Giorno 9

Trek Kailash I

L’avventura ha inizio: sofferenza prima ancora di partire

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Trek Kailash I

Da Darchen a Dirapuk

Non occorre la sveglia per dare inizio alla giornata e da oggi non si scherza più. Non saranno più i trasferimenti in minibus a delineare le giornate e nemmeno le brevi passeggiate di allenamento. Arriva il momento in cui sei di fronte a te stesso e ai tuoi limiti, e non ci sono più scuse. Nei mesi precedenti avevo catechizzato gli amici ad allenarsi per arrivare preparati all’appuntamento, e così avevo fatto io, adducendo che compiere il kora in buone condizioni ci avrebbe permesso di goderne appieno la sua bellezza. Ora scopro che l’allenamento cercato con maniaca attenzione mi servirà innanzitutto per raggiungere l’obiettivo, il resto è pura accademia. Senza questa base di forza non avrei nemmeno raggiunto Dhirapuk. Colazione tranquilla e separiamo i bagagli: quello che non serve per il trekking rimane sul minibus e resterà a Darchen, il sacco a pelo e quanto non necessario per la giornata finisce sul camion e verrà caricato sugli yak che incontreremo dalle parti di Sershong. Arrivano da un accampamento di nomadi situato poco lontano. Uno zainetto leggero viene sistemato sulle spalle e si parte, non prima di aver fatto controllare i nostri permessi a un disgraziato che dimora in una tenda all’ingresso del sentiero. In realtà esisteva la possibilità di fare i primi 7 km con mezzi motorizzati ma è nostra ferma intenzione partire da Darchen alle 9 con le nostre gambe. Il primo tratto in piano è contornato da pietre incise, fino ad arrivare a una modesta elevazione che ci apre la vista sul Kailash. In generale il sentiero non richiede particolari sforzi, tutto il percorso del primo giorno è un saliscendi senza grandi difficoltà. Secondo i nostri parametri si tratterebbe a malapena di una passeggiata escursionistica. Ma partiamo da 4.670 m e con un fisico già provato dalle difficoltà di acclimatamento. Alla fine della giornata saranno 500 m di dislivello in tutto, pur arrivando a quota 4.950 m di Dhirapuk. La debolezza inizia a farsi sentire all’altezza di Tarboche ed ogni passo coincide con una fitta di mal di testa. Fortuna che R.K. rimane con me e mi racconta i luoghi qui intorno, a partire dal cimitero a cielo aperto dove i cadaveri vengono smembrati e dati in pasto agli uccelli. Già, perché questa terra ingrata non offre nemmeno un degno riposo ai suoi abitanti una volta passati ad altra vita. Il gelo che la riveste per buona parte dell’anno impedisce le sepolture, i buddhisti ritengono inoltre che l’inumazione sia una forma di inquinamento, o la cremazione, non esiste legna per bruciare come fanno ad esempio in Nepal. Così occorre sezionare i corpi e fornire i brandelli ai rapaci, incluse le ossa che vengono polverizzate e mischiate con la tsampa, misto di farina d’orzo e tè. Poco dopo avvistiamo i nostri yak mentre arrivano e ci superano con un passo da suscitare la nostra invidia.

La sepoltura celeste
Vista da lontano può sembrare una pratica durissima, ma qui nasce anche dalla concretezza dell’altopiano: terreno gelato, legna assente, aria sottile.
Viaggiatori attraversano un paesaggio montano arido verso il Kailash.

Il Kailash da Dirapuk e la notte dell’attesa

A seguire, una spianata apre una nuova splendida visuale, arricchita dal chörten Kangnyi. Una teahouse dove consumare qualche vivanda con tè salato restituisce le prime energie, ma occorre ripartire presto prima che il motore si raffreddi. Non manca molto al raggiungimento del campo. Nel frattempo gli occhi s’illuminano alla vista della parete ovest del Kailash e, successivamente, di quella maestosa sud che compare in ogni foto. Il sole la fa brillare come se fosse un enorme diamante incastonato nella roccia arida. Un sacro diadema nel quale ben quattro religioni pongono la loro devozione, in primis buddhismo e induismo, e per il quale molte persone sono disposte a sacrificarsi. Il luogo sta come la Mecca per i musulmani con l’unica differenza che qui la pietra è bianca scintillante anziché nera. Ma il significato è lo stesso: andare lì significa ottemperare ai dettami della propria religione. Ma per noi cosa significa? In effetti, quest’anno la nostra religione richiederebbe la frequentazione di ben più accessibili chiese in cerca di porte sante. Per noi deve significare il raggiungimento di un luogo al quale attribuiamo un valore mistico, fosse stato solo per fare un’escursione avremmo potuto trovare posti più comodi. Nel rispetto delle altre religioni non si può non pensare a un Ente Supremo che tutto muove e svolge un compito di direzione e supervisione del mondo, mi rifiuto di pensare che esistano competenze territoriali anche in questa materia. Voglio credere che venga chiamato solo in modo diverso. Ed allora, se passa questo concetto, il Kailash fa anche per noi. E sopra di noi incombe come due mani giunte. Queste cattedrali della Natura possono far pensare anche ai non credenti che forse qualcosa di non proprio razionale possa esistere e che la scienza possa fornire una spiegazione su molto, non su tutto. Esprimo questi miei concetti pur restando fondamentalmente laico e scettico di fronte ad altre manifestazioni della devozione. Un silenzio totale ci avvolge, anche il torrente tace, mentre imbavagliato sotto uno strato di ghiaccio scorre senza farsi sentire. Venendo alle questioni più terrene, anche stasera ammiriamo il nostro cuoco che ha caricato armi, bagagli e stoviglie su uno yak e sta preparando i suoi intingoli. Ceniamo nella guesthouse locale, dove non occorre essere molto sensibili alle istanze dell’igiene. Ma fare gli schizzinosi da queste parti sarebbe un’offesa al buon senso. Il Kailash offre il meglio di sé proprio sulla nostra verticale, perfetto e maestoso. Sull’altro lato, oltre il torrente, c’è un monastero la cui ristrutturazione volge verso il termine. La stanzetta da quattro è un container non coibentato, fuori non fa freddo e dormire sarebbe anche possibile, solo a riuscirci. Il cielo nel tardo pomeriggio si è velato ma non sembra volgere al brutto, siamo a poche ore dalla chiave di volta: sì o no. Domani proseguiremo senza gli yak, poco sopra c’è ancora neve e negli ultimi due giorni si è depositato un ulteriore sottile strato. I loro zoccoli rischierebbero di scivolare, pertanto il sacco a pelo e un paio d’altri suppellettili non ci seguiranno. Purtroppo saremo anche senza cucina e dovremo farci bastare quanto ci verrà offerto a Zutulpuk. Per intanto terminiamo questa giornata difficile ma soddisfacente: chiudo pensando che se mai mi capiterà di diventare anziano, ripercorrendo a ritroso questi momenti mi renderò conto che un istante di vecchiaia l’ho già vissuto proprio in questo giorno.

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