Giorno 15

Anchorage

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Il giorno in cui il presente diventa un magico ricordo

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Anchorage

Ultima mattina tra Portage e Anchorage

L’ultima mezza giornata è a dir poco splendida. Vedendo ormai il traguardo, acceleriamo per cogliere al massimo quanto offre la domenica di sole. Partiamo prima delle 7 e solo la caparbietà ci porta per la terza volta a Portage. Anche oggi non c’è il sole in quanto questo luogo, a cui è invisa la vista del cielo azzurro, è coperto dalla foschia. Ma che foschia! Mentre risaliamo ed il sole inizia a prendere possesso delle vette circostanti, all’orizzonte ci appare una bruma bassa, sarà al massimo una ventina di metri.

Portage, Potter Marsh e colazione ad Anchorage

Ci avviciniamo in un ambiente dantesco, con i raggi solari che la illuminano, fendendola ogni tanto. Sembra un fumo e quando entriamo di più al suo interno il cielo diviene coperto. Sul lago formato dall’Harding Glacier la foschia si rispecchia sulle acque mentre gli spazi liberi dalla nebbia lasciano trasparire uno specchio di colori che a loro volta si riflettono sul lago. Mentre la zona inizia ad affollarsi dei pescatori della domenica facciamo ritorno da dove siamo venuti non mancando di fermarci nei punti che maggiormente ispirano lo sguardo.

Stamattina ci è mancato il tempo di fare colazione e rimandiamo continuamente nell’attesa di trovare il momento per espletare la formalità. Alla periferia di Anchorage è ancora d’obbligo una fermata al Potter Marsh, le paludi che sembrano uno specchio. Finalmente entriamo in città e, quando sono le 9,30, ci rendiamo conto che dobbiamo ancora fare colazione. Un dolce con caffè bollente da Starbucks servono all’uopo, mentre tra i banchi di un centro commerciale peschiamo tranci di salmone. In Alaska tutto il salmone è selvatico dal momento che l’allevamento è vietato. Questo per preservare la qualità del prodotto.

Anchorage e il saluto del Denali

Ormai è rimasto poco tempo per visitare Anchorage. Una città che da sola non meriterebbe il viaggio, ma che è pur sempre degna di essere vista. E pensare che cent’anni fa ad Anchorage non esisteva ancora la tendopoli che quattro anni dopo diede vita a quella che oggi ha la parvenza di essere la metropoli più a nord del mondo. Fu fondata infatti nel 1915 in occasione della realizzazione dell’Alaska Railroad. Si è ingrandita grazie agli armamenti della seconda guerra mondiale ed infine il petrolio ne ha fatto una metropoli almeno per l’estensione. Sono poco meno di 300.000 abitanti, ma l’american life-style e le ricchezze apportate dall’industria petrolifera ne hanno fatto una città opulenta a dispetto dell’ambiente circostante. Il terremoto del 1964, uno dei più disastrosi che la storia umana ricordi (9,2° della scala Richter), ha tristemente contribuito al rinnovamento urbano.

Cerchiamo innanzitutto il Salmon Viewing Area, non tanto perché non ne abbiamo visti abbastanza, ma si tratta pur sempre di uno dei luoghi più ambiti dai locali. In realtà fa più notizia perché un luogo così ricco di salmoni si trova quasi nel centro cittadino che non per l’interesse in sé. Andiamo nel downtown dove è tutto un intreccio di vie perpendicolari. Essendo domenica il traffico è ridotto e si riesce a girare con maggiore facilità. Attratti più da quello che la circonda più che dalla città stessa, ci rechiamo al Resolution Park, un poggio dal quale si ha una vista incantevole che spazia verso l’infinito. La statua di James Cook campeggia con il navigatore attento a scrutare l’orizzonte.

Rimangono ancora alcuni preziosi minuti prima del tempo massimo che ci siamo prefissi per restituire l’auto e sbrigare le formalità di partenza all’aeroporto. Si dà il caso che nelle vicinanze si trovi il Kincaid Park: è domenica e gli abitanti del capoluogo fanno jogging nella bella giornata di sole. Il bacino del Cook Inlet è sotto di noi, mentre a distanza compaiono diverse montagne imbiancate. Verso ovest sono quelle dell’Alaska Peninsula, già inquadrate recentemente. Sono invece due elevazioni verso nord che attirano la nostra attenzione, nettamente distanti ma da sembrare vicine.

Chiediamo ad uno stanco ciclista appena sopraggiunto, il quale con voce affaticata le identifica con il McKinley e il Fraser Mt., stupito anche lui della giornata così nitida da autorizzare la vista delle due vette distanti centinaia di km. Avevamo solo bisogno della conferma ma lo sapevamo già, quei giganti non potevano essere che loro. Alla fine è stato come se il Mc fosse venuto a salutarci prima di partire e non poteva farci sorpresa più gradita.

La vista di tali imponenti profili vogliamo considerarla come un loro perdono, dopo che non si erano mostrati nella loro interezza durante le due giornate trascorse nel Denali. Non che abbiano l’abitudine di svelarsi con frequenza, ma ho voluto vedere nella loro ritrosia un risentimento per aver osato avvicinarli nel giro in aereo da Talkeetna e con questo violarne il loro silenzio e la loro privacy con mezzi commerciali. Ottenere il loro perdono è stato importante, come ricongiungersi con un amico. In questo momento verrebbe da strappare il biglietto aereo e corrergli incontro, ma purtroppo l’aspetto razionale prevale in noi. I loro profili sembrano non volerci lasciare. Poco prima di partire le sagome compaiono sullo sfondo della pista mentre l’aereo va a prendere la posizione di decollo. Ma a questo punto, neanche volendo, non si può più strappare il biglietto.

Il volo che segue la rotta polare concede alcune viste sulla banchisa ed i frammenti di ghiaccio alla deriva come tanti pezzi di vetro frantumati. Da questa quota non si riescono ad individuare gli orsi bianchi. Ma ci sono e si stanno preparando per l’inverno.

Considerazioni finali sull’Alaska

Il viaggio in Alaska rappresenta la destinazione finale per chi si ritrova a proprio agio con gli spazi liberi e il wilderness in generale. Una vera apologia del maestoso e del selvaggio. E’ quindi difficile stabilire una frequenza sulla quale sintonizzarsi e con la quale relazionarsi, in modo che le attese non vadano deluse o vengano semplicemente sopravvalutate.

Mi rendo conto a posteriori di come sia tanto difficile stabilire un rapporto con questo territorio e di come non ci sia alla fine riuscito appieno. Troppo vasto e selvaggio per visitarlo come turista e il tempo a disposizione risulterà infinitesimale per viverne interamente le emozioni. Non credo di essere stato in grado di trovarne un compromesso, ammesso che ciò fosse possibile. Percorrere solo le strade principali ed alcune sterrate non è sufficiente per rendere l’idea di quanto hai di fronte. In alcuni casi è perfino necessario scendere a compromessi con delle organizzazioni turistiche per accedere a certi luoghi (vedi la Dalton Hwy), accettando la condivisione del viaggio con turisti le cui attitudini sono diametralmente diverse dalle nostre.

La natura incontaminata non va solo vista, va vissuta. Nel contempo le escursioni devono essere selezionate con criteri di cautela. L’ambiente naturale così imponente richiede una prudenza non necessaria altrove. Innanzitutto per la presenza degli orsi, la cui pericolosità è tutta da accertare, ma resta il fatto che si è soli ed indifesi nei loro confronti. Gente in giro ce n’è poca ed è meglio non trovarsi nella condizione di dover chiedere aiuto. Per contro, non conoscendone la reale pericolosità, si rischia di eccedere nell’atteggiamento di prudenza. A questo si aggiunge che i sentieri sono di regola poco battuti quando addirittura assenti, disperdendo in tal modo gli escursionisti. Cosa che alle nostre latitudini sarebbe un bel vantaggio.

Con questo, il rischio di non capirsi con l’Alaska risulta assai elevato. Occorrerebbe viverci un’estate intera e non far dipendere il successo della visita di un luogo da una giornata di meteo avverso. La sensazione costante è comunque quella di trovarsi proprio nella “last frontier”, come reclama perfino lo slogan scritto sulle targhe delle auto. E qui l’uomo torna ad essere un animale integrato con tutti gli altri, e come tutti deve guadagnarsi la vita con l’intelligenza e la forza. Ma sempre e comunque coi propri mezzi, cosciente che la propria sorte non può dipendere da altri.

Il carattere alaskano

E’ sicuramente molto diverso dal resto degli americani. Va comunque rimarcato come sia in genere cordiale e rispettoso degli altri, a dispetto della rudezza del territorio in cui vive. Forse questo è dovuto anche al fatto che, essendo in pochi, si finisce per non logorarsi reciprocamente e ciò ne incrementa la solidarietà. O più semplicemente perché sono educati. A prescindere dal fatto che la maggior parte degli abitanti non sia nata in Alaska, quando arrivano qui assumono rapidamente le specificità del luogo, che sono quelle di un carattere nato circa un secolo fa, fatto di capacità di resistere alle avversità nella natura.

In principio l’emigrazione era costituita da esploratori e probabilmente da gente in cerca di avventura o che non aveva niente da perdere. I lineamenti erano quelli di gente rude, combattiva e pronta a tutto, in tipico stile da far west. Questo atteggiamento si è ridimensionato ed oggi si trovano ad affrontare la natura con altri mezzi, pur conservando una capacità di arrangiarsi non facile da trovare ad altre latitudini. L’autonomia e la mancanza di condizionamenti esterni sono due fra le maggiori caratteristiche per sopravvivere in un ambiente tanto ostile. Proprio qui si può chiaramente apprendere come l’arte di lamentarsi non contribuisca a tirarsi fuori da una situazione difficile.

E’ forte il senso della privacy, la costruzione delle case richiede sempre una minima distanza, non meno di 3-400 mt. una dall’altra. Un’ulteriore caratteristica che balza immediatamente agli occhi di un europeo è l’estrema informalità della gente, a prescindere dal ceto sociale, dalla professione o quant’altro. Un modo di proporsi impostato sulla semplicità, sempre amichevole, mai invadente, che tuttavia lascia da parte cerimonie e fronzoli. Viene da pensare che in Alaska il mercato delle cravatte non tiri molto.

E’ il regno del casual, tanto nel vestirsi che nell’atteggiarsi. La natura imponente ovunque ci si trovi ed i lunghi inverni fanno sì che il superfluo e l’opulento vengano eliminati fin da subito, ma non a scapito di quello che serve veramente, come i potenti fuoristrada. Il contraltare, sempre agli occhi di un europeo, si chiama disordine. Le case non si distinguono per ordine e neanche per l’igiene, che a volte diventa mania alle nostre latitudini. Gli ampi spazi e le basse temperature fanno sì che si possa anche transigere su qualcosa.

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