di Massello
Dal Praiét, seguendo la segnaletica, si imbocca a sinistra la mulattiera che, attraversato un ponticello su un ruscello (“Lou Riou”), si inoltra nel bosco di “Bô lâ Traversa” fino ad arrivare al belvedere del “Bric d’lâ Porta”, dove si apre una visione panoramica del vallone su vari villaggi.

Il tratto è breve (35’) per raggiungere la bella borgata di Porte (Lâ Porta – 1386 m.), ordinata e parzialmente ancora coltivata sebbene avviata a un lento declino. Qui vivono ancora alcuni anziani, anche d’inverno, dediti a un po’ d’agricoltura che hanno ben mantenuto in tutti questi anni l’ambiente rurale circostante, dove è chiaramente visibile il caratteristico terrazzamento, antico sistema per stabilizzare il terreno.
Da Porte ci si avvia lungo la strada asfaltata per circa 1 km fino alla deviazione indicata per la “Gardetta” (cartello VS1) e si imbocca nuovamente un sentiero che dopo un breve tratto di risalita e poi una cinquantina di metri in piano (20’) giunge appunto alla miando di Gardetta (La Gardëtto – 1343 m.). Bacheca. E’ caratteristica la vasca per la raccolta dell’acqua, scalpellata interamente nella roccia

Il sentiero dalla baita de La Gardëtto, scende (10’) per tornanti nel bosco fino alla borgata del Ciaberso (Lou Chabèrs – 1215 m.).

APPENA PRIMA DI GIUNGERE SULLA STRADA CARROZZABILE, SI PUÒ EVENTUALMENTE SVOLTARE A SINISTRA PER INTRAPRENDERE IL RITORNO AL SERRE DI MANIGLIA ATTRAVERSO LA VARIANTE VS1A DEL PERCORSO DI “BÂ JOUANN”. QUESTA VARIANTE, PER LE SUE CARATTERISTICHE GEOMORFOLOGICHE, È ADATTA A CHI HA UNA CERTA ESPERIENZA DI LUOGHI IMPERVI. PER LA RELATIVA DESCRIZIONE SI RIMANDA PIU’ AVANTI.

Il Ciaberso è un bel villaggio che mantiene tipicità architettoniche del luogo, disabitato d’inverno ma dimora estiva di alcuni valligiani emigrati a valle. Nell’edificio della scuoletta Beckwith, ospita un’esposizione permanente di pannelli riportanti notizie culturali e storiche sugli antichi mulini della valle.
A questo punto l’itinerario VS1 combacia per un tratto con il percorso denominato “La ruota e l’acqua” che porta ai vari mulini di Massello.
Poco oltre si giunge al Caire (Lou Caire), sede della Chiesa Cattolica (La gleizo catolio).

I LUOGHI DI CULTO A MASSELLO

Intorno al Caire è possibile osservare su piccoli cartelli le denominazioni di varie piante, iniziativa ad opera del parroco e di alcuni amici.

Questo luogo offre ad ovest il bel panorama del vallone del Pis con l’omonima cascata.

Sotto la Chiesa Cattolica si scende per la mulattiera che porta (30’) a “Lâ Laramuza”. L’ultimo tratto di questa coincide con l’antica strada di fondovalle che congiungeva fino all’inizio degli anni ’30 Massello con Perrero.
L’edificio solitario in stato di abbandono che si incontra su questo tratto, era l’obitorio. Da questa zona si vede di fronte il villaggio di Campolasalza.
Poco prima di raggiungere il fondo della discesa si può notare un muretto a monte, dove sostavano e riposavano i viandanti che portavano sulle spalle spesso pesanti carichi di provviste ecc.. Per questo il luogo era nominato “La Paouzo”, ovvero sosta.
L’incrocio con la strada provinciale asfaltata è in località detta Lâ Laramuza. Si svolta a sinistra proseguendo per circa un chilometro, fino al ruscello del “Bâ dâ Pons” (1013 m.), che segna il confine tra i Comuni di Perrero e Massello.
E’ un posto suggestivo per l’asperità dei due versanti contrapposti e per la vegetazione sempreverde.
Prima di imboccare sulla sinistra la mulattiera che porta al Vallone di Maniglia, vale la pena di osservare a destra del torrente contro una parete di roccia, i resti dei muri di una vecchia canalizzazione d’acqua che arrivava fino alla borgata del Bessé (Lou Bësé), più a valle di fronte a Maniglia.
Agli appassionati di leggende consigliamo la lettura “Il canale del Bësé” su “Leggende e tradizioni popolari delle Valli Valdesi” di Arturo Genre e Oriana Bert. (Claudiana, 1977).

LOU BIÂL DÂ DIAOU (Il canale del Diavolo)

La mulattiera che risale sulla sinistra della provinciale in un’ombrosa pineta, conduce in vista dei caseggiati del Vallone di Maniglia (Lou Valoun – 1067 m.) e nel sito minerario del talco dismesso alla fine degli anni ’60 (30’).

LÂ GALARÌA DÂ VALOUN DË MANËLHO (Le miniere di talco del Vallone di Maniglia)

Giunti in vista dei fabbricati della miniera, non si attraversa il ponte in ferro sul Rio Molotta, ma si segue la mulattiera che si inoltra nel vallone costeggiando il muro di sostegno del tracciato della ferrovia Décauville di servizio della miniera. Si attraversa quindi, più a monte, il Rio Molotta e si risale con alcuni tornanti sul versante opposto sino a raggiungere i prati e le radure soprastanti. Da qui, con un percorso quasi pianeggiante si raggiunge (30’) il Serre di Maniglia (Lou Sère – 1132 m.).

Lungo questo tratto si possono osservare i resti di un antico insediamento umano, l’”Oucho”, risalenti al 1600.

La variante “VS1a” di BÂ JOUANN ( Alternativa all’itinerario ad anello VS1)

Itinerario accattivante ma difficile, almeno per chi cerca ricreazione urbana o georgicamente agreste; itinerario d’altri tempi, di tempi in cui il camminamento della specie umana e di quelle ovicaprine percorrevano gli stessi passi, condivisi, del resto, dalla scarsa selvaggina superstite ad un prelievo venatorio motivato dal bisogno primario di un’alimentazione apportatrice di un sufficiente contributo proteico, che non poteva essere attinto dalla macellazione di un numero sufficiente di capi domestici.
Itinerario appena toccato da confuse impronte del passato, di cui la memoria umana e gli stessi documenti scritti recano appena qualche impreciso indizio:
attraversa un territorio selvaggio, sassoso e per la maggior parte, con frequenti speroni rocciosi affioranti e rupi, in qualche punto alte decine di metri, che interrompono bruscamente il manto boschivo e offrono, quasi ininterrottamente sin verso la sommità del monte, seri ostacoli all’attraversamento” (A.GENRE)
Questo è il sentiero di Bâ Jouann.

Il suo percorso segue le località identificate con precisione da Arturo Genre, dopo una ricerca accurata favorita solo da ultimo dalla rinnovata presenza di cinghiali che hanno contribuito a mantenere il tracciato con il loro passaggio:

“Partendo da Maniglia, con inizio dalla borgata Serre (Lou Sère), il tragitto tocca i prati della Sannho, e di Rouét, poi Lî Chënalh, Lou Bari d’ l’Eichalìe, la Bëséo, Lou Moourèou, L’Oucho, L’Adreikt, Lou Preinas, le pietraie della Balmaso, i ruderi della Pazeirëtta, la cengia di Bâ Jouann
Più avanti, dopo un secondo passaggio ricavato nella roccia, iniziano Lâ Platta d’ Masèel, le radure di Massello…”

L’origine del toponimo è legata alla leggenda secondo cui nel tratto più scosceso sarebbe sfuggita di mano ai portantini la bara di un certo Giovanni Pons all’epoca in cui i morti di tutta la Val Germanasca dovevano essere seppelliti nel cimitero di S. Martino. Per questo il tratto corrispondente della strada attuale di fondovalle attraverso il “Bâ dâ Pons”. Tuttavia il termine si adatta bene solo a quest’ultima località, che è effettivamente bassa. “Bâ Jouann” è, invece, a mezza costa, secondo il costume dell’epoca in cui si praticava il passaggio. Probabilmente di lì passavano anche gli abati di S. Maria che visitavano le famiglie cattoliche della Valle.
Per questo è possibile che “Bâ” sia una deformazione di “” (Passo). Quanto al povero Giovanni Pons la sua storia si perde nella nebulosa del passato non datato e non documentato, per cui, oggi, l’essenziale è non fare la sua stessa fine, vera o presunta che sia, quando si attraversano i tratti più pericolosi dell’itinerario.

Descrizione del percorso VS1a

Il percorso alternativo del Bâ Jouann è indicato a Maniglia nella zona del Vallone e a Massello appena sopra il Ciaberso.
Considerando il percorso a partire dai prati del Ciaberso, si giunge abbastanza velocemente sulla dorsale del Bô Lonc, dove si lascia alle spalle il Vallone di Massello.
Il paesaggio assume subito le caratteristiche impervie di questo tragitto.
Poco dopo, sulla sinistra si intravedono fra le pareti di roccia, i resti di piccoli campi (lî champ) coltivati in passato ed ora invasi da una vegetazione selvaggia (rovi, ciliegi selvatici), riconoscibili dai tipici muretti di contenimento del terreno.
In breve si raggiunge la zona della cava di pietra da copertura dei tetti (La carìëro) di Lâ LaramuzaBacheca. Una deviazione a destra verso il basso indica il brevissimo tragitto da percorrere per giungere nel sito.

Tronco segnavia lungo un sentiero boschivo in una giornata di sole.

L’itinerario prosegue in modo molto suggestivo fino alla cengia di Bâ Jouann, dove c’è un panorama insolito sul Maniglia e sulla valle di PerreroBacheca
Attraversato il canalone che fa da confine tra Maniglia e Massello, si raggiungono i ruderi di Lâ Pazeiretta, testimonianza di un’antica disperata ricerca di pezzi di terra coltivabili in tempi di vita difficile, di guerra e di persecuzioni religiose; espressione ora di un modo di vivere e di lavorare caratteristici di un passato neanche tanto lontano (fino a quarant’anni fa circa) che oggi piante e sterpaglie avvolgono in un totale abbandono.
Il sentiero, mantenendosi all’incirca sullo stesso livello altimetrico attraversa una zona ricca di vegetazione e disseminata di numerose pietraie con anfratti (La Balmâso) utilizzati in passato e anche durante la lotta partigiana come luoghi di ricovero e nascondiglio. In venti minuti si raggiunge la zona del Vallone di Maniglia; prima di scendere brevemente nel canalone del Rio Molotta, si possono osservare sulla sinistra i resti del deposito degli esplosivi usati per gli avanzamenti nelle gallerie di talco. Attraversato il Rio, si volge a destra e subito a sinistra in direzione Serre. Lungo quest’ultimo tragitto si notano ancora le tracce di un antico villaggio: l’Oucho.

In zona si trova Consorzio Pascolo di Maniglia, costituito al fine di consentire il pascolamento delle pecore e per contribuire a mantenere pulito il contesto montano

Itinerario

Giorni di viaggio

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